Alla luce: Daniele Menghini e la sindrome di Stoccolma

Alla luce (photo: Luca Del Pia)
Alla luce (photo: Luca Del Pia)

Il sottile cerchio che unisce la vittima al carnefice. L’inconsapevolezza del male che come metastasi si propaga, consumando chi lo fa e chi lo riceve.
S’intitola “Alla luce” lo spettacolo che Daniele Menghini ha proposto, in prima nazionale, al Teatro Out Off di Milano all’interno della minirassegna “Nuovi incroci”. Ma più che la luce, di questo spettacolo impressiona il buio: quello dell’anima e dell’inconscio, il nodo di trame esistenziali che irretiscono i protagonisti. Un fumo torbido confonde presente e passato, lasciando nella disperazione il futuro.

Il cono d’ombra sembra avvolgere però anche la drammaturgia di questo spettacolo, farraginosa, intricata. Il testo prova a unire letteratura e cronaca. In più aggiunge soluzioni creative, compendia situazioni e personaggi a scapito di linearità e chiarezza. Finisce per spiazzare una parte del pubblico e forse perfino gli attori, Giovanni Franzoni e Valentina Picello, peraltro bravissimi.

“Alla luce” è il secondo di una triade di spettacoli basati su testi di autori contemporanei stranieri messi in scena da giovani registi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi (ci sono anche Valeria Fornoni e Margherita Scalise) con attori professionisti come Woody Neri, Alice Spisa, Edoardo Sorgente e Francesco Villano.
Liberamente tratto da “Augenlicht” del tedesco Marius Von Mayenburg, “Alla luce” si ispira alla vicenda di cronaca di Natascha Kampusch, la ragazza austriaca che nel 1998, all’età di dieci anni, fu rapita dal 36enne Wolfgang Priklopil. Natascha rimase otto anni nelle mani dell’aguzzino, reclusa in uno scantinato di 5 metri, prima di riuscire a liberarsi approfittando del rumore di un aspirapolvere.


Qui all’Out Off abbiamo sulla scena, di sbieco, una stanza rettangolare all’incirca di quelle dimensioni. È una specie di bunker freddo, insonorizzato, con due porte: una in legno chiaro, che si confonde con la parete, l’altra metallica, bassa, bruciacchiata.
Sul pavimento è steso un uomo dimesso, mezzo assopito, canottiera e mutande bianche; attorno a lui lattine vuote, barattoli, un vecchio aspirapolvere, una vecchia radio, un accappatoio a lato di una finestrella in alto, nascosta da una grata.

Arriva una donna, cappotto verde, a portare quel po’ d’ordine e colore, a restituire alla casa e all’uomo quel minimo di dignità. Quest’arrivo è un ritorno. L’incontro riallaccia una storia spezzata. Affiorano lentamente retroscena di manipolazioni, vessazioni, violenze. È una vicenda di fili invisibili, di dipendenze. Una sorta di sindrome di Stoccolma. Adesso come allora, per inerzia o per scelta, la donna è schiava di quest’uomo. Lui le concede una libertà apparente: lascia una delle porte aperta, ma le vieta di aprire l’altra. Lei sceglie che cosa si mangia, lui decide quando in quello stanzino ci debba essere luce o buio.

Come in ogni circolo vizioso, come in ogni rapporto simbiotico disfunzionale, ci sono altre ambiguità. L’uomo è aguzzino e protettore, confidente, padre, forse amante: induce lei a spogliarsi, a vestirsi degli abiti che lui stesso le offre. La tratta da serva, la esalta come una regina. È un rapporto dialettico, contraddittorio: svilimento, magia, schizofrenia, in un contesto di rumori sinistri.
Lui, inizialmente apatico, diventa stupito, poi impassibile, quindi vulnerabile fino all’autoannientamento. Lei, smilza e inerme, è vittima di ogni sorta di maleficio: l’aspirapolvere la trascina, il filo del telefono la strozza, la porta le scotta le mani. A volte palesi, a volte impalpabili, emergono nella drammaturgia anche i riferimenti a fiabe come “Barbablù” e “La regina delle nevi”.

Valentina Picello e Giovanni Franzoni sono sensibili interpreti di un dolore che soffoca. Incarnano credibilmente l’impossibilità di scrutarsi a fondo, l’incapacità di mettersi a nudo e incontrare se stessi. Il passato è un fardello, il futuro non esiste. L’incontro non chiarifica, non dissipa il vuoto esistenziale. Questo legame tossico ristagna nella “gabbia”, inonda il palco, contamina gli spettatori.
Non manca la catarsi. Ma al netto delle emozioni trasmesse da due interpreti che spiccano sulla media degli attori italiani, resta la sensazione di un lavoro caotico sul piano testuale, che – nonostante il percorso svolto insieme a Sofia Pelczer come tutor – richiede ancora un reindirizzo per eludere i deragliamenti e diventare incisivo. Cercasi dramaturg disperatamente.

ALLA LUCE
di Marius von Mayenburg
traduzione di Clelia Notarbartolo
drammaturgia e regia Daniele Menghini
tutor Sofia Pelczer
con Giovanni Franzoni e Valentina Picello
consulenza traduzione: Stefania Ceraolo, Chiara Bonaiti, Ilaria Antonini
con la collaborazione della Civica Scuola Interpreti e traduttori Altiero Spinelli
consulenza drammaturgia: Manfredi Messana
scene: Davide Signorini con Pio Manzotti, Mattia Franco, Alice Capoani
costumi: Enza Bianchini e Giuseppe Giordano con Nunzia Lazzaro
sound design: Hubert Westkemper
light design: Daniela Bestetti con Paolo Latini, Simona Ornaghi
foto: Luca Del Pia
grafica: Rebecca Coltorti

durata: 1h
applausi del pubblico: 2”

Visto a Milano, Teatro Out Off, il 28 settembre 2018
Prima nazionale

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