Alessandro Sciarroni: ora cerco un incontro ravvicinato con lo spettatore. Intervista

Dialogo Terzo IN A LANDSCAPE (ph. © Roberta Segata courtesy Centrale Fies)
Dialogo Terzo IN A LANDSCAPE (ph. © Roberta Segata courtesy Centrale Fies)

Oggi intervistiamo un artista molto particolare che, partendo dalla danza, in questi ultimi quindici anni ha travalicato tutte le forme sceniche per creare un teatro assai originale, di natura altamente performativa, che lo ha portato nel 2019 – a poco più di 40 anni – a vincere il Leone d’oro della Biennale Danza di Venezia, suscitando non poco dibattito.
La poetica di Alessandro Sciarroni ha cercato di esplorare, esaltandole, tutte le possibilità presenti nel corpo umano per collegarle intimamente con lo sguardo dello spettatore che ne percepisce tutti i limiti e tutte le potenzialità.
In “Untitled – I will be there when you die” avveniva con l’esercizio di quattro performer che si scambiavano per un’ora clavette che volavano, rimbalzavano, si intersecavano, in un incrocio di prospettive in cui l’occhio dello spettatore si perdeva e si ritrovava continuamente.
In “Aurora” era il goalball, lo sport rivolto a non vedenti e ipovedenti, a misurarsi con tutti i sensi dello spettatore, che venivano stimolati in perfetto contraltare con i gioc/attori.
In “Turning”, ancora, era il continuo contorcimento derviscio del corpo a creare lo stordimento del pubblico.
Dall’altro lato Sciarroni è andato alla ricerca di balli e danze che si credevano perdute come è accaduto in “Folk-s” o in “Save the last dance for me”, per riesaltarne le forme, adattandole al sentire e alla condivisione contemporanea. Mentre in “Joseph”, proposto anche per i ragazzi, si è divertito a mescolare il reale e il virtuale.
Nel suo ultimo spettacolo, creato per il CollettivO CineticO di Francesca Pennini, “Dialogo Terzo: In a Landscape”, cinque performer si misurano per trenta minuti con altrettanti hula hoop.
Con lui abbiamo cercato di approfondire il suo originale percorso cercando di dargli unità, e proponendogli qualche domanda più curiosa.

Qualche anno fa c’era stato un dibattito che aveva come assunto “Sciarroni o Bolle”, che in seguito si è concretizzato con una rivolta, non tanto silenziosa, per il tuo premio alla Biennale di una parte del mondo della danza più tradizionale. Quali sono, secondo te, le connessioni e le maggiori differenze che intercorrono tra la danza di Sciarroni e quella di Bolle?
Il fatto che ci possa essere stato un “dibattito” su “Sciarroni o Bolle” mi fa molto sorridere. Ma conosco molto poco al riguardo, forse dovresti chiedere a chi vi ha partecipato.
Ad oggi conosco il lavoro di Roberto Bolle in maniera superficiale, quindi non saprei rispondere alla tua domanda. Ma sarei felice di incontrarlo e di instaurare un dialogo con lui.
Del periodo della Biennale ricordo il bellissimo messaggio ricevuto da Michele Di Stefano appena l’annuncio del premio fu reso pubblico… la felicità di quella giornata a Venezia, l’affetto dei miei collaboratori, degli amici, della mia famiglia e del pubblico.
Le discussioni, i dibattiti, i disaccordi sui lavori e sulle scelte di certi premi credo siano sempre leciti. Anche se devo ammettere che mi è dispiaciuto il fatto che alcune voci abbiano sentito il bisogno di esprimersi attraverso sessismo e xenofobia. Mi chiedo se alcuni epiteti usati per Marie Chouinard all’interno di quella che tu definisci “rivolta non silenziosa” sarebbero mai stati usati se il direttore fosse stato un uomo italiano.

Torniamo al presente. Perchè uno spettatore comune dovrebbe venire a vedere cinque esseri umani che fanno girare intorno a sé altrettanti cerchi per mezz’ora, come accade nello spettacolo realizzato con CollettivO CineticO?
Faccio fatica a rispondere a questa domanda. Non capisco bene cosa intendi per spettatore “comune”. Ma posso raccontarti cosa m’interessa in un evento del genere. Come artista, e quindi come spettatore, quando mi trovo davanti ad un’azione che ha una certa durata e una certa insistenza nel tempo (unita a degli skills straordinari come nel caso degli interpreti del CollettivO CineticO), col passare del tempo riesco a concentrarmi su alcuni particolari che non avrei mai notato se l’evento avesse avuto una durata più breve. Non si tratta mai della semplice ripetizione di un’azione, ma di una vera e propria trasformazione. Più riesco ad entrare dentro a questi dettagli, più mi sembra di assistere ad una narrazione che mi racconta una storia che riguarda ognuno di noi. Mi riconosco in ciò che vedo anche se la pratica che ho dinanzi è molto lontana da ciò che potrei agire in prima persona.

Quasi tutti i tuoi spettacoli hanno, secondo me, come protagonisti i sensi dello spettatore ed in particolare lo sguardo. Lo sguardo dell’essere umano in questi anni è cambiato?
Non so se lo sguardo dell’essere umano sia cambiato in questi anni. Bisognerebbe chiedere il parere di antropologi e sociologi a riguardo. Di sicuro è cambiato lo sguardo del pubblico. Sono completamente d’accordo con Castellucci quando dice che è un errore considerare il ‘900 come il secolo dei registi. È chiaro che si tratta invece del secolo del pubblico. Il regista è un radar che è in grado di intercettare i bisogni di questo sguardo.

Alessandro Sciarroni (photo © Roberto Foddai)

Alessandro Sciarroni (photo © Roberto Foddai)

É sempre molto difficile inquadrare le tue creazioni. Come definiresti la tua arte?
Non sono particolarmente interessato ai dibattiti sui generi nelle arti sceniche. Così come il mio fine non è mai quello di mescolare i linguaggi. Ciò che faccio è organizzare nello spazio e nel tempo il movimento umano. Per questo motivo, oggi, mi trovo perfettamente a mio agio nel definirmi coreografo. Durante la quarantena mi sono dedicato alla scrittura e qualche anno fa ho realizzato una mostra fotografica. Ma non sento di essermi trasformato di volta in volta in uno scrittore o in un fotografo. Sento di essere sempre lo stesso artista. Ciò che le mie produzioni hanno in comune probabilmente sta nella mia incapacità di iniziare a comporre a partire da un “foglio bianco”. Ho bisogno di un “ready-made”, di partire da qualcosa che esiste già: una pratica, una danza, un movimento, un’immagine, un suono, o una parola. Per questa ragione faccio fatica a definirmi un “creativo”. Nei miei lavori sviluppo una sola idea e ne esploro le possibilità. All’interno del processo di ricerca spesso accade che il disegno drammaturgico non mi consenta di rimanere nei confini di una sola disciplina. Come in “Aurora” ad esempio: l’impianto dello spettacolo è una partita di goalball giocata in scena da atleti non vedenti e ipovedenti. Si tratta quindi di una vera partita, dove gli interpreti sono dei giocatori professionisti e non degli attori. Durante la produzione ho capito che non era sufficiente restare troppo aderenti alla pratica e ho sentito il bisogno di creare una frattura al centro dello spettacolo. Così all’interno dell’evento sportivo ho collocato un intervento teatrale da parte di uno dei giocatori.

Quali sono le urgenze che senti di esprimere?
Faccio sempre fatica a relazionarmi con il concetto di urgenza. Ogni volta che sento il bisogno di iniziare ad agire preferisco aspettare. Aspetto che le contingenze mi costringano a muovermi. Ad esempio ho pensato per parecchi mesi di iniziare una ricerca sullo strumento dell’hula hoop. Ma ho preferito non parlarne con nessuno per vedere se quest’idea sarebbe sopravvissuta nel tempo. Poi Francesca Pennini, dopo aver collaborato con Sharon Fridman ed Enzo Cosimi, mi ha chiesto di essere il coreografo di “Dialogo Terzo”, di creare un breve brano coreografico per la sua compagnia. È stato solo grazie a quella telefonata che ho deciso di parlare dell’idea del cerchio e di proporgliela. Probabilmente se quella richiesta non fosse arrivata non avrei mai realizzato lo spettacolo.

Com’è cambiato il tuo lavoro in questi anni?
Il mio lavoro si è trasformato lentamente negli anni, ma in maniera costante.
All’inizio l’energia era pura luce. Il sacrificio e la dedizione erano lo svelamento di un piacere. L’incontro con il pubblico era condivisione. Proseguendo, con “Aurora” abbiamo aperto per la prima volta gli occhi sull’oscurità. Con “Augusto” infine, vi siamo sprofondati.
Ora la condizione contemporanea mi spinge verso una nuova luce, verso un incontro ravvicinato con lo spettatore.

Quali sono nel panorama contemporaneo gli artisti che più ti intrigano?
Cito ancora Romeo Castellucci, perché nel suo lavoro c’è sempre qualcosa in grado di mettermi in crisi. Collaboro ed intrattengo rapporti di amicizia profonda con Francesca Pennini, Michele di Stefano, Chiara Bersani, Marco D’Agostin, Deflorian/Tagliarini, Francesca Grilli e tanti altri artisti italiani. Rispetto alla storia della danza, un lavoro che mi ha trasformato come artista è stato sicuramento “Fase” di Anne Teresa De Keersmaeker. Per il resto faccio ancora riferimento a quei maestri che mi hanno ispirato quando avevo vent’anni: Diane Arbus, Virginia Woolf e gli artisti della Performance Art e della Body Art.

Se dovessi coreografare “Il lago dei cigni” di Čajkovskij, come ti muoveresti?
Il balletto è una disciplina molto interessante e negli anni ho collaborato con diverse compagnie. Ma personalmente non subisco il fascino dei grandi classici. E non provo neanche una fascinazione “pop” per le icone della storia della danza. Come per le altre discipline sulle quali ho lavorato in passato (come la giocoleria o lo sport), del balletto m’interessa il concetto di pratica. Così come per la danza popolare sono interessato al fatto che certi fenomeni resistano e si modifichino nel tempo.
Allo stesso tempo, se qualcuno mi chiedesse di lavorare sul “Lago dei cigni” sarei probabilmente pronto ad accettare di aprire una ricerca. La maggior parte delle volte mi avvicino ad un argomento o ad una pratica proprio perché non ne so praticamente nulla e mi sembra una sfida interessante. Non saprei dirti però come potrebbe essere lo spettacolo. Mi piace arrivare “impreparato” alle prove e costruire la drammaturgia assieme agli interpreti e ai collaboratori che invito all’interno dei progetti: musicisti, light designer, drammaturghi…

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Ho appena passato un mese a mezzo in Francia dove ho creato per il Balletto dell’Opera di Lione una nuova performance intitolata “The Collection” ispirata ad un mio lavoro del 2012: “Folk-s”, di cui sono molto felice. Grazie ad una proposta del curatore Davide Quadrio stiamo per iniziare a lavorare ad un progetto sperimentale che verrà presentato in Italia, a novembre, all’Hangar Bicocca sostenuti dall’Italian Council. Nel frattempo ho iniziato una ricerca per un nuovo progetto che vedrà la luce il prossimo anno e che si chiamerà “Dream”.

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