11 and 12. La riflessione spirituale e politica di Peter Brook

11 and 12
11 and 12

11 and 12 (photo: Pascal Victor/ Art Com Art)

C’è un qualcosa nella maestosità, seppur spoglia e abbandonata, della chiesa di San Simone in Spoleto, qualcosa che nel momento in cui mi siedo sulle gradinate me la fa immediatamente collegare al Theatre des Bouffes du Nord, che Peter Brook aprì nel 1974 nei pressi della Gare du Nord a Parigi. Forse perché entrambi gli spazi sono stati recuperati da una condizione di parziale abbandono: il teatro parigino era stato chiuso in seguito ad un incendio (i cui danni sono ancora visibili nelle pareti), mentre la chiesa, costruita dai francescani nel XIII secolo, aveva perso nel Settecento le sue funzioni religiose per poi essere, nell’Ottocento, sconsacrata e destinata ad eventuali usi civili, che in realtà l’hanno messa in una condizione di abbandono sino alla nascita del Festival dei due mondi.
Saranno forse i colori, di un rosso sbiadito alle pareti, ma difficilmente ho avvertito una situazione sinestetica tanto forte tra location e spettacolo.

E così, “11 and 12”, spettacolo costruito da Peter Brook per il succitato teatro francese, acquista nella data italiana a San Simone una sacralità ed un impasto di colori tanto armoniosi da lasciare senza parole. Così come sacro, di primo acchito, è il tema dello spettacolo, tratto dal libro dello scrittore africano Amadou Hampatè Bâ sulla vita e gli insegnamenti di Tierno Bokar, da cui il regista inglese aveva già tratto uno spettacolo nel 2004.

L’undici e il dodici del titolo si riferiscono alle modalità di ripetizione di una preghiera sufi per poter avere la benedizione dell’imam.
Un errore, compiuto in tempi precedenti a quelli della storia narrata e spiegato con intelligenza e semplicità in una sorta di prologo iniziale, aveva portato il numero di ripetizioni da 11 a 12; successivamente, si era tentato di riparare all’errore cercando di ritornare al numero originale, ma nessuno ormai ricordava più il motivo del precedente spostamento e, convinti che il numero sacro fosse il 12, erano cominciate accuse di blasfemia ai clan rivali che invece pregavano con 11 ripetizioni. Ed è proprio da qui che nasce il tema della storia: la violenza dello scontro di religioni, che si riflette nella violenza degli uomini. Temi molto attuali, che Brook racconta tramite la voce dello stesso Bâ, narratore extradiegetico ma al tempo stesso anche personaggio della vicenda.

Ciò che colpisce dello spettacolo di Brook è l’estrema semplicità con cui l’artista riesce a raccontare le storie. Uno spazio vuoto, un tappeto e pochi oggetti, grazie a intuizioni geniali, diventano altro: così due panche, se coperte con il tappeto, si trasformano in tombe, o una semplice coperta, tirata dai due lati, può diventare una canoa; e ciò che colpisce è come questi gesti, nella loro semplicità, si carichino sempre di una sacralità che mostra un senso altro rispetto a quello dato dalla semplice osservazione. Un ulteriore significato che emerge sempre, anche nel più piccolo movimento: il pubblico vede ciò che si vuole mostrare e non ciò che in realtà c’è sulla scena.
A scandire i vari momenti un polistrumentista orientale che, con i suoi strumenti antichi e popolari, contribuisce a creare il clima dello spettacolo, sottolineando i passaggi della storia in maniera simile a quanto avviene nel teatro No, nei confronti del quale sicuramente Brook riconosce un debito. E proprio giapponese è Toshi Tsuchitori, il compositore che Brook ha scelto all’interno della sua multietnica compagnia di attori.

E alla fine dello scontro tra i clan, in un ritorno apparente di quiete, in realtà nulla è cambiato e non esistono risposte, ma soltanto una riflessione: perché tutta quella violenza? Per cosa? Brook non è un ideologo, non fornisce risposte, limitandosi a porre domande che penetrano in profondità.

11 AND 12
tratto da “Vie et enseignement de Tierno Bokar – Le Sage de Bandiagara” di Amadou Hampatè Bâ
adattamento: Marie-Hélène Estienne
regia: Peter Brook
musica: Toshi Tsuchitori
disegno luci: Philippe Vialatte
costumi: Hélène Patarot
con: Antonio Gil Martinez, Makram J. Khoury, Tunji Lucas, Jared McNeill, Khalifa Natour, Abdou Ouologuem, Maximilien Seweryn
consulente per la direzione tecnica: Simon Bourne
direttore di compagnia: Arthur Franc
co-commissionato da: C.I.C.T/ Thèâtre Des Bouffes du Nord, Paris; Barbicanbite 10, London; Grotowski Institute, Wroclaw
presentato da Théâtre des Bouffes du Nord in collaborazione con William Wilkinson for Millbrook Productions Ltd.
durata: 1h 20′
applausi del pubblico: 5’ 50’’

Visto a Spoleto, Chiesa di San Simone in Spoleto, il 2 luglio 2010

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