A. Semu tutti devoti tutti? S. Agata nella danza e in un documentario di Zappalà

Photo: Giuseppe Di Stefano
Photo: Giuseppe Di Stefano

«Guardatela, che bella. Ha due occhi che sembrano due stelle e una bocca che sembra una rosa. E per la nostra santuzza bella, rispondiamo tutti forte e chiaro: Semu tutti devoti tutti».

Sant’Agata, patrona di Catania, è la giovane vergine e martire del III sec. cui, nel mese di febbraio, è dedicata una delle feste più solenni della cristianità. La festa di Sant’Ajituzza, come la chiamano affettuosamente i catanesi, è un connubio di fede e teatralità. Quest’espressionismo dal fascino arcaico sensuale e mistico, lo ritroviamo anche nelle monumentali processioni dei misteri di Taranto e di Trapani. In queste celebrazioni, rappresentazioni barocche di matrice spagnola s’innestano sugli antichi culti pagani di Iside e Cerere. L’atmosfera è chiassosa e stordente, densa di profumi, suoni e colori. Per chi non ci è nato, per chi vi si accosta con sguardo sociologico e con piglio razionalistico, è difficile comprendere la devozione esasperata, pittoresca e un po’ gaglioffa di certe città dell’Italia meridionale.

Alla festa di Sant’Agata la compagnia catanese di danza guidata da Roberto Zappalà dedica da più di dieci anni lo spettacolo “A. Semu tutti devoti tutti?”. In occasione del triduo per la santa, dal 3 al 5 febbraio, Zappalà ha prodotto anche un documentario e ha trasmesso lo spettacolo in streaming.
Il 3 febbraio è andato online su YouTube “Agata 2021| In assenza”, documentario dello stesso Zappalà che mette in relazione l’assenza della festa sospesa per il Covid con la frustrazione di attori e danzatori, il cui lavoro s’innerva di una relazione stretta con il pubblico, fatta di sguardi e affetti. Non è casuale che ad aprire il lavoro siano immagini d’abbracci, rituali nell’ambiente teatrale, cui la pandemia ci sta tristemente disabituando.
Il documentario dura circa mezz’ora. Si articola in due parti: la prima, “Prova sicura”, s’impernia su interviste e momenti delle prove dello spettacolo. Il montaggio è di Andrea Di Giovanni e Giuseppe Tiralosi. La seconda parte s’intitola “Tra sacro e profano”. Curata da Alain El Sakhawi, essa offre immagini in bianco e nero suggestive della festa, selezionate dall’Archivio dell’Istituto Luce e dalla Ciclope film.

Il progetto è firmato a quattro mani da Roberto Zappalà e Nello Calabrò, coautori anche della drammaturgia dello spettacolo. Proprio la drammaturgia di “A. Semu tutti devoti tutti?” è cambiata rispetto al debutto. Durante le prove del 2009, era in corso un processo per presunte infiltrazioni mafiose nell’organizzazione e nello svolgimento della processione e della festa, soprattutto riguardo al business della vendita della cera e ad aspetti della liturgia che ne compromettevano l’atmosfera spirituale e simbolica. Ne dava conto Roberto Zappalà nell’epilogo dello spettacolo. Quella denuncia aveva catalizzato l’attenzione dei media, con uno speciale della trasmissione televisiva d’inchiesta Report.

Nel 2013 i processi hanno scagionato gli imputati, ma qualcosa è cambiato lo stesso. L’organizzazione ha cercato di recuperare il valore sacro del rito e ha rinsaldato i legami con la società civile. La processione non asseconda più rituali mafiosi famigerati, come non sostare in prossimità di abitazioni di collaboratori di giustizia.
Soffermandoci invece sugli aspetti artistici dello spettacolo, è innegabile la capacità della danza di cogliere i molteplici e complessi aspetti di questa festa. La coreografia coglie l’essenza di una liturgia di corpi e gesti più nitida delle parole.
In questo 2021, niente processione della “vara”, il fercolo in legno con il busto reliquiario, lo scrigno e i gioielli della santa. Niente “cannalori” (candelori), i ceri barocchi portati in giro per le vie della città. Niente canti e parate. Niente fuochi d’artificio. Se le celebrazioni liturgiche si sono svolte in una cattedrale blindata semideserta, lo spettacolo ci restituisce l’immediatezza della festa.

Photo: Serena Nicoletti

Photo: Serena Nicoletti

Co-produzione tra il Teatro Stabile di Catania e Scenario Pubblico / Compagnia Zappalà Danza e Premio Danza&Danza 2009 come miglior spettacolo italiano, in “A. Semu tutti devoti tutti?”, A. sta proprio per Agata, cui furono strappati i seni per aver rifiutato le avance del prefetto romano Quinziano, che voleva imporle di rinnegare la fede. A., tuttavia, sta anche per serie A, conquistata dal Catania calcio proprio nel 2009. La mafia è presente anche tra gli ultrà della squadra etnea, ecco perché al termine dello spettacolo vediamo la cantantessa Carmen Consoli suonare in uno stadio vuoto, con un’immagine di forte impatto emotivo.
Una scenografia di filamenti di reggiseni sfibrati, pendenti sullo sfondo, sublimata da una luce dorata, dà il via a un lavoro di grande fisicità e dinamismo. A partire da quel ballerino in porpora cardinalizia che scorrazza sul palco in roller. Per poi assistere a corpi maschili a torso nudo che si autopercuotono. Il rimbalzo di schiaffi di quest’autoflagellazione medievale diventa concerto distopico di suoni sordi.

La passione è mix d’amore e sacrificio. È gioia e travaglio, eros e thanatos. Impossibile non distinguere nella danza dei performer – piagata, piegata, rasoterra – un’energia profonda e pervasiva.
Stravaganza, ghiribizzo, bizzarria. Costantemente a contatto con il suolo, costantemente con lo sguardo rivolto verso l’alto, sette danzatori (Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Alberto Gnola, Salvatore Romania, Antoine Roux-Briffaud, Fernando Roldan Ferrer, Massimo Trombetta) danno vita a un movimento corale isterico ed estatico. Ma il caos organizzato, debordante, a tratti rallenta fino alla stasi, lasciando spazio al raccoglimento.

Dentro la mattana urtante e ossessiva, una pausa d’astrazione è data dalla semplice presenza in scena proprio della santa, cui dà lineamenti e plasticità una Valeria Zampardi tanto nuda quanto pudica ed eterea. Inerte, inerme, tra le mani dei danzatori che la sorreggono, la fluente chioma fulva della danzatrice è una fiaccola di spiritualità. Gli occhi chiusi danno risonanza al corpo esanime. Questo simbolo di martirio richiama la più celebre iconografia pittorica europea, dal Caravaggio della “Deposizione nel sepolcro” e della “Resurrezione di Lazzaro” al Rubens della “Deposizione dalla Croce”, fino ai dipinti agiografici della tradizione siciliana del Settecento.

Zappalà disegna un contrasto tra luce e ombra profondo e drammatico. Modella plasticamente l’insieme dei personaggi-danzatori. La drammaticità si stempera grazie all’essenzialità degli elementi decorativi, mentre la scena è invasa da uno spazio luminoso. Una luce calda e colori sobri sciolgono corpi e gesti in una gioiosa forza dinamica.
L’atmosfera festosa, l’identità tra la città e la santa, è suggellata dai cori ultrà da stadio. La musica orchestrata da Puccio Castrogiovanni, mai invasiva, riproduce i suoni della solennità, dal silenzio, al risveglio del giorno, al respiro della comunità, con excursus elettrizzanti nel segno del rock e del pop. Le chitarre di Peppe Nicotra, il basso di Giovanni Allegra, le percussioni di Salvo Farruggio, i marranzani, la fisarmonica e le corde di Castrogiovanni, entrano nelle viscere e nel folclore di una devozione catanese che è metafora di un Sud animato da un’incrollabile speranza.

AGATA 2021| Il documentario | In assenza
un documentario di Roberto Zappalà
da un’idea di Nello Calabrò e Roberto Zappalà
montaggio Andrea Di Giovanni e Giuseppe Tiralosi / Alain El Sakhawi
una produzione Scenario Pubblico Centro Nazionale di Produzione della Danza
Compagnia Zappalà Danza in coproduzione con Teatro Stabile di Catania

A. Semu tutti devoti tutti?
Terza tappa dal progetto “re-mapping Sicily”
coreografia e regia: Roberto Zappalà
musica originale (eseguita dal vivo): Puccio Castrogiovanni (Lautari)
altre musiche Dire Straits, Rosario Miraggio, Gustav Mahler, Burt Bacharach
drammaturgia: Nello Calabrò e Roberto Zappalà
danzatori: Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Alberto Gnola,
Salvatore Romania, Antoine Roux-Briffaud, Fernando Roldan Ferrer,
Massimo Trombetta, Valeria Zampardi
musicisti Lautari: Giovanni Allegra, basso | Puccio Castrogiovanni, corde, marranzani e fisarmonica | Salvo Farruggio, percussioni | Peppe Nicotra, chitarre
video: regia Nello Calabrò e Roberto Zappalà/ interprete Carmen Consoli
scene e luci: Roberto Zappalà – costumi: Marella Ferrera, Roberto Zappalà – testi: Nello Calabrò
assistente ripetitrice: Ilenia Romano – realizzazione scene e costumi e assistente: Debora Privitera
direttore tecnico: Sammy Torrisi – ingegnere del suono Gaetano Leonardi
direttore di produzione e tour manager Maria Inguscio
una coproduzione Teatro Stabile di Catania e Scenario Pubblico/ Compagnia Zappalà Danza Centro Nazionale di Produzione della Danza
La compagnia è sostenuta da MIBACT e da Regione Siciliana Ass.to del Turismo, Sport e Spettacolo

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