Adriana Lecouvreur: il capolavoro di Cilea con la regia di Rosetta Cucchi

Ancora una volta Rai 5 ci ha fornito l’occasione di assistere ad un’opera che avevamo solo ascoltato e che, per merito del Teatro Comunale di Bologna, originariamente prevista lo scorso maggio, ma sospesa a causa dell’emergenza sanitaria, abbiamo potuto godere appieno attraverso un film-opera adattato apposta per la televisione, con l’orchestra del teatro felsìneo diretta da Asher Fisch, e firmato da Rosetta Cucchi, direttrice artistica del Wexford Festival Opera.

Parliamo di “Adriana Lecouvreur”, del compositore calabrese Francesco Cilea, il cui debutto ebbe luogo il 6 novembre 1902 al Teatro Lirico di Milano, basata sul libretto di Arturo Colautti da un soggetto tratto dal dramma “Adrienne Lecouvreur” di Eugène Scribe e Ernest Legouvé.
Come è accaduto per altre opere, “Adriana Lecouvreur”, dopo esser stata spesso rappresentata, subito dopo la prima, in Italia e all’estero, a partire dal 1910 venne dimenticata, per essere fortunatamente recuperata vent’anni dopo, negli anni Trenta, rientrando stabilmente in repertorio.

L’opera si ispira a un personaggio realmente esistito, Adrienne Couvreur, che, quando nei primi decenni del ‘700 cominciò ad affermarsi in teatro, aggiunse un “Le” al suo cognome e divenne poi una grandissima attrice della Comédie Française, notissima per le sue interpretazioni delle opere di Corneille, Racine, Crebillon e Voltaire.
Fu amata, come vedremo anche nell’opera di Cilea, da Maurizio di Sassonia e forse anche da Voltaire, morendo nel 1730 per una grave infezione, ma “vox populi” favoleggiava che fosse stata avvelenata da una collega invidiosa.

Fu l’editore Edoardo Sonzogno, che sperava di ripetere con l’opera lo stesso successo di “L’Arlesiana”, opera che aveva portato alla fama Enrico Caruso, a suggerire a Cilea l’idea di “Adriana Lecouvreur”.

L’opera si apre nel retropalco della Comédie Française, nel momento in cui, prima della rappresentazione, gli attori si preparano e le attrici si truccano. Si rappresenta “La Bajazet” di Racine, in cui recitano due grandi primedonne: Adriana Lecouvreur e la Duclos, protetta del principe di Bouillon, che nell’opera è sempre accompagnato dal perfido Abate di Chazeuil.
Diciamo subito che è assai complicato narrare in modo chiaro e breve le vicende dell’opera, tanto sono complessi e a volte arzigogolati i fatti che la compongono. Cercheremo dunque di illustrarli attraverso gli accadimenti più importanti e le principali concatenazioni, così da renderne al lettore più facile la comprensione.

Al centro c’è, come in ogni opera che si rispetti, l’amore contrastato fra un soprano, la grande attrice Adriana Lecouvreur, e il tenore, Maurizio, il conte di Sassonia in persona e non un semplice alfiere come l’attrice aveva precedentemente saputo. Ma invece del solito baritono, l’antagonista qui è un mezzosoprano, rappresentato dalla vendicativa principessa di Bouillon.
Di Adriana è anche segretamente innamorato il bonario e attempato direttore di scena, Michonnet (“Ecco il monologo”).
Nel primo atto, oltre alla presentazione della protagonista con la sua famosa aria di apertura “Io sono l’umile ancella” che troveremo come leitmotiv ricorrente, avviene anche il primo incontro tra i due amanti, in cui Adriana offre un mazzetto di viole – che vedremo avere capitale importanza nell’intreccio – a Maurizio, e anche lui ha la sua aria di entrata (“La dolcissima effige”).
Nel secondo atto Maurizio deve incontrarsi nella villa della Duclos per motivi strettamente politici con la Principessa di Bouillon, pazzamente innamorata di lui, che invece non la desidera, ma di cui Maurizio ha bisogno affinché la donna interceda per lui al fine di ottenere stabilmente il trono di Sassonia.
La principessa aspetta trepidante Maurizio, presentando i suoi sentimenti con la romanza “Acerba voluttà” anch’essa leitmotiv, assai più cupa di quella di Adriana, che accompagnerà il personaggio durante tutta l’opera. La principessa dice a Maurizio che nemici potenti contrastano l’ascesa del conte al trono di Polonia e che lo vogliono arrestare.
Maurizio, allora, preferirebbe partire (“L’anima ho stanca”) ma, per non scontentare del tutto la donna, le regala le viole ricevute in dono da Adriana. Intanto nella villa giunge proprio l’amata, che lo incontra, sorpresa, e i due si scambiano nuove promesse d’amore, mentre il malefico abate rivela alla donna la presenza di una rivale, che lascia intendere essere la Duclos.
L’uomo convince Adriana della sua innocenza e la supplica di aiutare la donna chiusa nella stanza ad uscire dal nascondiglio, coprendone la fuga col buio assoluto.
Le due donne, spinte dalla gelosia, cercano di indovinare l’identità una dell’altra, ma l’improvviso arrivare di qualcuno fa partire la principessa, che fuggendo perde un braccialetto, raccolto e consegnato infine ad Adriana.

Il terzo atto si svolge durante una festa nel palazzo dei principi di Bouillon, dove viene eseguito un balletto di stile classico (“Il giudizio di Paride”). Le due donne, attraverso dei sotterfugi, finalmente scoprono la verità e alla fine Adriana recita il famoso “monologo del richiamo” dalla Fedra di Racine e, sulle ultime parole (“Come fanno le audacissime impure cui gioia è tradir”) indica a tutti la principessa, che giura di vendicarsi.
Nell’ultimo atto Adriana, che da molto tempo ormai non calca più il palcoscenico, pensa che Maurizio l’abbia lasciata e riceve una visita degli amici attori che la invitano a tornare con loro.
Intanto le viene consegnato un cofanetto che lei crede inviato da Maurizio: contiene un mazzetto di viole che dopo averlo annusato getta tra le fiamme, e qui viene eseguita dal soprano la famosa aria “Poveri fiori”.
Subito dopo arrivano anche lo stesso Maurizio e il fido Michonnet che, incurante del suo amore per la donna, lo ha invitato a venire.
I due amanti si rinnovano le promesse d’amore, ma improvvisamente la cantante impallidisce, delira (in un momento che ci ricorda tanto le pazzie dei melodrammi musicali ottocenteschi) morendo sotto gli sguardi disperati dei due uomini.
Le violette nel cofanetto erano avvelenate e provenivano dalla principessa di Bouillon!

Quest’opera, capolavoro di Cilea, compositore assai schivo che abbandonò presto l’arte di comporre, morendo nel 1950 a Varazze, riesce nell’intento di armonizzare lo stile del verismo italiano, ammorbidendolo con il lirismo melodico della tradizione operistica francese, di cui recupera il carattere melanconico ed elegiaco, spruzzando il tutto di riferimenti alla grande tradizione del suo Paese.
Nella regia del film-opera di Rosetta Cucchi, i quattro atti sono ambientati in epoche diverse, con protagoniste le attrici icone che ne hanno rappresentato lo spirito, mentre a sigillare il senso generale dell’allestimento troneggia, nell’ultimo atto, significativamente la frase: “Il tempo è un’invenzione della gente incapace di amare”.
Ecco che così, in un gioco continuo di teatro nel teatro (vi è anche l’utilizzo di ombre), la vera Adriana vive la sua storia in un retropalco della prima metà del Settecento nel primo atto; nel secondo atto, ambientato nell’Ottocento, Adriana è Sarah Bernhardt e il gioco a rimpiattino con la sua rivale viene posizionato in due palchi contigui; il terzo, posizionato negli anni ’20 del secolo scorso, si svolge sul palco in un café chantant, protagoniste le dive del cinema di allora, mentre l’ultimo atto, il più riuscito, è ambientato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta del Novecento in una Parigi dominata dalla lotta per i diritti. Qui Adriana è sola, in lei forse ravvediamo Juliette Greco, nella sua follia (resa molto bene sia dall’interprete sia dalla regia, che qui utilizza mezzi squisitamente cinematografici) con bella invenzione registica, sente la voce di Maurizio solo da lontano, intravvedendolo nel volto di Michonnet, l’unico che forse l’ha amata, senza però rubarle il cuore.
L’idea delle diverse ambientazioni portata avanti dalla regista è nel complesso riuscita, anche se paradossalmente la scena più convincente è l’ultima, dove sul palco completamente vuoto, il mezzo cinematografico ha la sua rivincita nel gioco di immagini tra Maurizio e Michonnet. Molto più debole ci è parsa l’invenzione del secondo atto, che vive musicalmente in un chiaroscuro opprimente e che qui è invece risolto con evidente difficoltà, dovendo essere ambientata anch’essa in teatro.

Tra gli interpreti abbiamo apprezzato più il comparto femminile che quello maschile, a parte Nicola Alaimo, nei panni di Michonnet, veramente impeccabile come interprete e vocalmente in tutte le sfumature che la parte gli concede; mentre Luciano Ganci, come Maurizio, a volte risulta poco espressivo, riuscendo non sempre a sostenere tutte le tessiture vocali richieste per l’amante dell’attrice.
Nelle parti femminili, protagonista dell’opera di grande fascino è il soprano lettone Kristine Opolais, che dà smalto interpretativo e vocale a tutte e quattro le icone che deve impersonare (molto brava anche nei monologhi più squisitamente teatrali). Convincente ci è parsa Veronica Simeoni nei panni della principessa di Bouillon.

Adeguati i costumi e luci, firmati rispettivamente da Tiziano Santi, Claudia Pernigotti e Daniele Naldi, con le coreografie di Luisa Baldinetti, presente anche come ballerina, e i video di Roberto Recchia. Asher Fisch, dirige con piglio l’orchestra del Comunale di Bologna sottolineando in modo espressivo tutti gli aspetti chiaroscurali della vicenda.

Adriana Lecouvreur
Francesco Cilea
DIRETTORE Asher Fisch
REGIA Rosetta Cucchi

Cast:
Maurizio Luciano Ganci
Il Principe Di Bouillon Romano Dal Zovo
L’abate Di Chazeuil Gianluca Sorrentino
Michonnet Nicola Alaimo
Adriana Lecouvreur Kristine Opolais
La Principessa Di Bouillon Veronica Simeoni
Mad.Lla Jouvenot Elena Borin
Mad.Lla Dangeville Aloisa Aisemberg
Quinault Luca Gallo
Poisson Stefano Consolini

Acrobata Davide Riminucci
Ballerina Luisa Baldinetti
Maggiordomo Attore Della Scuola Di Teatro Galante Garrone
Figuranti Della Scuola Di Teatro Galante Garrone

Maestro Del Coro Alberto Malazzi
Scene Tiziano Santi
Costumi Claudia Pernigotti
Luci Daniele Naldi
Coreografie Luisa Baldinetti
Video Roberto Recchia
Assistente Alla Regia Davide Gasparro
Collaboratore Alla Regia Stefania Panighini
Assistente Alle Scene Serena Treppiedi
Assistente Ai Costumi Massimo Carlotto

Nuova produzione del TCBO

Visto il 10 marzo 2021. Visibile in streaming su Rai Play

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