A Lucca il teatro è Sacro – 1^ parte

Storie del buon Dio

Storie del buon Dio di Danilo Nigrelli e Laura Nardi

Domande, richieste di speranza, dubbi sul proprio essere e divenire, in un momento così difficile come quello che stiamo vivendo, sono all’ordine del giorno, e forse solo la religione e, perché no, anche il teatro possono in qualche modo farvi fronte, non certo in modo assoluto, ma almeno tentando di dare risposte, ipotizzando insomma qualche certezza in più.

A Lucca, sino al 16 giugno, questo connubio (ma cosa c’è di più sacro del teatro?) si sta materializzando con la terza edizione della rassegna biennale I Teatri del Sacro, organizzata dalla Federgat e dalla Fondazione Comunicazione e Cultura – Servizio Nazionale per il Progetto Culturale della Cei.

Nella città toscana stiamo così avendo l’occasione di vedere i 22 spettacoli vincitori del bando a cui hanno partecipato ben 250 progetti, scelti non solo tra compagnie professioniste, ma anche fra quelle amatoriali.


A quasi metà del percorso del festival proponiamo un primo report di quanto visto finora. E sono appunto le parole significanti, le domande di salvezza e i dubbi a riempire di significati queste prime giornate.

Valter Malosti
(di cui la prossima settimana Klp vi proporrà un’intervista), con il fondamentale apporto delle musiche originali di Carlo Boccadoro, in una sorta di concerto per voce, oud, chitarre e live electronics, ha aperto alla grande la manifestazione regalandoci le parole di una straordinaria e sconosciuta opera di Hermann Melville: “Clarel poema e pellegrinaggio in terra santa”, pubblicato nel 1876 e stampato postumo solo nel 1924. Un’opera in cui il romanziere di Moby Dick narra il suo viaggio, tra reale e spirituale, in Terra Santa, compiuto fra il 1856 e il ’57.

Malosti riesce nell’intento di restituire, con il connubio tra parola e suono, tutta la forza dirompente dei versi di Melville, che cercava, attraverso il suo viaggio e l’incontro con le principali religioni monoteiste, di dare risposte alle grandi domande della vita.

Le stesse parole potenti e le medesime domande, questa volta davanti alle meraviglie del creato, le troviamo, regalateci da Giuliano Scabia, nello spettacolo, per la verità ancora in abbozzo, “Canti del guardare lontano”, che Teatrino Giullare ha voluto proporre con il suo originalissimo teatro di figura, già utilizzato con intelligenza e garbo per Beckett e Bernhart.

Le bellissime e immaginifiche parole di Scabia si materializzano in immagini, burattini, pupazzi su una sorta di crinale sacro, che punta però al cielo, fra passato e futuro, dove un cavaliere con il suo cavallo fanno incontri misteriosi, tra cui quello con la materia oscura, ponendosi domande sul vero senso dell’avventura umana.

Parole che immergono nei dubbi e nelle certezze della vita sono anche quelle pronunciate da Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo, vincitori con “Due passi sono” del Premio Scenario Ustica, in “T/Empio – critica della ragion giusta”.
I nostri due, soggetti attori nella forma dialogica e battibeccante che li contraddistingue, “uniti dalla comune sorte di un processo che reciprocamente li attende, disquisiscono e si interrogano intorno ai temi del Sacro e dell’Empio, concetti apparentemente opposti – ma che per la magia argomentativa di un vero confronto – si mostrano inscindibili volti diversi di una medesima medaglia”.
Cristiana forse dubita, Giuseppe forse ha certezze….

Tra Beckett, Platone, Pirandello, Kantor, il “sacro, s’apre ad un’immagine inattesa di sé, opposta al senso comune, al pregiudizio, al comodo svuotamento di senso di una società, quale la nostra, volta alla acritica conoscenza di ciò che gli arriva come già dato, per continuare a stupirsi della straordinaria varietà della realtà e delle sue infinite assurdità”.

Altre parole, questa volta intrise di sola speranza e di nessun dubbio, sono quelle pronunciate da Massimiliano Kolbe nello spettacolo di Roberto Abbiati, qui in scena con Luca Salata, “La radio e il filo spinato”.
Con le sue particolarissime modalità di porsi in scena, Abbiati ha costruito un bellissimo spettacolo su Kolbe, prete cattolico ucciso con un’iniezione di acido fenico dopo essersi sostituito volontariamente ad un altro detenuto nel campo di concentramento di Auschwitz.

La radio e il filo spinato

La radio e il filo spinato di Roberto Abbiati

All’ufficiale medico nazista che gli fece l’iniezione mortale nel braccio, Padre Kolbe disse: “Lei non ha capito nulla della vita. L’odio non serve a niente… Solo l’amore crea”.
Abbiati narra tutto questo con una complessa semplicità, come suo solito, disseminando la scena di oggetti e altre macchinerie che all’occorrenza diventano significanti, senza mai concedere nulla ad una facile compassione, che anzi penetra ancor più nell’animo dello spettatore attraverso un gioco di sottrazione sempre pertinente.

Così i barattoli diventano i deportati, una sega la prigione, delle scarpe e delle sagome Kolbe stesso, narrando l’avventura umana di questo martire, sul sottofondo non di Bach, come ci si aspetterebbe, ma dai Rolling Stone: “Forse perché il rock si addice a uno spirito forte e ardito come lui”.

Ogni volta ai Teatri del Sacro fa giustamente capolino anche il comico; questa volta è stata Margherita Antonelli a narrarci con ironia,
in “Secondo Orfea, quando l’amore fa miracoli”, scritto dalla Antonelli con la collaborazione di Marco Amato, l’appassionante e dolorosa storia di Gesù.
La storia del Salvatore è osservata con gli amorosi occhi di Orfea, una semplice popolana che il caso ha portato a vivere a Gerusalemme nell’anno zero, proprio nella casa contigua a quella del falegname Giuseppe e di sua moglie Maria.
E poi c’è quel figlio così strano che lei osserverà da vicino, accompagnandolo quotidianamente sino alla sua tragica morte, ma non solo.

Lo spettacolo, che rilegge da un particolare punto di vista i fatti del Vangelo, alla fine risulta essere un divertito ma al contempo commosso omaggio ad un essere umano, innanzitutto, che ha però cambiato totalmente “il sentire” stesso dell’umanità.

Danilo Nigrelli e Laura Nardi si pongono anche loro domande in “Storie del buon Dio”. Lo spettacolo si ispira a una raccolta di tredici racconti, incentrati sulla figura di Dio, scritti da Rilke nel 1899. Come recita il sottotitolo, le storie vengano “narrate ai grandi perché le ripetano ai bambini”.

Nello spettacolo un uomo e una donna, Georg e Klara, in uno strano e metaforico “Ufficio domande rimaste senza risposta” creano, vivono e materializzano storie per rispondere alle incessanti domande dei bambini.
Ecco così che le domande poste via via sull’esistenza dei poveri, sulle mani di Dio, sulla sua collocazione nel mondo e financo sulla morte vengono esemplificate attraverso fiabe, narrate a volte con qualche accademismo di troppo, ma con perfetta coerenza drammaturgica, con piccoli oggetti, sagome, burattini.

Pieno di azzardi e denso di linguaggi, non sempre ben calibrati, ci è parso infine “Paranza, il miracolo” di Teatro Iaia/Risorse Umane, un progetto di Clara Gebbia, Katia Ippaso, Enrico Roccaforte e Antonella Talamonti sulla drammaturgia di Katia Ippaso, con musiche originali della Talamonti.

Nello spettacolo assistiamo, nell’Italia di oggi, frantumata dalla crisi non solo economica ma di ideali, al viaggio della speranza di quattro individui: un manager licenziato, una donna malata in attesa di cure, una cantante di talento, una signora benestante ma terremotata.
 
Si riuniscono in “Paranza” un gruppo di fedeli che, in pellegrinaggio, portando la statua del santo, chiedono ognuno per sé, come un miracolo, ciò che ieri era considerato un diritto. E’ un viaggio reale e metaforico insieme, scandito da parole e canti.
Ma è molto difficile, nell’affrontare un tema del genere, non cadere nella retorica, e qualche volta per la verità accade; lo spettacolo tuttavia si fa amare soprattutto nella affascinante commistione tra parole e canto, come accade per esempio nel bellissimo liberatorio finale.  

Altre forme ci hanno accompagnato in questo inizio festival, dai tableaux vivants realizzati da teatri35 del poco risolto anche se affascinante “Labirinto”, al troppo superficiale ludodramma “Colpo di Grazia” degli unici amatoriali visti finora, Fionda di Davide. Ma siamo solo a metà del festival; di altri spettacoli e forme sotto cui il sacro si manifesta vi parleremo la prossima settimana.
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *