Alla meta di Pagliaro. Talento d’attrice e drammaturgo

Micaela Esdra in Alla meta
Micaela Esdra in Alla meta

Prima ancora di iniziare a parlare di “Alla meta”, presentato al teatro Fabbricone di Prato per la regia di Walter Pagliaro, preme spendere parole di lode sulla prova di Micaela Esdra, attrice sul cui talento e la nitida forza poggia l’intero lavoro. Un lavoro che, nonostante la durata – siamo sopra le tre ore – e la densità del magma verbale, alla fine si è soddisfatti di aver visto.
“Alla fine”, sì, perché in alcuni momenti dello spettacolo certe scelte registiche rallentano il fluire della messinscena, come le dighe artificiali lungo i corsi d’acqua, e in un testo del genere sarebbe forse meglio che l’acqua scendesse a valle senza intoppi.

Siamo in Olanda. Madre e figlia si preparano a partire per le vacanze nella loro casa al mare ed aspettano un ospite che farà loro compagnia per qualche giorno: un giovane scrittore di teatro che hanno conosciuto in occasione della messinscena del suo lavoro “Si salvi chi può”, che ha riscosso un grande successo.

E’ questa la situazione di partenza del primo atto della celebre opera di Thomas Bernhard. E come spesso accade nei testi dell’autore austriaco c’è un protagonista “solo” (la madre in questo caso), che recita una sorta di “frase infinita”, da cui emergono tutte le sue manie, ossessioni, malattie, paure, idiosincrasie, solitudini… le sue menzogne e le sue verità.


A poco a poco veniamo a conoscenza del passato della donna, discendente di una famiglia circense, vedova di un ricco industriale detestato che ha sposato perché affascinata dalla sua fonderia e dalla casa al mare, e da cui ha avuto due figli: un maschietto avvizzito scomparso all’età di due anni e mezzo e una figlia, ormai cresciuta, che vive ancora con lei e sulla quale esercita tutto il suo sadico potere.

Se il grottesco e l’ironia non si manifestassero ad allentare la morsa che soffoca l’atmosfera in scena, sembrerebbe di stare davvero in un incubo, innestato in una realtà familiare in cui i personaggi non fanno altro che sprofondare, quasi corressero dentro un viscido imbuto.

Così come avevamo già scritto in occasione de “L’apparenza inganna” di Lombardi-Tiezzi visto qualche tempo fa, e come spesso accade leggendo Bernhard, anche nel testo prodotto dall’associazione culturale Gianni Santuccio sono numerosi i rimandi al mondo del teatro.
Se tra i personaggi là c’era un attore, qui c’è un drammaturgo, mentre in scena appaiono tantissime riflessioni che Bernhard affida ai protagonisti riguardo al teatro e al mondo delle arti. Ma qui dovremmo aprire un capitolo a parte.

Restiamo allora sulla messinscena. Perché oltre alla efficace prova d’attrice della Esdra e al gran testo di Bernhard ci sono aspetti che convincono meno. Se infatti la regia, come abbiamo già anticipato, tende un po’ a rallentare, preoccupata com’è di sottolineare alcuni passaggi (ad esempio il tremendo e prepotente rapporto di forza tra madre e figlia), anche la prova di Rita Abela non convince, e non sappiamo se anche quest’aspetto non sia legato alle scelte registiche.

Un’ultima annotazione: la casa al mare in cui si svolge il secondo atto è immaginata nella messinscena di Pagliaro come uno spazio circolare a fare da sfondo. Soluzione coraggiosa ma non felicissima, sebbene in linea con l’opera del drammaturgo austriaco, basti pensare a un romanzo come “Correzione”. Conferisce infatti una profondità alla scena che forse è un po’ “dispersiva” e allenta, allontana, allarga quel clima claustrofobico che si era invece costruito nel primo atto.

Alla meta
di Thomas Bernhard
traduzione Eugenio Bernardi
regia Walter Pagliaro
scene Sebastiana Di Gesu
musiche a cura di Ilario Grieco
con Micaela Esdra, Rita Abela, Diego Florio
produzione Associazione Culturale Gianni Santuccio – Roma

durata: 3h 4′ (con intervallo)
applausi del pubblico: 2′ 31”

Visto a Prato, Teatro Fabbricone, il 29 gennaio 2016

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