4. Il ‘troppo’ di Rodrigo García

4 (photo: Marc Ginot)
4 (photo: Marc Ginot)

Tutto esaurito, a Parigi, per l’ultima creazione di Rodrigo García: “4”.
Al teatro Nanterre-Amandiers, uno dei tanti spazi che noi definiremmo “di periferia”, il Festival d’Automn ha portato uno degli artisti più attesi di quest’edizione.

Argentino di nascita ma spagnolo d’adozione, oltre ad aver fondato la sua storica compagnia La Carnicería, dal 2014 dirige, qui in Francia, il Centro Drammatico Nazionale di Montpellier dove, assieme ai suoi collaboratori Gonzalo Cunill, Núria Lloansi, Juan Loriente e Juan Navarro, ha dato vita ad un luogo di creazione a tutto tondo: Humain Trop Humain (HTH).
In onore a Nietzsche e ad un suo testo sugli spiriti liberi, il trasgressivo García offre radio, concerti, installazioni, laboratori; fedele all’idea di teatro come luogo vivo della città, a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Per questo nuovo impegno García era scomparso dalle scene col suo “Daisy” nel 2013; eccolo ora tornare qui, assieme ai suoi fedeli quattro attori sopra citati.
4, per l’appunto: a loro è dedicato il titolo dello spettacolo.
E quattro sono anche i galli cedroni in scarpe da ginnastica che li accompagneranno per tutta la durata dello spettacolo – forse loro alter ego – ottimi interpreti in una dimensione dell’assurdo.

“4” è uno spettacolo di immagine. Se vi si vuole trovare una logica si è destinati ad intraprendere un tortuoso cammino.
Rodrigo García ci pone di fronte ad un accostamento di immagini che pare casuale ma che, nell’intenzione, vuole creare nella mente dello spettatore – proprio attraverso l’assurdità dell’accostamento – un pensiero, un’emozione, una storia. “Wim Wenders a dit que la simple mise en relation de deux images suffisait à faire surgir une histoire sous nos yeux” (“Wim Wenders ha detto che la semplice messa in relazione di due immagini basta a far nascere una storia ai nostri occhi”) afferma Garcia per avvalorare la sua posizione. E da questo pensiero nasce lo spettacolo.

Sulla scena spoglia elementi di varia natura: un’enorme saponetta di marsiglia, un angolo dj set, una telecamera con green screen, una pianta, una pelle di lupo, bottiglie di alcolici, sigarette e, come fondale, un lungo schermo da proiezione.

Imprigionati in una ragnatela di sonagli entrano in scena gli attori. Ogni movimento li fa risuonare.
Il loro tentativo di collaborare e coesistere è una lotta, e il legame porta in breve alla violenza fisica.
Una voce fuori campo ci accompagna in questo viaggio visivo, parlandoci di sesso, inganno, tradimento come necessità. Non è la bontà a dar l’esprit vitale, ci spiega, ma la violenza. Sebbene noi, uomini, donne, bambini, agiamo come bestie bisognose di carezze.

La scena si interrompe e ci troviamo ad una partita di tennis. Un allenatore incita con forza un giocatore. Sul fondo il grande schermo proietta “L’origine del mondo” di Courbet. Ogni lancio mandato a segno fa vibrare l’immagine, ogni colpo mancato aumenta la violenza del trainer.
Poi l’ingresso dei galli. Quattro bellissimi galli che indossano scarpe sportive. Inermi, vengono manipolati dagli attori. Ad ognuno il suo partner piumato: vengono messi a testa in giù, infilati nei propri vestiti, accarezzati e mossi come bambole.
A guardarli si prova tenerezza e insieme rabbia.

Un drone con appesi dei pendagli vola sopra la scena mentre una chitarra elettrica disturba l’armonia del suono.
Due bambine entrano, salutano i galli e scompaiono. Dietro lo schermo le truccatrici le attendono.

Il pubblico viene poi chiamato a far parte di un gioco di provocazione a sfondo sessuale. Un’attrice, nascosta dentro un piumino, masturba un microfono seguita da una spettatrice imbarazzata. Poi ancora sesso con un giradischi, insulti ad una testa di lupo meccanica in più lingue e una danza al suono di cumbia. E l’arrivo, infine, di un samurai.

Un primo momento di silenzio interrompe un accozzarsi di suoni, urla, alcol e fumo.
Su una poltrona da psicanalisi il samurai racconta la propria storia alle bambine, tornate vestite da signore ad un cocktail. A loro, che annoiate sorseggiano un drink fluorescente, il guerriero racconta una storia familiare in cui la violenza viene confusa per amore.
E poi ancora cartoni animati, musica a tutto volume, piante che girano su giradischi, un lavaggio purificatorio degli attori sull’enorme saponetta.

Photo: Marc Ginot

Photo: Marc Ginot

“4” è un susseguirsi senza sosta di immagini che vanno dal pop al trash senza un attimo di respiro. C’è tanto, probabilmente troppo, e il ritmo con cui questa abbondanza viene vomitata sulla scena risulta alla fine mono-tono.
Pur cercando di coinvolgere il pubblico, anche in senso letterale facendolo salire sul palco a danzare e interagire con gli attori, si rimane freddi di fronte a tutta questa sovrabbondanza.
La poetica dell’eccesso di Garcia tenta di muovere nel pubblico un senso di disgusto, di scomodità. Ma è pur vero che il nostro sguardo ormai non si fa più sconvolgere facilmente, e tutta la violenza pare rimanere sul palco, nelle urla degli attori, nella musica troppo alta, nelle oscenità reiterate per un tempo tanto lungo da risultare infine noioso.

In “4” coesistono anche immagini cariche di poesia ma che, in questo complesso schizofrenico, paiono divorarsi l’un l’altra, annullandosi. E a poco vale l’enorme energia messa in campo dagli interpreti.

4
testo, allestimento, regia: Rodrigo Garcia
con: Gonzalo Cunill, Núria Lloansi, Juan Loriente, Juan Navarro
scene di Sylvie Mélis
video: Serge Monségu, Daniel Romero, Ramón Diago
creazione sonora: Daniel Romero, Serge Monségu, Juan Navarro

durata: 1h 30
applausi del pubblico: 1’ 30’’

Visto a Parigi, Centre Dramatique National Nanterre Amandiers, il 22 novembre 2015

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