50 anni di Teatro Povero. La fierezza visionaria di Monticchiello

Photo: Umberto Pone
Photo: Umberto Pone

Chissà quanti al loro posto si sarebbero cantati addosso lodi e celebrazioni. Invece i fieri abitanti-attori del piccolo borgo della Val D’Orcia scelgono la sobrietà per festeggiare questi 50 anni di vita dell’Autodramma, e presentano al pubblico numeroso di sempre il lavoro senz’altro più felice e riuscito degli ultimi due lustri.

E’ una “Notte di attesa”, chiusi e arroccati in una fortezza, “circondati da mura pericolanti e instabili” ad osservare l’orizzonte, soggiogati dalla paura, dalla smania e dall’incertezza, bombardati da un’informazione altalenante, discontinua, dove è verità tutto e il contrario di tutto. Uno spettacolo (in scena fino al 14 agosto) da cui emerge ancora una volta il talento visionario e a tratti onirico di Andrea Cresti. «È una notte – ci racconta – in cui uno cerca di capire che succede nel mondo in queste condizioni, per capire se è il caso di difendersi e come, nell’attesa di avere le idee più chiare».

Ci si affida molto al testo, in questa edizione 2016, con un sapore assai diverso dal solito. Ed è questo forse il vero modo di festeggiare un compleanno particolare, dimostrando vivacità, freschezza e necessità soprattutto, eco di un mondo che risuona sul palco sotto un cielo stellato, tra le pareti delle abitazioni e la chiesa di Monticchiello a far da sfondo a una rappresentazione chiusa da un mare di applausi, che sembrano non terminare mai.

Ma lo speciale anniversario vede anche per le vie, le piazze e gli spazi del Teatro Povero un’esposizione di foto, manifesti e costumi storici, e nel borgo – fino al 31 agosto – le sorprendenti sculture di Daniela Capaccioli, artista con cui il Teatro Povero condivide l’indagine sulla memoria.  Inoltre, passata l’estate, nei primi giorni di ottobre (dal 7 al 9) è previsto un convegno che approfondirà la storia di questa straordinaria esperienza guardando anche al suo futuro. Fra le presenze già confermate Alberto Asor Rosa, Pietro Clemente, Fabio Mugnaini, Marzia Pieri, Andrea Mancini e Gianpiero Giglioni.

Alcune delle sculture di Daniela Capaccioli disseminate per il paese (photo: Umberto Pone)

Alcune delle sculture di Daniela Capaccioli disseminate per il paese (photo: Umberto Pone)

Arriviamo quest’anno a Monticchiello nel pomeriggio, sotto l’implacabile sole della Val d’Orcia, con lo sguardo ammaliato da questo paesaggio che sembra immutato nei secoli – quasi fossimo immersi nell’affresco del “Buon governo” di Ambrogio Lorenzetti – e ipnotizzati dal profilo magico dell’imperitura Pienza, che svetta sul colle antistante.
Abbiamo un appuntamento nella sede della cooperativa “Il Granaio”, diventata negli anni il cuore pulsante del paese. «Qui – ci spiegano – arrivano i giornali, vengono ordinate e ritirate le medicine, c’è internet, vengono riparati gli elettrodomestici di chi ne ha bisogno, vengono accolti i turisti che arrivano da tutte le parti del mondo e molto altro». Tutto questo grazie all’autodramma.

Andrea Cresti (photo: Umberto Pone)

Andrea Cresti (photo: Umberto Pone)

Ed è qui che ci aspetta Andrea Cresti. Mente lucida, eloquio posato, nessun vezzo egocentrico. Fa capolino anche il suo gatto, che lo segue dappertutto e si accoccola sulle sue gambe mentre parliamo.
La riflessione ruota attorno alla assoluta necessità dell’autodramma, «una scelta fatta 50 anni fa e legata ad un momento storico del tempo, che vedeva il paese mortificato da una crisi demografica che derivava da una condizione mezzadrile che si stava decomponendo. Tutto quello che era la rete di servizi e relazioni all’interno del borgo stava finendo. Il nostro lavoro ha permesso che il borgo vivesse, ritrovando una identità che aveva perduto».
Per quanto riguarda la necessità dell’autodramma rispetto al panorama teatrale italiano, Cresti si mostra invece assai cauto: «L’unica cosa che posso dire è che è un’esperienza singolare, unica in Italia perlomeno, e questo può essere l’unico valore che le può riconoscere chiunque».

Molto tempo è passato da quel 1967 e tante cose sono cambiate a Monticchiello e non solo. «Mi rendo conto che nei primi anni c’era attorno un panorama molto vivo, vivacissimo anche nella sperimentazione: ricordo il convegno di Montepulciano nel ’74. Un panorama che piano piano si è estremamente modificato, soprattutto per le difficoltà economico-finanziarie». Ma il regista sottolinea anche come, negli ultimi anni, grazie alla sensibilità delle amministrazioni locali, ci sia stata una rivitalizzazione di molti dei teatri ottocenteschi che erano stati ridotti a balere o magazzini, e dove adesso invece si fanno stagioni.
Ed assieme al panorama culturale si è trasformato anche il pubblico. Ci sono più giovani, confessa. Ma soprattutto gli spettatori hanno capito lo sviluppo, soprattutto negli ultimi anni, della linea drammaturgica dell’autodramma, che si è indirizzato verso una dimensione onirica e visionaria sotto la sua guida (Andrea Cresti dal 1981 è titolare delle regie di tutti gli spettacoli estivi del Teatro Povero). «L’ho fatto e continuo a farlo perché ritengo sia la giusta evoluzione per quanto riguarda l’esperienza di Monticchiello, pur rimanendo salde alcune radici, tra cui i due elementi fondanti che sono la mezzadria insieme alle vicende del 6 aprile 1944».

Quando gli facciamo notare che sono in molti a pensare, ma in pochi a dichiararlo apertamente, che la creatura biologica Monticchiello possa – e forse debba secondo natura – avere una fine, seguendo un naturale percorso nascita-sviluppo-morte, Cresti ci sorprende: «Direi che deve finire, no? E finirà per tanti motivi… deve finire nel momento in cui non abbiamo più niente da dire. È meglio finire prima di scivolare nel nulla».
Ma nel frattempo come fare a stare al passo coi rapidi cambiamenti dell’oggi? La formula è quella di «proiettare nel futuro quello che sta accadendo. In quel modo diventa estrapolazione dell’attualità, diventa visione, paradosso, espressione onirica».

Il nostro pomeriggio di incontri prosegue grazie al fondamentale supporto dell’ufficio stampa Elisa Sirianni, che ci permette di scambiare due chiacchiere con un’attrice storica, Elda Carpini, donna minuta e vispa, dallo sguardo penetrante. Niente registratore, chiede, altrimenti si emoziona troppo. Allora avanti con il taccuino. Ricorda quando, durante una rappresentazione di tanti anni fa, intitolata “Quel 6 aprile del ‘44”, ebbe un vuoto di memoria. Lei in scena interpretava la parte di Irma Angheben, signora tedesca moglie di un ricco proprietario che, assieme al parroco don Turriti, salvò gli abitanti dalla fucilazione nazista.
Dato che in quel preciso istante stava sul palco in ginocchio a pregare, allungò quella preghiera il tanto che bastò a far ritornare alla mente la parte. E fu salva anche lei. Trucchi del mestiere. Anche la signora Elda sottolinea l’importanza del teatro nella sua vita. Ma ci tiene a dire che ama soprattutto l’impegno invernale del Teatro Povero, dove riesce a divertirsi di più.
Prima era tutto diverso, adesso i giovani del borgo sono meno interessati. Riaffiorano i ricordi. Cinquant’anni sono una vita, una vita spesa assieme al marito Alpio Mangiavacchi, dice, uno degli attori storici scomparso da pochi anni. L’autodramma «ci è cresciuto in mano senza volerlo» racconta, e al secondo anno di vita sembrava destinato a finire; invece la storia è stata un’altra. «Sono venuti due volte Fellini con la Masina a vederci».
Ma Elda Carpini è stata protagonista soprattutto della messinscena del 2006, “Anniquarant’anni”, dove si raccontava la storia della sua vita. Quando era piccola, il padre era saltato su una mina e aveva lasciato le cinque figlie e la mamma sole. Lei era finita in collegio, le sorelle a servizio.

Daniele Mangiavacchi nel suo negozio (photo: Umberto Pone)

Daniele Mangiavacchi nel suo negozio (photo: Umberto Pone)

Scendiamo verso l’antica Porta di Sant’Agata diretti al negozio d’abbigliamento femminile Madalisa. Qua, da 34 anni, lavora Daniele Mangiavacchi, sin da bambino protagonista dell’autodramma. «Ho iniziato nel 1968, a 8 anni, ma già l’anno precedente sapevo i primi due atti completamente a memoria». Ci mostra le foto di quel primo debutto in bianco e nero. Quest’anno, per problemi familiari, non ha preso parte alle repliche. «Dopo cinquant’anni è bello che questa esperienza continui. È fondamentale. Per noi stessi, soprattutto. Siamo molto cresciuti a livello umano. Il teatro ci ha uniti».
Mangiavacchi ci tiene a precisare che lui non ha fatto come i tanti che in passato sono andati a cercare fortuna altrove. È rimasto a Monticchiello e con coraggio ha aperto il negozio Madalisa, nome nato dalle inziali di Marco, Daniele, Liliana e Sandra. Ma dopo pochissimo tempo è rimasto solo lui a tenere la bottega, di cui va molto orgoglioso: «Vera manifattura italiana». Sceglie i tessuti e fa confezionare capi unici, solo per donne, «le sole vere portatrici sane di queste cose» sorride. Ma i primi tempi non sono stati facili, turismo come oggi non ce n’era.
Poi dal passato fa capolino quell’occasione andata. Ronconi nel 1978 offriva a Prato una borsa di studio triennale. Se non ci fosse stato il niet dei genitori… “Dovevo finire di studiare… ma non ho rimpianti” assicura senza esitazioni.

Davanti al negozio di Daniele Mangiavacchi abita un altro degli attori storici, Andrea Giorgi. Saliamo le scalette di pietra che conducono all’abitazione, la porta è aperta. Suoniamo ma lui non c’è. Seguiamo il figlio, che in pochi attimi ci accompagna dal padre attraverso la vicina via del Piano. Giorgi è nell’orto.

Andrea Giorgi nell'orto che guarda la Val d'Orcia (photo: Umberto Pone)

Andrea Giorgi nell’orto che guarda la Val d’Orcia (photo: Umberto Pone)

Ha iniziato a recitare a metà anni ’80 e da allora non ha mai saltato una replica: «Ogni anno vado in ferie solo al termine dell’autodramma».
Tra i suoi ricordi spicca la figura di Alpo Mangiavacchi (nessuna parentela con Daniele). I due formavano una coppia comica straordinaria, racconta. «Io alto e magro, lui più basso… in pratica gli facevo da spalla».
E tra piante di cipolla e zucchini ci confida che a lui – «come spettatore, sia chiaro» – piacerebbero messinscene con «una maggiore vena comica», lo sguardo rivolto alla Val d’Orcia. Con la fierezza antica di tutti gli abitanti del borgo.

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