Alan Turing: fra genio e condanna morale

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Alan Turing e la mela avvelenata (immagine: giannidefeo.it)

Garofano Verde è la rassegna al Teatro Belli di Roma in cui s’inserisce il carteggio immaginario di Alan Turing.
Siamo nell’Inghilterra degli anni ’50. L’omosessualità è considerata reato, una malattia da curare. Così, una delle personalità più importanti del nostro secolo, Alan Turing, viene condannato per una relazione omosessuale. La condanna è grave, con ripercussioni fisiche e psichiche che rasentano l’omicidio. La sensibilità del professor Turing non riesce a sopportare l’accaduto e il suicidio è l’unica scappatoia al dolore.
La rappresentazione teatrale di questo crimine della pubblica morale ci mostra uno dei padri dell’informatica attraverso un carteggio tra lui e la madre. Unico interprete della rappresentazione un bravissimo Gianni De Feo.

Il palco buio, due riflettori usati alternativamente al lato del volto dell’interprete sottolineano in modo efficace lo sviluppo drammatico di un ottimo testo letterario. Efficaci le immagini finali di Biancaneve, che permettono d’immergersi meglio nel mondo infantile e meraviglioso di Turing.

L’accento del dramma non cade sulla semplice relazione tra madre e figlio – figlio bizzarro, geniale, fuori dal modo comune di vivere, fuori da quella normalità bigotta che serviva all’Inghilterra pronta ad entrare in guerra -. Il dramma è molto più grande. È epocale.
Turing, consapevole della sua diversità, fragile e incapace di difendersi da quel mondo compatto e ostile che lo terrorizzava, indirizzava la propria ricerca di equilibrio e felicità nel calcolo: la purezza dell’esattezza, la verità semplice che, unica, poteva consolare la certezza del suo essere omosessuale. Nulla esiste, nulla deve esistere, se non le leggi della logica. Il suo febbricitante bisogno d’amore, che gli causava dolore e solo dolore, necessitava di una pezza fredda con cui stemperarsi: il mondo della logica. Ma questo mondo, in quel periodo, stava trasformandosi, divenendo concreta realtà. Dal calcolo si doveva passare al calcolatore, e l’accelerazione industriale e commerciale avrebbero saputo usare molto bene l’impulso di Turing, che altro non era che un grido di sofferenza. Alla vista di quelle macchine enormi, che sembrava ragionassero per la prima volta, si affacciò così il termine “intelligenza artificiale”, e mentre tutti applaudivano al suo genio, Turing cercava invece l’amore negli uomini e nel suo amico morto in gioventù.

Bizzarro era il professor Turing, che amava e viveva con le immagini di Biancaneve. Tanto da scegliere per la sua fine una mela avvelenata, così da camuffare almeno un po’ il sapore amaro di una vita velenosa.

ALAN TURING E LA MELA AVVELENATA

di Massimo Vincenzi
con Gianni De Feo
musiche: Francesco Verdinelli
regia: Carlo Emilio Lerici
voce del giudice: Stefano Molinari
luci: Emanuele Lepore
durata: 43′
applausi del pubblico: 3′ 00”

Visto a Roma, Teatro Belli, 25 giugno 2008
Garofano verde – scenari di teatro omosessuale

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