Alchemico Tre: le buone maniere e i delitti della Uno Bianca

Photo: Manuela Giusto
Photo: Manuela Giusto

Scava dentro una delle pagine più nere della cronaca italiana, i delitti della Uno Bianca, “Le buone maniere” di Michele Di Giacomo, produzione Alchemico Tre, andato in scena al Teatro Libero di Milano dopo aver partecipato a IT Festival nel 2016.
Lo spettacolo, tratto da un testo di Michele Di Vito con la consulenza drammaturgica di Magdalena Barile, è una storia cruda con qualche venatura poetica che, trasudando rabbia, frustrazione, desiderio di autoaffermazione e rivalsa, dà voce a chi si è macchiato di crimini efferati.

In scena un solo attore, lo stesso Di Giacomo nei panni di Fabio Savi, realizza un monologo denso, serrato, dai toni concitati e dal ritmo vivace. Rievoca dalla cella spoglia di un istituto penitenziario di provincia i sette anni di terrore (dal 1987 al 1994) che seminò in Emilia Romagna insieme a i due fratelli poliziotti Roberto e Alberto. Oltre cento azioni criminali tra rapine e omicidi, ventiquattro morti e centodue feriti a bordo di una comune utilitaria. L’Italia di quegli anni era piena di Uno bianche: ogni volta che ne compariva una, era il terrore. Della banda facevano parte anche altri tre poliziotti: Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.

“La notte è anarchica” afferma Savi. Così la storia riaffiora lentamente attraverso le sue parole. Sono frammenti di un flusso di coscienza che tormenta il protagonista in una notte più lunga delle altre. In quel buio, più nero della pece, si stagliano i drammi di una vita alla deriva. La famiglia operaia della bassa padana, i due fratelli impiegati statali, i fallimenti alle spalle (tra cui la non ammissione al concorso per la polizia di Stato); una truffa subita, operata da alcuni clienti della sua autofficina; il proprio lavoro minato dalla presenza di manodopera straniera a basso costo, e una donna dell’Est, Eva Mikula, bellezza senza amore che testimonierà contro di lui al processo: ecco le tappe del percorso di Savi.

Una profonda meschinità, nutrita di chiacchiere da bar di provincia, diventa il filtro per interpretare il mondo, dallo sparare alle beccacce lungo il fiume come passatempo all’aspirazione al possesso di una moto Kawasaki fiammante, da esibire come simbolo d’affermazione sociale. Sono questi i contorni dell’esistenza di Fabio Savi, il più spietato della banda della Uno Bianca.

A Michele Di Giacomo basta un gioco di luci e un cambio di costume per evocare le due fasi di un unico personaggio. Quando indossa la divisa e impugna un manganello simboleggia un ordine interiore che si afferma tramite la violenza. Prima di venire a conoscenza della vita intima di Savi, troviamo in scena un uomo che sta scontando la propria pena e che tiene la cella in ordine mostrando grande cura del proprio corpo, perché, secondo i dettami paterni, tutto deve essere tenuto in ordine, pronto a reagire. Anche la mente, nutrita dalla lettura di “Zanna Bianca” di Jack London. Una lettura fondamentale per comprendere i meccanismi della banda, un branco di lupi assetato: di adrenalina e del sangue delle vittime. Di pentimento nemmeno l’ombra. Dio è qualcosa cui si affidano gli altri detenuti, Savi può farne a meno.

Il sonno della ragione genera mostri esattamente come l’insipienza di una vita in provincia vissuta seguendo i modelli frivoli di un’epoca. Il brano di Toto Cotugno “Solo noi” riporta allo sfavillio vuoto degli anni Ottanta. Una radio cadenza la ricostruzione fredda e inespressiva dei fatti in ordine cronologico, introdotti da luoghi e date.
Presenza temuta e desiderata allo stesso tempo è la stampa, cui Savi vorrebbe raccontare la propria verità, temendone tuttavia il giudizio.

La scenografia scarna è composta da una brandina, una radio, un armadietto e un tavolino. È una trasposizione coerente del perimetro entro cui si svolge l’azione scenica, spoglia e grigia come la mente del protagonista, capovolta e investita da una luce strana e violenta, come accade alla sua coscienza.

Michele Di Giacomo incarna la banalità del male con naturalezza: la spavalderia, la vanità, la frustrazione. Cura attentamente i dettagli, dall’accento romagnolo al mimica e gestualità. Solo il finale, improntato alla meditazione, appare posticcio e stridente rispetto al resto dello spettacolo. In assenza di catarsi sarebbe stato forse meglio fermarsi al momento di massima tensione.

LE BUONE MANIERE – I FATTI DELLA UNO BIANCA
dal testo di Michele Di Vito
regia Michele Di Giacomo
con Michele Di Giacomo
scene e costumi Roberta Cocchi e Riccardo Canali
luci e responsabile tecnico Riccardo Canali
suono Fulvio Vanacore
consulenza drammaturgica Magdalena Barile
foto e video Umberto Terruso
produzione ALCHEMICO TRE

durata: 55’
applausi del pubblico: 2,5’

Visto a Milano, Teatro Libero, il 23 maggio 2017

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