A Venezia Donnelan e Ormerod inaugurano il confronto con i classici

L'Ubu roi di Cheek by Jowl
L'Ubu roi di Cheek by Jowl

Cecile Leterme, Camille Cayol e Vincent de Bouard (photo: Johan Persson)

É nel continuo confronto con i grandi classici che la Cheek by Jowl, compagnia ospite del Festival Internazione del Teatro della Biennale di Venezia, fondata nel 1981 da Declan Donnelan e Nick Ormerod, si misura fin dagli inizi della sua carriera.

Trent’anni di lavoro. Da Sofocle a Racine, da Shakespeare a Jarry, dalla collaborazione con la Royal Shakespeare Company al Festival di Avignone, dal Salzburg Festival al Bolshoi di Mosca, le riletture di Donnelan e Ormerod hanno incontrato veramente mezzo mondo.

Il confronto con i classici – una delle linea guida di questa 42^ edizione della Biennale – non è cosa nuova nemmeno per noi; sono sempre innumerevoli le messe in scena di testi del passato, basti pensare alle infinite riletture dell’Amleto shakespeariano, ai testi di Molière, Pirandello per non parlare delle riletture venete di Goldoni, o delle opere liriche, da Mozart a Rossini.


Per qualcuno i testi classici sono sinonimo di garanzia; altri, a ritrovar sempre gli stessi titoli, si appellano alla noia; solitamente, al di là della cosmesi esteriore, lo scarto, il plus si trova in ciò che resta di attuale di questi testi pur circoscritti a un tempo e un luogo distante dal nostro.

In uno dei suoi scritti Tiziano Scarpa, quando prende in considerazione un’opera di qualsiasi genere, suggeriva di chiedersi: che legge sta mettendo in scena? Quali situazioni create da quella legge vengono verificate? Se, come dice lo scrittore veneto, “una singola norma mette alla prova l’intero sistema e orienta la società verso una direzione”, scendere nel cuore di un classico potrebbe voler dire individuare quella legge o mentalità o abitudine che struttura l’esistenza umana, e fare luce sulla crudeltà delle sue applicazioni; superando così la divisione tra individuo e storia, tra classico e contemporaneo.

Nell’“Ubu Roi” di Alfred Jarry, messo appunto in scena dalla Cheeck by Jowl nell’incantevole cornice del Teatro La Fenice, la norma in questione è il dispotismo, visto – secondo l’immaginazione scenica di Donnellan e Ormerod – da dentro le mura di una famiglia borghese.

L’eccentrica vicenda viene qui trasposta nel salotto di casa di una coppia (Camille Cayol e Christophe Grégoire) che amoreggia allegramente e idealmente aspettando ospiti per cena, mentre il giovane figlio (Sylvain Levitte), meno idealmente, si contorce sul divano fra noia, inquietudine e senso di inadeguatezza.
È dal disagio del giovane che si innesca il principio di deformazione che sottende anche l’opera di Jarry. Il micro sistema che può diventare macro sistema. Il conflitto tra genitori e figli che può sfociare in conflitto generazionale. La cupidigia del singolo che può costituirsi sistema politico folle e antidemocratico.

Sarà il ragazzo infatti, con la solerzia di un regista, l’attenzione di un documentarista alle prese con la sua videocamera e la spietata leggerezza di un bambino, a mascherare e smacherare Madre Ubu e Padre Ubu, il capitano Bordure, il re Venceslao, la regina Rosmunda, nobili, magistrati, consiglieri e finanzieri.

Su tutto prevale la componente ludica presente nel testo, con accostamenti deliberatamente comici e spiazzanti. In particolare modo l’uso “ubesco” di oggetti casalinghi, a riconferma che tutto sta lì, e prende forma dall’interno: uno scopino che diventa scettro, lo scolapasta è il casco di fynanze, il mattarello una spada, il tappetino del bagno il mantello dell’imperatore, la lunga carta stagnola il grande tesoro del regno. Il ragazzo gioca così alla guerra, riservando per sé il personaggio di Bugrelao, figlio del re Venceslao e unico sopravvissuto, che a suon di mazzate si riprenderà la corona.

Sappiamo che la prima rappresentazione dell’”Ubu Roi”, nel 1896 al Théâtre de L’Oevru di Parigi, scalzò con un colpo secco le modalità ottocentesche di fare teatro, segnando in modo provocatorio l’inizio di nuovi e rivoluzionari valori estetici; tanto da assegnare a Jarry il titolo di padre della rivoluzione teatrale contemporanea del suo tempo.

Se a quel tempo era stata l’esclamazione ‘Merdre’, con cui si apre il primo atto, a suscitare il primo stupore e a mettere il pubblico di fronte alla sua doppiezza di comportamento, qui e ora è l’insieme ad agire in questa direzione: la regia vertiginosa, l’uso fantastico delle scene e degli oggetti, i bravissimi attori che in flash isterici giustappongono la dimensione ideale/reale della famiglia e la dimensione immaginaria/rappresentativa dell’Ubu, dando forma alla doppiezza umana e trasformando l’incredibile in una rappresentazione della realtà.

Ubu Roi  
di Alfred Jarry
regia Declan Donnellan
con: Xavier Boiffier, Camille Cayol, Vincent de Bouard, Christophe Grégoire, Cécile Leterme, Sylvain Levitte
scene: Nick Ormerod
assistente alla regia: Michelangelo Marchese, Bertrand Lesca
luci: Pascal Noël
musica originale: Davy Sladek
costumi: Angie Burns
movimenti: Jane Gibson
voce: Valérie Bezançon
video: Benoit Simon, Quentin Vigier
durata: 1h 45
applausi del pubblico: 3′

Visto a Venezia, Teatro La Fenice, il 4 agosto 2013
Prima italiana

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