Al Rof l’Aureliano in Palmira di Martone non convince

L'Aureliano in Palmira al Rof (photo: rossinioperafestival.it)
L'Aureliano in Palmira al Rof (photo: rossinioperafestival.it)

L’Aureliano in Palmira al Rof (photo: rossinioperafestival.it)

E’ con grande interesse che a Pesaro quest’estate abbiamo ascoltato l’unica opera che non era stata ancora visitata dal Rossini Opera Festival della grande produzione rossiniana: “Aureliano in Palmira”.

Essa costituisce, per chi scrive, uno dei nostri più graditi ricordi di viaggio, avendola ascoltata in cuffia, proprio tra le meravigliose rovine della città siriana che ancora custodisce la memoria della regina Zenobia che combatté contro Roma e che nel 274, vinta e incatenata, venne esibita come trofeo durante le celebrazioni per il trionfo di Aureliano.

E infatti il libretto di Felice Romani (il futuro autore di capolavori come Elisir d’amore, Norma, Sonnambula, Turco in Italia, era, quando lo scrisse, come del resto anche Rossini, giovanissimo) trae spunto appunto da “Zenobia in Palmira”, il libretto di Gaetano Sertor, già musicato da Pasquale Anfossi nel 1789 e da Giovanni Paisiello nel 1790.
Dell’opera non conserviamo l’originale partitura autografa di Rossini, e il festival ha così affidato la “ricostruzione” e la direzione al filologo Will Crutchfield, che avevamo già ascoltato dirigere il “Ciro in Babilonia”.

L’opera rossiniana fu rappresentata con scarso successo per la prima volta in occasione dell’apertura della stagione di Carnevale del Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre 1813, avendo nel ruolo di Arsace il famoso castrato Giovanni Battista Velluti, che comunque insieme a Carolina Bassi Manna (in travestie) la ripropose più volte, anche se ai nostri tempi è stata ripresa solo nel 1980 a Genova.

Opera curiosissima, questa, del maestro pesarese, alle prime armi e, secondo il nostro parere,  poco riuscita, soprattutto per una drammaturgia ripetitiva e musicalmente stancante (essendo stati recuperati i tagli dalla durata di quasi 4 ore). Anche se per la verità il nostro Gioachino, nel dicembre del 1813, ci aveva già offerto alcuni meravigliosi capolavori come “Tancredi” ed “Italiana in Algeri”.
Curiosa perché ci meraviglia sin dall’inizio, ascoltando la sinfonia, che riconosciamo identica a quella che poi Rossini utilizzò per il “Barbiere di Siviglia” e dove il primo coro ricalca allo stesso modo l’aria di Almaviva “Ecco ridente il cielo” della medesima opera (ma se si ascolta bene è anche presente “Io sono docile” di Rosina).
Rossini, pur scontento anche lui della sua creatura, credette però alla validità di alcune altre parti della musica che poi volle recuperare anche per “L’Elisabetta, regina d’Inghilterra”.

La scena si svolge nella città di Palmira e nei suoi dintorni, mentre l’imperatore romano Aureliano sta attaccando la città, dove la regina Zenobia e il suo amante, il comandante Arsace, con notabili e sacerdoti nel tempio di Iside pregano per la loro salvezza.
Arsace impegna le truppe persiane nella difesa della città ma viene sconfitto. Mentre i soldati romani celebrano la vittoria, giunge Aureliano, che chiede ad Arsace, ora suo prigioniero, di arrendersi, ricevendo però risposta negativa e dicendosi pronto a morire per l’amata.

Intanto Zenobia, dopo aver pregato Aureliano di liberare i prigionieri, chiede di poter almeno vedere Arsace un’ultima volta, e con lui piange per il loro comune destino avverso.
Aureliano invano promette di liberare Arsace, a condizione che egli abbandoni Zenobia; ma l’eroe rifiuta e viene condannato a morte. Gli eserciti di Roma e di Palmira  intanto si preparano per un’ulteriore battaglia.

I Romani alla fine conquistano Palmira e Aureliano offre il proprio amore a Zenobia, ma anche lei ostinatamente rifiuta. Arsace, intanto liberato, fugge sulle colline presso l’Eufrate, dove alcuni pastori lo proteggono, e riorganizza le sue truppe, ma viene un’altra volta sconfitto. Fuggendo si ritrova un’ultima volta con l’amata Zenobia, e quando vengono scoperti dalle truppe romane chiedono di essere messi a morte.
Ma infine Aureliano, supplicato anche da Publia, figlia di un generale romano, segretamente innamorata di Arsace, e dai sacerdoti di Palmira, libera i due amanti, concedendo loro di regnare insieme sulla città, a patto che entrambi giurino fedeltà all’Impero Romano.

Vi è nell’opera una ripetizione di situazioni che lascia poco spazio alle azioni. Come abbiamo già detto l’opera è assai ardua da ascoltare, anche se contiene momenti di bellissima musica come il duetto e la scena tra Arsace e Zenobia “Se tu m’ami o mia regina” o la scena notturna verso il finale del secondo atto “Mille sospiri e lacrime”, o ancora il momento arcadico dei pastori “L’Asia in faville e volta”.

La regia di Mario Martone, che tra l’altro di solito amiamo molto, ci pare qui deludente, pur nell’economia di mezzi con cui viene esplicitata e nel doveroso tentativo di uscire dalle convenzioni. Ma nel complesso ci sembra banale così come è realizzata, con una scenografia costituita da una serie di velari mobili tra cui si muovono da una parte la corte di Zenobia, agghindata di vesti colorate, dall’altra i Romani con anfibi militari moderni, per non parlare delle caprette e del clavicembalo che vagano disordinatamente per la scena.

In qualche modo interessanti invece le didascalie finali, che ci aggiornano sulla reale storia di Zenobia, adattando le sue ragioni alla contemporaneità nel contesto del conflitto Occidente – Oriente, purtroppo mai sedato.

photo: rossinioperafestival.it

photo: rossinioperafestival.it

Su tutto il cast vocale svetta in assoluto Jessica Pratt-Zenobia per il controllo dei suoi mezzi vocali, che si esprimono nelle arie e nei recitativi, adattandosi perfettamente a tutte le agilità che Rossini suggerisce, sia per l’interpretazione che si esplicita nei vari atteggiamenti che il personaggio possiede, autorevole quando è regina, patetico e dolce quando è innamorata del suo Arsace.
Michael Spyres è un Aureliano perfetto nei recitativi declamati (che ci ricordano negli atteggiamenti il Tito mozartiano), più in difficoltà con gli acuti.
Nella parte di Arsace (meno battagliero e decisamente meno interessante dell’omonimo, presente in Semiramide) Lena Belkina ci è parsa corretta ma superficiale nei modi con cui il personaggio dovrebbe esprimersi.

La direzione di Crutchfield, a cui va ascritto il lodevole merito di aver restituito alla partitura la sua reale configurazione, ci è parsa però monotona e priva della necessaria duttilità.

AURELIANO IN PALMIRA
Dramma serio per musica di Felice Romani
Edizione critica Fondazione Rossini/Casa Ricordi, a cura di Will Crutchfield
Direttore WILL CRUTCHFIELD
Regia MARIO MARTONE
Scene SERGIO TRAMONTI
Costumi URSULA PATZAK
Progetto luci PASQUALE MARI

Interpreti:
Aureliano MICHAEL SPYRES
Zenobia JESSICA PRATT
Arsace LENA BELKINA
Publia RAFFAELLA LUPINACCI
Oraspe DEMPSEY RIVERA
Licinio SERGIO VITALE
Gran sacerdote DIMITRI PKHALADZE
Un Pastore RAFFAELE COSTANTINI

CORO DEL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA
Maestro del Coro ANDREA FAIDUTTI
ORCHESTRA SINFONICA G. ROSSINI

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