2984. La dittatura della felicità, da Orwell a Conte

2984 di Ragagnin e Remmert

2984 (photo: Jan Papas)

“2984”, trasposizione teatrale del celebre romanzo di Orwell, è finalmente approdato a Torino, andando in scena al Teatro Astra dal 7 al 9 marzo, con la regia di Emanuele Conte.
Coprodotto dal Teatro della Tosse e dal Festival della Scienza di Genova, sebbene “2984” non sia certo uno spettacolo nuovo (gira l’Italia dal 2009) né inedito, costituisce tuttavia una riflessione “necessaria” e quanto mai attuale.

Quando entriamo in teatro, gli attori sono già in scena e si muovono nervosamente mentre l’attesa dell’inizio è scandita ossessivamente dalla voce che proviene da uno dei tanti monitor appesi ovunque.

Come nella vita ordinaria, anche in “2984” non esiste diaframma visibile tra vero e falso, autenticità e menzogna, e nemmeno tra attori e pubblico, tant’è che alcuni spettatori vengono subito accompagnati in scena (e là resteranno fino alla fine), e viene chiesto loro di indossare tute blu come quelle degli altri «attori-cittadini». Così, come un grande presepe meccanico, il tutto si anima da sé, tramite un movimento inquietante degli attori addomesticato dalla voce posata e estremamente controllata dei monitor.


Lo spettacolo, i cui autori sono Luca Ragagnin ed Enrico Remmert, è in sé molto fedele al romanzo originale raccontando la formazione distopica del protagonista Smith, uomo simbolo di un’umanità privata del libero arbitrio e della dignità.
Insieme ai bravi attori va ricordata la partecipazione in video di Enrico Ghezzi, nel ruolo di Goldstein, il capo dei ribelli, l’anti Grande Fratello.

L’aspetto che più ci preme, e che fa di questo non un ennesimo spettacolo di protesta bensì una novità, è la fredda analisi del modello linguistico occidentale e l’insistenza sulla nota violenta del linguaggio propagandistico che ci vorrebbe tutti “uguali” e “ugualmente felici”.
Ecco che, fin da subito, la scelta di vestire alcuni spettatori con tute uguali, assume un valore più profondo rispetto alla semplice volontà (che pure c’è) di spiazzare la normale “fruizione” di uno spettacolo teatrale.

“2984” sembra parlarci in un modo estremamente chiaro di un’attualità che ben conosciamo, in cui persino la tanto invocata rivoluzione dal basso, il movimento democratico “buono e giusto”, pare strutturato come una delle peggiori dittature. Che al posto dell’odio si sostituisca una dittatura della felicità (che nello spettacolo viene di continuo “misurata” tramite un apposito indicatore) non toglie il fatto che sempre di violenza si tratti; anzi, essa diventa ancora più grave laddove proprio la sfera intima dell’uomo (l’amore, gli affetti, le libertà) diventa affare “pubblico” e “normalizzato”.

Al centro dell’indagine di “2984” sta la parola e il modo sottile e violento con cui ne siamo stati espropriati. Chi avrà ancora il coraggio di parlare di Libertà, Amore e Pace se sono proprio questi nomi ad essere posti come baluardo dei sistemi di controllo che più ci opprimono? Un’oppressione e controllo con il sorriso sulle labbra: ecco, sembra essere in breve il quadro contemporaneo che ben conosciamo.

Nello spettacolo è poi molto suggestiva la scenografia, che, se di primo acchito pare un po’ scarna, non appena si anima recupera l’aspetto di un carillon dell’orrore, che ben si accorda con il suono magistrale curato da Tiziano Scali.

Insomma uno spettacolo che, sia dal punto di vista del testo che da quello della prassi scenica, propone una visione fredda e lucida e, non cedendo alle facili tentazioni di una protesta ormai divenuta “di maniera”, lascia la questione quasi in sospeso, senza cadere nell’ovvio e senza tuttavia spaventare davvero.
Perché se alcune scene fanno sorridere (come sorridiamo guardando i telefilm di fantascienza degli anni Settanta) sappiamo che invece dovremmo piangere.

Lo spettacolo, con il suo carattere quasi documentario, ci risparmia un’ulteriore violenza intimandoci tuttavia di riflettere prima di uscire dal teatro.
Qualcuno, vedendo questo lavoro, ha richiamato la figura di Artaud e il Teatro della Crudeltà. Il che, se da un lato costituisce un’operazione difficile perché la parola crudeltà evoca tutto all’infuori di ciò che realmente significa per Artaud, d’altro lato ben si presta a illuminare l’intento profondo di “2984”.

Lo spettacolo, sia nella rielaborazione testuale sia nella scelta registica in favore di un ostile secco e molto ritmato, mette da parte i facili psicologismi (che renderebbero vano riproporre Orwell nel 2013) per offrire un’analisi sincera e furiosamente coraggiosa (in breve “crudele”) della realtà in cui viviamo.

Se “2984” è stato un’esperienza perfomativa crudele, allora dovremmo uscire dal teatro non pensando “di poter morire per questo” [Artaud] ma sicuramente un po’ cambiati, e più pronti a riprenderci le parole che ci hanno tolto, e con esse, quei sentimenti che ci rendono umani, tutti uguali ma, per forza di cose, fortunatamente diversi, unici e irripetibili.

Noi, bravi cittadini del niente, prima di essere cittadini siamo uomini e donne.
E purtroppo non abbiamo bisogno di spostare di 1000 anni le profezie di Orwell purché ci sembrino più veritiere o smettano di farci paura.

2984

di Enrico Remmert e Luca Ragagnin
tratto da 1984 di George Orwell
regia: Emanuele Conte
con: Aldo Ottobrino, Marina Remi, Enrico Campanati, Gianni Masella, Pietro Fabbri, Luca Ferri, Sara Nomellini
si ringrazia per la video-partecipazione Enrico Ghezzi
regista assistente: Gianni Masella
luci: Tiziano Scali
video art: Gregorio Giannotta
regia video: Luca Riccio
musiche degli Einsturzende Neubauten a cura di Tiziano Scali
impianto scenico: Luigi Ferrando
attrezzeria: Renza Tarantino
interventi video e voce: Pietro Fabbri, Carla Buttarazzi, Alice Scano, Antonio Zavatteri
collaborano al progetto: Amedeo Romeo e Bruno Cereseto
direttore tecnico: Roberto D’Aversa
capo elettricista: Danilo Deiana
macchinisti: Marco Lubrano, Carlo Garrone
durata: 1h 18′
applausi del pubblico: 1′ 22”

Visto a Torino, Teatro Astra, il 7 marzo 2013


 

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