Addio alle armi. Pettorruso & Detassis riscrivono Hemingway

Addio alle armi (photo: Alessandro Giuliani)
Addio alle armi (photo: Alessandro Giuliani)

Sembra quasi la canzone “Generale” di De Gregori questo “Addio alle armi” che Maura Pettorruso e Stefano Pietro Detassis (TrentoSpettacoli) hanno messo in scena al Teatro della Cooperativa di Milano nell’ambito della rassegna “Grande Guerra”. Quasi. Perché qui gli echi della guerra risuonano ancora, e il nemico rimane alle porte.

Dialogo intimo tratto dal celeberrimo romanzo di Ernest Hemingway, “Addio alle armi” è una storia d’amore, guerra e diserzione. Al centro l’americano Frederic Henry, volontario nei reparti sanitari dell’esercito italiano, innamorato dell’infermiera inglese Catherine Barkley.
Ferito, Frederic è trasportato a Milano. Qui è raggiunto da Catherine, che trascorre con lui la convalescenza e un’intera estate. Quando Frederic torna al fronte, viene coinvolto nella rotta di Caporetto. Frederic diserta e raggiunge Catherine, incinta di lui, a Stresa. Insieme si rifugiano in Svizzera, per dedicarsi al loro amore e al figlio in arrivo.

La riduzione di Maura Pettorruso colloca la vicenda in prossimità dell’epilogo, comprimendola secondo le unità aristoteliche di luogo, tempo e azione. In una stanza oltre confine, in una notte tra letto e scrivania, sigarette, whisky e abat-jour.
Luci delicate, psicologiche, poste insolitamente sul palco, creano una condizione di quiete remota. L’ambientazione è notturna, in un tempo sospeso tra passato e futuro. Tutto è vago, tranne la pioggia incessante, che risuona dall’esterno come un’insidia perenne.


Il tempo fisico e quello meteorologico diventano parte dell’azione. Lo spettacolo rimane centrato sulla storia d’amore, resa però non secondo lo stile hollywoodiano di qualche trasposizione cinematografica del romanzo di Hemingway, ma in modo sfumato e malinconico.

L’evento bellico risuona in lontananza, come senso di colpa per la diserzione, come paura di una condanna. È il rigurgito di un’esperienza di morte e lamenti, urla, imprecazioni, preghiere, affanni. I due protagonisti danno voce a tutta l’orribile assurdità della guerra, spogliata di qualunque retorico eroismo, ridotta al suo fondamento di privazione e negazione assoluta della vita. È una litania macabra che impedisce all’amore di decollare, ne mina la fiducia, ne frena lo slancio progettuale.

La sofferta riscrittura di Maura Pettorruso (la riduzione è il prodotto di ben quindici rielaborazioni e di un anno e mezzo di lavoro) esprime il paradossale ma struggente amore per la vita che l’esperienza continua della morte finisce per ingenerare, egoisticamente, nel combattente.

Emerge il rapporto con l’assoluto rappresentato dalla morte, non dal pericolo. Rappresentato da quella tragedia che porta a incontrarsi nel massacro.
Non c’è traccia d’odio per nessuno. C’è la consapevolezza della dimensione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, quell’esaltazione dello slancio vitale, del bisogno di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. Si vive nella contraddizione. Ma l’esito è beffardo.

Attraverso l’esperienza della morte, l’uomo impara ad attribuire il giusto valore alla propria vita. Eppure questo fermento resterà strozzato. Quella morte che guardava di soppiatto durante la guerra, si prenderà la rivincita proprio mentre la vita si appresta a fluttuare ed esplodere. Spodestando Frederic e Catherine del destino felice cui sembravano avviati.

Pettorruso e Detassis costruiscono un testo essenziale e poetico, intriso d’atmosfere inquiete e meste, dall’esito nichilista. Una regia con rari sussulti. Una prova attoriale sottovoce, lineare, senza guizzi, in ogni caso coerente con le scelte drammaturgiche.

ADDIO ALLE ARMI
dal romanzo di Ernest Hemingway
interpretazione e regia Maura Pettorruso e Stefano Pietro Detassis
organizzazione Daniele Filosi
una produzione TrentoSpettacoli
e Trentino Book Festival 2015
con il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto e Regione Autonoma Trentino-Alto Adige

durata: 1 h
applausi del pubblico: 1’ 25”

Visto a Milano, Teatro della Cooperativa, il 23 gennaio 2016

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