Alla ricerca di un teatro mistico. Intervista al Teatro Instabile di Aosta

Marco Chenevier è Eckhart (photo: Ewa Gleisner)

Marco Chenevier è Eckhart (photo: Ewa Gleisner)

“Il teatro dovrebbe essere soltanto un incontro di esseri umani, tutto il resto serve solo a confondere”.
(Ingmar Bergman)

Siamo a Napoli, alla Galleria Toledo, nel cuore dei quartieri spagnoli, e qui incontriamo qualcuno arrivato dall’altro capo dell’Italia: è Marco Chenevier, artista poliedrico ed eclettico, che ci fa conoscere la sua compagnia, il Teatro Instabile di Aosta (Tida).
Dal 9 al 12 aprile Galleria Toledo ha infatti ospitato due spettacoli, “Quintetto” e “La scelta – Beati pauperes in spiritu/Eckhart project”, offrendoci l’opportunità di approfondire il lavoro della compagnia valdostana.

“La scelta” è incentrato sulla predica “Beati pauperes in spiritu” in cui Ekchart, teologo e mistico vissuto a cavallo tra ‘200 e ‘300, tacciato anche di eresia dalla Chiesa, sostiene la necessità di un’ascesi spirituale, dissolvendo la propria egoità per accogliere pienamente Dio attraverso la ricerca della solitudine interiore, l’annientamento della volontà, del tempo della vita quotidiana, dei sensi e del giudizio.

È sulle note inquiete delle ballate minimaliste di Laurie Anderson che prendono forma le coreografie, dove “Beginning of memory” diventa il brano su cui costruire un assolo di danza sul tema della memoria.
Immerso in una luce opalescente e nebbiosa, Chenevier accenna a movimenti densi e sospesi, in cui sembra essere avvolto da un sottile alone; lo spazio attorno a lui pare espandersi, allargarsi assieme ai movimenti che si aprono sempre più. Poi tutto scompare. Per un attimo abbiamo quasi l’impressione che la sua fisicità sia annullata. La danza si arresta e Chenevier ritorna a immergerci nella ricerca spasmodica di nuovi sviluppi.

Lo spettacolo è un viaggio metateatrale che, in ultima istanza, si risolve in un invito al teatro stesso a liberarsi del proprio Io, a spogliarsi di sé per divenire semplicemente un luogo di incontro tra uomini, all’insegna di una vera e profonda condivisione emotiva, intellettuale e sensibile di quelli che sono i problemi del nostro tempo.

Divertente, ironico e dissacrante è invece “Quintetto”, spettacolo che si realizza interamente attraverso il coinvolgimento diretto del pubblico, e in cui Chenevier può liberamente far emergere il proprio “clown”, donando momenti di coinvolgente e intelligente ilarità, e dove la destrutturazione scenica, tema caro al Tida, trova una divertente e originale applicazione.

Partiamo dal vostro nome. Teatro Instabile di Aosta, ma in realtà vi occupate di danza. Raccontaci…
Il Tida è nato nel 2005 come un collettivo composto da circa 16 ragazzi, ma a partire dal 2010 si è ridotto a un gruppo composto da Smeralda Capizzi, Elena Pisu, Alessia Pinto, Andrea Sangiorgi, Lia Ricceri, Andrea Albanese e me. Siamo l’unica compagnia di danza contemporanea valdostana sostenuta dalla Regione. La nostra attività è quasi esclusivamente rivolta alla produzione di spettacoli, e improntiamo il nostro lavoro verso la sperimentazione di un linguaggio di ricerca non estrema, partendo da stimoli intellettuali. Un linguaggio che si basa sull’idea di un “corpo disponibile”, ossia un corpo consapevole ed allenato che sia strumento espressivo a disposizione della drammaturgia, il più malleabile e versatile possibile.

Cosa offre la Valle d’Aosta a una compagnia?
La Valle d’Aosta è una regione senza un circuito, dove non esistono piccoli teatri off e dove non c’è un vero pubblico, se non in occasione di sporadici festival di teatro, ma la quotidianità per un artista valdostano significa isolamento e solitudine.

I tagli agli investimenti in cultura e spettacolo in Valle d’Aosta dal 2008 a oggi arrivano all’80%: lo racconti nelle prime battute dello spettacolo “Quintetto”.
I tagli ai finanziamenti del Mibac ammontano al 65%, ma se si aggiungono i tagli fatti ad altri enti territoriali locali, che da sempre offrono una fonte di finanziamento alle varie attività culturali, si arriva più o meno all’80% in meno di fondi stanziati per finanziare la cultura in Valle d’Aosta.

Quintetto

Quintetto

Quali sono le cause della crisi che sta mettendo a rischio l’esistenza del teatro?
Innanzitutto la corruzione, le sacche di spreco enormi, le ingerenze politiche, la mancanza di competenze, i modi di comunicazione sbagliati o inadatti nella promozione dei progetti. I circuiti sono inquinati dalla tv: sempre più frequentemente si vedono danzatori “lanciati” da talent show lavorare in teatro. Lo stesso Ministero per i Beni e le Attività Culturali deve fare un’autoanalisi: dovrebbe semplificare, eliminare l’affastellamento burocratico che attanaglia l’attività artistica delle compagnie, e fare vero controllo, mandando per esempio commissari agli spettacoli che si svolgono nelle varie scuole di teatro e danza.

La soluzione da chi potrebbe arrivare?
Dalla politica. La politica deve assumersi la responsabilità dell’attuale omologazione culturale proposta dalla televisione. Il teatro e la danza sono gli unici posti dove c’è pensiero, sorpresa, piacere. Un’altra soluzione potrebbe essere rappresentata da una specie di selezione naturale, dove a lungo andare, per forza di cose, sopravvivranno solo coloro che hanno reali competenze e qualità.

O di chi ha i soldi per farlo… E per quanto riguarda l’affluenza di pubblico, sempre più scarsa? Vedi rimedi?
Bisogna restituire il senso: è questo il modo per riavvicinare il pubblico; abbandonare linguaggi ermetici e trovare una totale complicità col pubblico, sentire il desiderio di rimanere nella comprensione e condivisione con gli spettatori. Andare insieme da qualche parte con il pubblico.  Se c’è noia e incomprensione non c’è nient’altro. Bisogna stabilire un rapporto vero con le persone.

Ci sono dei temi ricorrenti nel vostro lavoro?
Sicuramente la destrutturazione scenica. In “La scelta”, per esempio, parlare di Eckhart diventa un pretesto per smontare il testo dello spettacolo, per attuare una destrutturazione drammaturgica. Le domande che rivolgo al pubblico sono le vere domande che ho posto a me stesso durante tutto il processo di montaggio e creazione dello spettacolo sul mistico domenicano.

Proporre oggi, nel nostro mondo dominato dal culto dell’immagine del sé, uno spettacolo su Eckhart, mistico medievale che predicava l’annientamento della propria egoità, cosa significa per te?
La motivazione è proprio questa: notare che viviamo in una società dominata dal culto del sé, dal selfie ossessivo-compulsivo. Ci hanno trasformato da cittadini a consumatori: soli, isolati, inseguenti una mitica realizzazione autoreferenziale che non porta altro che sofferenza e frustrazione.

Qual è allora la motivazione che ti spinge a portare in giro uno spettacolo come “La scelta”?
Non ho nessuna velleità. Uno spettacolo non intaccherà certo i meccanismi della società del consumo. Ma sento di voler condividere con il pubblico il mio ragionamento, che è scaturito dall’incontro e dalla scoperta del pensiero eckhartiano.

Cosa pensi arrivi allo spettatore di un lavoro del genere?
Spero che possa dare piacere, sorpresa e che muova almeno un poco di pensiero.

Il teatro “impegnato” che valenza ha per voi?
Il teatro che non è impegnato non ha ragione di esistere. “Non mi pongo al centro del cerchio, all’attenzione di tutti, se sono bello, se ho una bella voce, se so recitare bene. Mi metto al centro del cerchio se ho qualcosa da dire” ci insegnava Judith Malina.

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