‘Abbiamo divorato il teatro, ora lo vomitiamo. A modo nostro’. Intervista a Industria Indipendente

Industria Indipendente

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Industria Indipendente nasce dall’incontro tra Erika Z. Galli e Martina Ruggeri, poco più di cinquant’anni in due. Dal 2005 un lavoro continuo di laboratorio, contaminazioni fra teatro, performance e arti visive, scrittura drammaturgica e scenica.
KLP le ha incontrate in previsione della presentazione (stasera alle ore 21.15) di uno studio del nuovo spettacolo, “E” al Teatro Garibaldi Aperto di Palermo nell’ambito della rassegna “Orfani per desiderio”. Una rassegna che ha visto alternarsi, dall’inizio di novembre, nuove realtà ad artisti affermati come Simone Cristicchi, Elio Germano e la compagnia StabileMobile di Antonio Latella.

Nel nome che vi siete date non figura la parola “teatro”. “Industria” e “indipendente” la sostituiscono al meglio e non hanno bisogno di spiegazioni. Se dovreste, per gioco, buttarne una dalla torre, quale salvereste?
Industria Indipendente va letto tutto d’un fiato, senza pause. Il nostro nome è un simbolo, un marchio che esprime letteralmente il senso di ogni nostro movimento. Siamo un’industria, un’industria che al suo interno contiene i vari meccanismi che determinano la riuscita di ogni nostro progetto. L’industria è fatta di persone, passioni, suoni, intuizioni, proposte che vengono da noi. A questo punto sì, butteremmo giù Indipendente.

Non avete alcuna formazione teatrale ma un percorso che dalle arti visive e dalla video arte vi ha portato progressivamente a contatto con la scena. Quanto rimane dei vostri inizi nell’Industria di adesso? Quanto la determinazione e la consapevolezza diventano la migliore scuola?

Ci siamo formate facendo le spettatrici. In ognuno dei nostri lavori vive ciò che abbiamo visto e che abbiamo consumato con i sensi. Il teatro per noi è sempre stato come una pietanza da mangiare con le mani, da tuffarci la faccia dentro e tirarla fuori compiaciute. Non abbiamo mai avuto in mano le posate, gli strumenti adatti, ma ci siamo sempre sporcate la faccia divorando ogni scena, ogni movimento e ogni scelta di tutti gli spettacoli che abbiamo visto. E una volta sazie abbiamo deciso di vomitare quello che avevamo in corpo, a modo nostro.

Crepacuore” è un monologo costruito sulle doti di attrice di Diletta Acquaviva, che dà vita a una giovane donna del Sud alle prese con l’universo maschile. “A.M.O. (Aurora/Maria/Ofelia) e le conseguenze del parto naturale” affronta invece tre personaggi mitologici attraverso sei giovani attrici/performer e ballerine. “E” nasce come monologo su Edipo bambino, al quale sono state aggiunte due figure di donne. Il vostro teatro più recente è decisamente “al femminile”: è solo un caso?
La donna conosce il dolore più atroce, pertanto è portatrice di patimenti e sofferenze e allo stesso tempo di una forza non paragonabile neanche a quella di cento uomini. L’universo femminile sta avendo in quest’epoca la sua rivincita; la natura lo elesse come il sesso debole, è arrivato il momento di dimostrare il contrario.

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Ci siamo conosciuti da poco, in occasione della vostra residenza al Forte Fanfulla (dove sono stati presentati i tre spettacoli citati sopra). Ho notato subito una capacità non comune di guardare le persone, e di ascoltarle, ma anche di essere guardate, in trasparenza. Con rigore e leggerezza allo stesso modo. Questo crea una “chimica” che emerge anche nei vostri spettacoli. Tutto questo può diventare pericoloso o è anche un punto di forza?
È sottile la linea che separa la forza e la convinzione dal rischio. Noi preferiamo camminare in punta di piedi su quella linea, consce che un solo alito di vento può farci oscillare da una parte o dall’altra. Il bello di mettersi in gioco è questo, è il pericolo di fallire. Se non fosse così smetteremmo di muoverci.

Molte delle attrici di “A.M.O.” vengono da un percorso accademico, ma il lavoro finale sfugge ai cliché teatrali e alla recitazione classica per enfatizzare il lavoro di laboratorio e la condivisione comune di un percorso. Come avete lavorato su di loro? Per sottrazione o per stordimento?
Abbiamo un codice. Gli attori che decidono di iniziare un percorso con noi sanno benissimo che dovranno accantonare il loro “metodo”, accettare le nostre regole e “sposarci”. Come ogni matrimonio ci sono delle crisi e dei momenti idilliaci. E’ un legame fortissimo, soprattutto quando lavoriamo per settimane tutti i giorni dalla mattina alla sera. Noi abbiamo delle regole che cambiamo e mettiamo in discussione. Ma quello che chiediamo sempre è cercare, non appoggiarsi, insomma vogliamo essere “disturbate” da loro, continuamente, senza Checov di mezzo.

La scena teatrale indipendente romana vive un periodo artisticamente intenso: grandi fermenti e condivisioni, alcuni scontri con le istituzioni e spesso poche risorse. Come vi inserite in questo “sottobosco”, a volte accusato di essere troppo chiuso su se stesso?

Non lo sentiamo tutto questo rumore, la scena indipendente romana è forse qualcosa che deve essere letto anche questo senza pause. E che noi non conosciamo. È qualcosa che unisce generi, compagnie, idee, seppur diversi tra loro, tutti sotto lo stesso cappello. Ma forse si sta un po’ stretti là sotto. Inoltre siamo nate artisticamente in questa epoca, nell’epoca della privazione e della sottrazione: per noi è normale muoverci tra gli ostacoli, partiamo da questo sottobosco per poi voler arrivare alla cima della montagna più alta. Abbiamo da subito imparato a resistere e a guardare dritto, senza farci distrarre dai rumori tutti intorno.

Un nuovo anno sta per iniziare: invece dei bilanci (è meglio che siano gli altri a farli) vorrei sapere quali saranno le novità di Industria Indipendente. Il vostro gruppo di lavoro si sta stabilizzando oppure siete ancora in cerca?
Sempre in cerca, sempre alla ricerca di qualcosa che sia un nuovo linguaggio, se non un nuovo movimento o una nuova espressione. Non ci fermiamo mai. Ciò che è stato, ciò che facciamo ora è già passato e l’attenzione è rivolta a nuovi progetti che sono quelli presenti ma sempre con uno sguardo al domani. Ogni mattina apriamo gli occhi e abbiamo sempre qualcosa da appuntare o di cui discutere riguardo nuove idee. I veri ostacoli non sono gli altri, le altre compagnie, i non-movimenti che vanno creandosi; i veri ostacoli ce li creiamo noi, per superarli, ogni volta, per superarci.
 

 

Krapp is a poor man


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