Al buio si vede meglio: il Soleils di Charleroi Danses

Charleroi Danses Soleils

Charleroi Danses ha presentato a Cagliari, in prima nazionale, Soleils (photo: Festival Internazionale Nuova Danza)

Visse praticamente sempre a Ostenda, prigioniero prima di tutto di un carattere di merda James Ensor.
Visse anche a lungo, chiuso in un rancore verso la forma sociale fatta di maschere scure, scheletri a passeggio e damine esibizioniste vestite da reginetta. “Ogni maschera in fondo giudica e disprezza l’altra”.

Ecco perchè non ebbe mai, come scopo nella vita, quello di fare un bel quadro, di quelli che metti sopra il divano, e la sera torni a casa e gli dai serenamente le spalle in un salotto feng shui, telecomandando uno schermo al plasma di dimensioni paramount.

L’ironia, l’attacco feroce alla società, ai suoi personaggi, è in fondo l’unico ruolo che l’arte può e deve avere in ogni tempo. Perchè la storia si ripete, anche le facce si ripetono, i giochi, i ruoli. L’unica cosa che davvero cambia è l’arte, che dialogando col suo tempo trova codici sempre nuovi per farsi testimonianza scomoda. 

Allora l’arte scenica deve rassicurare? O portarti invece dentro una scatola magica ma oscura, dove sia chiaro a tutti che si tratta di finzione, ma dove il compiacimento viene azzerato, le inquietudini prendono il palcoscenico, lo svuotano di fili, connessioni, elettricità e orpelli della società dello spettacolo, per cercare di capire a quale brodo primordiale appartiene l’essere umano? Quali ragioni ha e deve trovare per un’esistenza che non sia sopruso?

Charleroi Danses era già stata ospite del FIND (Festival Internazionale Nuova Danza) nel 1996 e nel 1997, con le due creazioni di Fréderic Flamand “Ex Machina” (all’Anfiteatro Romano) e “Moving Target” (al Teatro Lirico), storica coreografia, quest’ultima, ripresentata di recente dal grande coreografo belga nell’ambito della rassegna MilanOltre.
Flamand intanto si è spostato a Marsiglia (ma anche questa esperienza sta volgendo al termine e prende quota l’ipotesi di un ritorno in Belgio).
A dirigere invece Charleroi Danses è ora Pierre Drouler, che nell’edizione 1997 di FIND presentò “Les petites formes”. Ma questa è noiosissima storia.

L’oggi che abbiamo davanti è la black box vuota, le maschere della nostra società che si agitano, l’uomo nero, la regina mezza nuda, lo scheletro che è a metà strada fra i segni di Ensor e quelli della Abramovic più commerciale.
Pierre Droulers spiazza, mettendoci per un’ora a disagio, ma in un caos composto e regolato, dove ti pare che quei movimenti, di individui solitari e anime in pena, abbiano un profondo principio ordinatore che, anche ove non visibile, si percepisce ugualmente.

Nessuna nota, solo percussioni, battiti. Prima angoscianti finchè queste maschere del nostro tempo si affannano in una dimensione di luce artificiale, di vita artificiale.
Poi battiti ancestrali, quasi cardiaci, dove la luce è il fuoco prometeico, la fiammella che qui e lì si accende, secondo la raccomandazione della Dickinson, secondo cui alla luce della lampada meglio si vede.
E anche qui un altro inspiegabile legame con Milano e il denso e altrettanto cerebrale spettacolo, sempre in scena in questi giorni al Teatro dell’Elfo, che Elena Russo Arman e Alessandra Novaga stanno dedicando alla grande poetessa “la mia vita era un fucile scarico”. Partendo proprio da quella luce primordiale, in cui risiedono angosce e speranze.

Lì tutto è bianco, qui tutto nero. Ma le pareti sono le stesse. I limiti, il tentativo di rompere le false rassicurazioni e il proprio tempo, per cercare una dimensione vera, profonda, naturale dell’io. Sia qui che lì la luce e la musica si mescolano per generare la sensazione del caos e della rinascita, per declinare la possibilità di un purissimo piacere.

Che lì è per la parola, per la scoperta della sessualità libera, dell’identità; qui per il ritorno alla tribalità, al ritmo, al ballo circolare (e pare di leggere più d’un riferimento agli ultimi studi sulla primordialità del segno danzato su cui si è interrogata di recente Claudia Castellucci, studi di cui la Sardegna ha anche conosciuto qualche esito, e che in più d’un movimento viene riproposto).
Eclisse e rinascita, attraverso la luce fioca e le ombre invisibili dei poeti Emily Dickinson e Dylan Thomas, che neri si aggirano come spettri, fra luci ed ombre.

La felicità è l’ancheggiare di una ballerina brasiliana, che potrebbe essere anche mia zia, che si cinge il fianco con due festoni di natale mentre fa le pulizie il sabato mattina. Ballando uno standard jazz o una canzoncina pop che viene diffusa dalla radio. Ma libera. Buio. Anzi, luce.

SOLEILS

spettacolo per nove danzatori
creato da Pierre Droulers in collaborazione con i danzatori
danzatori: Louis Combeaud / Yoann Boyer, Malika Djardi, Stanislav Dobak, Youness
Khoukhou, Renan Martins, Benjamin Pohlig, Peter Savel, Jonathan Schatz, Katrien
Vandergooten
collaborazione artistica: Yuji Oshima
musica originale: Beth Gibbons, Eric Thielemans
lighting design: Pierre Droulers, Marc Lhommel
costumi: Jean-Paul Lespagnard
scena: Chevalier-Masson
assistente artistico e suono: Arnaud Meuleman
assistente alla coreografia: Michele Yang
coordinatore tecnico: Marc Lhommel
tecnici di consolle luci: Alice Dussart, Philippe Fortaine
tecnico di consolle suono: Benoît Pelé
stage manager: Aurore Labrosse
costruzione: Maurizio Pipitone
produzione: Charleroi Danses, Centre chorégraphique de la Fédération Wallonie-Bruxelles
coproduzione: Kunstenfestivaldesarts / Festival de Marseille / Next Festival Thank’s to Jean-
Biche, Benoît Caussé, Sylvie Mélis, Wagner Schwartz

applausi del pubblico: 3′ 05”

Visto a Cagliari, FIND Festival, il 26 ottobre 2013
Prima nazionale


 

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