Alla luce. Bacci e Santeramo nelle sfumature schiaroscure di ognuno

Alla luce (photo: Simone Rocchi)

Alla luce (photo: Simone Rocchi)

“Se non la si vede, la realtà può essere come la immaginiamo. La luce è una dittatura”.

Questa affermazione, asserita in scena da Silvia Pasello, potrebbe rappresentare la chiave di lettura di “Alla luce”, nuovo lavoro firmato da Roberto Bacci (per la regia) e daMichele Santeramo (per la drammaturgia).

Lo spazio scenico è raccolto e minimalista. Una sala ridisegnata per l’occasione, quasi tagliata a metà e circoscritta da tende nere, per costruire una stanza oscura (a risaltare la condizione dei personaggi) con un esteso effetto di profondità. 

In scena solo pochi oggetti: uno sgabello, un leggio e un tavolo con un libro, quello delle regole del gioco.  Una scatola che può far pensare anche ad una mente dove si dibattono bene e male, virtù e orrore. In poche parole, tutto il chiaro e lo scuro che regna dentro di noi.

La stanza sarà presto abitata da due coppie di ciechi, i giocatori, e dall’unico vedente (il bravissimo Sebastian Barbalan) che dirigerà la partita come un croupier, o come il presentatore di un circo che tenta di ammaestrare. I giocatori dovranno infatti riuscire a dominare le loro emozioni.

Il meccanismo è retto tutto intorno alle inesorabili regole del gioco: ogni giocatore prende una carta e chi ha quella più alta può scegliere la pena da infliggere alla coppia avversaria. Le pene sono raffigurate in sette carte disegnate da Cristina Gardumi: tradimento, prevaricazione, crudeltà, disprezzo, paura della morte, violenza, rivalità. Se la pena viene eseguita dalla coppia perdente il gioco andrà avanti, altrimenti l’altra coppia avrà vinto. Ma il premio è proporzionale alla penitenza: chi vincerà potrà vedere.

Una drammaturgia apparentemente semplice ma in realtà ricca di spunti riflessivi, di sfumature sottili e di risvolti che evidenziano i meccanismi contraddittori della realtà. Vedere significa rispecchiarsi. Dunque siamo ciò che vediamo. Così, per i giocatori, la tanto bramata vista si trasformerà in una condanna. 

Molti i rimandi che possono essere colti: dal linguaggio brechtiano a “Finale di partita” di Beckett (i due fratelli interpretati da Michele Cipriani e Francesco Puleo ricordano un po’ Hamm e Clov). Ma i giochi di forza, il destino che si gioca in una stanza e i personaggi che si torturano a vicenda ci fanno pensare anche al Sartre di “A porte chiuse” e alla sua famosa frase “L’enfer c’est les autres”.

Molto riuscito l’assortimento dei personaggi. La coppia Cipriani/Puleo aggiunge leggerezza in un crescendo di tensione, contrastando la profondità (anche recitativa) della coppia avversaria, interpretata da Tazio Torrini e da una straordinaria Silvia Pasello, che sicuramente incarna il personaggio più ambiguo e difficile, una donna lucida nella propria follia di madre assassina, l’unica tra i personaggi che non vuole vedere, perché la realtà, se la vedi, ti delude. 

Facendo emergere gli aspetti più fragili e talvolta meschini della loro vita i personaggi si abbandonano in un gioco perverso che li condurrà all’unica importante visione da guadagnare: la loro presa di coscienza.
Uno spettacolo ricco e non immediato, anche da rivedere, per cogliere ogni volta qualche sfumatura in più.

Alla Luce
drammaturgia: Michele Santeramo
regia: Roberto Bacci
con: Sebastian Barbalan, Michele Cipriani, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Tazio Torrini
costumi: “La Scaletta Creazioni” di Maria Giovanna Nardi
spazio scenico: Roberto Bacci
direzione tecnica: Sergio Zagaglia
allestimento e luci: Stefano Franzoni
immagine e grafica: Cristina Gardumi
organizzazione e produzione: Angela Colucci, Eleonora Fiori, Manuela Pennini
ufficio stampa: Micle Contorno, LeStaffette Raffaella Ilari e Marialuisa Giordano
comunicazione web: Pier Giorgio Cheli
foto: Alice Casarosa
produzione: Fondazione Pontedera Teatro

durata: 1h 15’
applausi del pubblico: 2’ 60’’

Visto a Pontedera (PI), Teatro Era, il 1° novembre 2014

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