Aldilà di tutto: Stoppa e Picello sul senso della vita

Picello e Stoppa (photo: S. Serrani)
Picello e Stoppa (photo: S. Serrani)

Il dialogo che s’intreccia con chi non c’è più. La malattia che non dà scampo, da elaborare qui e ora, senza attendere orizzonti metafisici.
«Si muore un po’ per poter vivere» cantava Caterina Caselli. In “Aldilà di tutto”, intenso lavoro teatrale di e con Chiara Stoppa e Valentina Picello, la morte è proposta come forma possibile di guarigione. Lottare, parlarne o riderne non bastano a esorcizzarla. Forza di volontà e medicina non sono onnipotenti. E quando il corpo non risponde, va lasciato andare.

“Aldilà di tutto” è la storia di una doppia amicizia, di una doppia vacanza, entrambe su una spiaggia per naturisti della Croazia. Sulla scena due donne, C. e V., scoprono le proprie angosce. In un vigoroso monologo iniziale, C. ricorda l’amica Giovanna morta qualche anno prima, la sua malattia, il suo volteggiare da acrobata sul palo cinese.
A volte scegliamo di esercitarci sui trampoli anche se soffriamo di vertigini. Il volo artistico, di Giovanna, i suoi equilibrismi cinetici ed esistenziali, come in “Sally” di Vasco Rossi. La vita è «equilibrio sopra la follia». Per non cadere, bisogna muoversi.

Tutti soffriamo di una malattia terminale che si chiama vita. Il teatro è una pratica che affronta la morte perché è connessa alla vita, ma in modo originale. L’arte può superare la morte, essere viatico per un’altra dimensione.


Ricordi dolci e affranti di C., abbarbicata sopra il palo cinese (unico elemento scenico insieme a un bonsai). Intanto V. resta rannicchiata di spalle, in disparte. L’amicizia è anche accoglienza muta che lascia spazio alle parole dell’altro: sfoghi, rimpianti, gioie, dolori, nostalgie.

Nell’estate del 2012 la nazionale italiana di calcio giocò contro la Spagna la finale del campionato europeo. Poteva essere un trionfo, finì in disfatta. Il calcio è una metafora della vita. Come quella pizza davanti alla partita lasciata a metà da Giovanna, tra nausea e spossatezza, dolore, insonnia insensatezza: lo sguardo vuoto, il sorriso invecchiato. Come la vacanza seguente, e quella festa di compleanno di Giovanna che sapeva di congedo.

Su questo ricordo spezzato, sul progetto di una nuova vacanza tra amarcord e follia, si accende l’ingresso in scena – anima, corpo e parole – di V., che si desta come da una lunga ibernazione. Una vibrazione nevrotica attraversa gli spazi algidi del Teatro LaCucina di Milano, ex ospedale psichiatrico.
La scena si nutre di posture scattanti e gesti tesi, con tonalità ed espressioni taglienti, irascibili, grottesche.

V., il personaggio agitato dalla Picello, è somma di tutte le isterie. Le sue mille ipocondrie e fisime sono sinonimi di un malessere esistenziale diverso, meno plateale, non meno esiziale della malattia del corpo. V. è una donna depressa che affoga nelle benzodiazepine. Il suo fremito autodistruttivo, tuttavia, è smorzato da una profonda autoironia e da lucide strategie di sopravvivenza. Ma qui è salvifica soprattutto l’apertura agli impulsi dell’arte, alle suggestioni della filosofia e della bellezza.
Inaspettatamente, arriva in scena anche un magnifico meticcio dal pelo fulvo. Si chiama Punto. Il suo aplomb serafico è un invito alla saggezza e al pudore, ad andare oltre il dolore esasperato, oltre il fantasma della morte paventato come strappo o ingiustizia. Punto è l’occasione di una ripartenza. Gli occhi buoni di questa presenza silenziosa sospendono il giudizio di fronte ai grandi esercizi intellettuali. Percepiamo l’importanza dell’appagamento in ciò che si ha, rispetto ai desideri smodati legati al futuro, che producono ansia.

“Aldilà di tutto” è un gioco di equilibri. Perché ad affrontare i temi della malattia e della morte si rischia lo psicodramma. Ma in questa produzione Atir, che si vale della supervisione registica di Arturo Cirillo, dinamismo e armonia, commozione e ironia, un senso di deliquio amaro e beffardo accentuato da frammenti di road movie, invitano alla leggerezza. Senza esacerbazioni, ci accostiamo a temi complessi, attraverso lo sguardo di due donne che svelano la propria fragilità, ma anche infinite risorse.
Brava nella sua sincerità espressiva, nello scavo introspettivo, Chiara Stoppa, che avevamo già apprezzato nell’analogo “Ritratto della salute” scritto con Mattia Fabris. Valentina Picello è un fascio inebriante di brividi ed emozioni. A tratti da pelle d’oca.

ALDILÀ DI TUTTO
di e con Valentina Picello e Chiara Stoppa
dramaturg Carlo Guasconi
supervisione Arturo Cirillo
assistente alla regia Lorenzo Ponte
scene e costumi Eleonora Rossi
disegno luci Alessandro Verazzi
produzione ATIR Teatro Ringhiera- con il sostegno di NEXT 2018
si ringrazia Olinda per la collaborazione

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’ 35”

Visto a Milano, Teatro LaCucina, il 10 gennaio 2019

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