Abstract: lo scheletro e l’anima. Silvia Rampelli apre Grandi Pianure

Abstract di Silvia Rampelli
Abstract di Silvia Rampelli

Un grande spaesamento prende lo spettatore di fronte ad “Abstract – un atto concreto”, ultimo lavoro di Silvia Rampelli, in apertura di Grandi Pianure, la rassegna di danza contemporanea del Teatro di Roma curata da Michele di Stefano, che Klp proverà a seguire da vicino (coronavirus permettendo). Uno spaesamento che è composto dal duplice movimento di entusiasmo e repulsione, di fronte a un lavoro che si presenta in modo quasi ostile, nei suoi tempi lunghi, lenti, nelle immobilità che esprimono più assenza che intensità.

Lo spettacolo è strutturato da un segno severo, affilato per due buoni terzi della sua durata, un segno asciutto, mai incurvato, tendente persino all’afasia: i tre performer, Chiara Cristiani, Eleonora Chiocchini e Valerio Sirna, siedono su tre sedie qualsiasi, da sala d’attesa. Attendono, in effetti, parrebbe, e a lungo. Minimi gesti – ma non tra loro, minimi gesti ciascuno da sé.
Altra scena: i corpi vengono a un contatto, si muovono ora uno con l’altro in qualcosa che sembrerebbe un provarsi a vicenda, un usarsi senza scopo, un disporsi a vicenda in pose, in rotazioni efficaci nella meccanica ma svuotate da finalità o anche solo da allusioni: collocazioni, appunto, astratte, che non hanno il tempo di cristallizzarsi perché subito sono infrante e condotte verso altre geometrie, nuovamente fluide in questa loro segmentazione di arti, schiene, teste.

Sembra che Rampelli – fondatrice nel 2002 di Habillé d’eau – abbia fatto un ulteriore passo in direzione dell’organico pre-individuo, dell’organico-macchina, con i suoi snodi, i suoi equilibri di materia e pesi, i suoi volumi, scendendo di un grado ancora rispetto a quanto Sergio Lo Gatto scriveva, due anni fa, a proposito del precedente “Euforia”: «Un ambiente per il movimento e per il corpo in cui quest’ultimo precipita nella propria stessa esposizione».


Con uno sforzo di fantasia non è difficile immaginare che queste disposizioni esatte ma declinanti possano somigliare a enunciati del tutto corretti, “grammaticali” ma privi del loro preordinante versante semantico. Gli elementi sintattici oliatissimi producono in “Abstract” quello che sembra un vuoto perfetto di qualunque senso altro oltre il loro reggersi a vicenda. Al quale, tuttavia, non rimane, almeno in linea di principio, preclusa la poesia – è possibile infatti della poesia anche nella combinatoria delle astrazioni.

Tra una scena e l’altra, intanto, compaiono sul fondo videoproiezioni di connettivi verbali o di specificazioni di tempo, esse pure astratte, esse pure tutte interne, senza alcun riferimento a un fuori reale, fino al parossismo di una isolata (e compiaciuta) congiunzione: “e”.
Le scene sono legate fra loro dunque con un altro di quegli stratagemmi puramente strutturali che, dal punto di vista del pubblico, ne riducono la libertà combinatoria di ricostruzione, e scoraggiandola la indirizzano (bando ai voli, bando alle ipotesi stralunate, ai messaggi alle introspezioni).
Ecco allora che l’apparente aporia che titolo e sottotitolo generavano con l’accoppiata antinomica di “astrazione” e “concretezza”, risulta immediatamente lineare, persino consequenziale. L’astrazione è la mancanza di un contenuto “altro” da comunicare che non sia il funzionamento, la struttura concreta della presenza in scena, l’“esposizione” di cui parlava Lo Gatto, sottoposta a una luce di negazione.

I tre performer nel frattempo sono tornati sulle loro sedie. Sono nudi, proprio come il gran cane uggiolante che Sirna tiene al guinzaglio: la posizione è specchiata rispetto all’inizio del lavoro. Dopo poco lui si alza, si veste, esce di scena, come faranno anche i compagni.

Si dice che talvolta dalle gabbie toraciche dei cadaveri nei cimiteri, anch’essi scheletri perfetti, asciutti, senza più muscoli né carne a rivestirli, si sprigioni una fiamma azzurra, un fuoco fatuo – forse l’anima. Ed ecco che nel bel mezzo di una simile complessione scheletrica, sotto finale, Eleonora Chiocchini irrompe con la sua chioma nerissima in una straziante penombra, con un assolo fatto di virtuosismi, vortici rabescati, dolorose coperture di spazi improvvisamente slargati, superfici di altri pianeti, senza evidenti collegamenti con il resto del lavoro. Un monologo fisico ma urlato, che salta a piè pari quella mancanza di carne che mancava al lavoro, per atterrare sull’altro estremo dell’indicibile, a quell’ineffabile che stroppia e opprime e che portava Dante allo smarrimento dei sensi. Che può esprimersi solo con un atto di liberazione, un estremo irriducibile a una qualsivoglia grafia.

È così che Rampelli conclude il suo “Abstract”, con questo grido pre-sintattico, addirittura preverbale, che se cagiona un’irrecuperabile incongruenza compositiva all’intero progetto, risuona come quel tipo di sconfitta, di resa al dolore, che è propria dei poeti.

Abstract – un atto concreto
ideazione e regia Silvia Rampelli
danza Alessandra Cristiani, Eleonora Chiocchini, Valerio Sirna
luce Fabio Sajiz
accompagnamento Gianni Staropoli
comunicazione Paola Granato
produzione Habillé d’eau, Tir Danza Coproduzione Armunia/Festival Inequilibrio, Festival Danae
con il sostegno di Grandi Pianure – Teatro di Roma – Teatro Nazionale e di Short Theatre e Centro di Residenza della Toscana Armunia CapoTrave/Kilowatt
con il supporto di Komm Tanz_Passo Nord progetto residenze Compagnia Abbondanza/Bertoni
ringraziamenti Andrea Margarolo, Roberta Zanardo

durata: 55’
applausi del pubblico: 1′ 30”

Visto a Roma, Teatro India, il 15 febbraio 2020

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