Alla ricerca di una comune salvezza. Intervista a Davide Iodice

Davide Iodice

Davide Iodice durante un laboratorio (photo: Vincenzo Botte)

Classe 1968, fondatore nel 1992 della compagnia Liberamente, condirettore artistico del Teatro Nuovo di Napoli dal ’95 al ’99, Davide Iodice afferma il proprio credo per un teatro che parli di vita piuttosto che emularla. 

In attesa di ritrovarlo domenica prossima, 15 settembre, al festival Benevento Città Spettacolo con “Mangiare e bere. Letame e morte”, e ad ottobre presso l’Ex-Asilo Filangieri con la Scuola Elementare del Teatro, un laboratorio permanente a partecipazione gratuita, discutiamo del suo lavoro e di una nuova produzione, che debutterà nel 2014 al Napoli Teatro Festival.
Incontriamo il regista nella sua città, una Napoli particolarmente viva, misteriosa e popolata ancora da antiche leggende e miti sotterranei.



Davide che cos’è per te il teatro?
Il teatro è la vita stessa, nasce come catarsi e condivisione della ‘polis’, dunque come superamento delle proprie paure, della propria finitezza; nello stesso tempo è condivisione in comunità, fare politica.

Quali sono stati i tuoi principali riferimenti?

Sicuramente Antonio Neiwiller, pensatore, regista e drammaturgo teatrale geniale, alla cui visione mi sento particolarmente vicino, e poi Leo De Berardinis, con il quale sono stato in stretto contatto e di cui condivido l’idea di un teatro laboratorio nel senso di una formazione permanente dell’attore.

La fabbrica dei sogni di Iodice

La fabbrica dei sogni (photo: NTFI)

Nei tuoi ultimi lavori, in scena ritroviamo persone ‘vere’, che ci portano direttamente nella propria vita. Perché questa scelta e come riesci a farli essere spontanei ed efficaci pur non essendo loro attori?
Questa è una linea di ricerca che perseguo da sempre, nel tentativo di individuare all’interno del processo creativo l’autenticità. E’ una tensione rispetto alla considerazione dell’arte come bellezza e del fare dell’evento scenico un’intensità vitale come ricerca poi formale, che superi l’ortodossia teatrale stessa. Ad esempio, ne “La fabbrica dei sogni” sono partito dal senso di fallimento di una società basata sulle illusioni, sono andato quindi alla ricerca di un’immagine che corrispondesse a questa realtà; l’ho ritrovata nel dormitorio di Napoli, specchio di un’umanità.
Così, anche in “Un giorno tutto questo sarà tuo” ho riflettuto sul senso di responsabilità del passaggio di valori da una generazione ad un’altra, mettendo in scena i genitori stessi dei miei attori. Credo sia fondamentale chiedersi: “Cosa ho da dire?”.
Amo guardare alla vita anche da scorci poco visitati, e ritrarre ciò che vedo e sento nel momento stesso in cui lo vivo. Sulla base dell’intuizione, parto dalle persone basandomi sulla necessità piuttosto che su un’idea di stile.

“Che senso ha se solo tu ti salvi” è il titolo della prossima produzione. Da dove nasce?

E’ un’esplicita espressione di Neiwiller, un debito di riconoscenza ad un artista napoletano importante, anche per chi non lo ha conosciuto. E la domanda che sta alla base nasce ancora una volta da un’urgenza di realtà, dalla riflessione sulla società in cui viviamo: fine delle illusioni, riduzione del sogno in maceria, e responsabilità di questa frammentarietà, di queste rovine.
E nasce anche dal domandarmi cosa fare di queste rovine: si cammina e si passa? O si creano dei sodalizi per tentare delle proiezioni che in qualche modo cerchino un varco? Secondo me il varco, e quindi una possibilità di uscita da questo tempo doloroso, esiste. Viviamo in anni di sofferenza su tutti i livelli, dal punto di vista economico, espressivo, è diffusa oramai da tempo questa parola: “crisi”… Come diciamo mutuando da Pasolini “non sono io in crisi, è l’Italia che è in crisi, ed è la stessa crisi che vivo io”; e quindi come se ne esce? Per me se ne esce con l’umanità, con la compassione, che non intendo qui come misericordia cristiana ma come sentimento di empatia, ovvero come solidarietà, condivisione di progetti, superamento dei propri limiti corporei per proiettarsi verso gli altri, nella creazione di una forza ed un diritto comuni ad una vita dignitosa.

Come metterai in relazione il tema della compassione con il lavoro che farai svolgere ai tuoi attori?

Nella ricerca mi ispiro a “Le sette opere di misericordia di Caravaggio”, che tra l’altro in passato mi ha ispirato anche per “Dove gli angeli esitano”. La peculiarità di Caravaggio è di mettere al centro del proprio interesse artistico la persona, e di osservare la realtà trasportandola su un piano espressivo e poetico, laddove possibile. Intendo il senso della “salvezza” come desiderio di un’uscita comune. Per lo sviluppo dei temi che affronterò nel lavoro, come “dare da mangiar agli affamati, dare da bere agli assetati”, utilizzerò i luoghi fisici in cui tali temi vengono vissuti quotidianamente, facendo entrare in contatto i miei attori e danzatori con le persone che vivono in questi posti.





Alessandra Fabbri in Mangiare e bere. Letame e morte

Alessandra Fabbri in Mangiare e bere. Letame e morte (photo: Irene De Caprio)

Il teatro ci salverà? E chi si salverà nel teatro?

Il senso è superare se stessi e condividere la propria umanità con gli altri. Bisogna riconoscersi nel teatro come uomini. Non so precisamente da cosa bisogna salvarsi, sicuramente dal cinismo e dal proprio individualismo.

Trovi Napoli stimolante per il tuo lavoro? Cosa ti piacerebbe cambiare di questa città e dell’Italia in generale?

Napoli è il dito messo costantemente nella piaga… e così è l’Italia, una società in cui ci viene presentato come modello il reality show, che realtà non è, bensì un suo surrogato. In maniera fin troppo banale, i modelli che ci ha dato la televisione hanno creato nel tempo l’impoverimento di un’azione critica ed intellettuale, basandosi solo su tutto quello che è spettacolarità, vagheggiamento, puntando insomma ad una società vanesia, che non mette la persona al primo posto, che taglia le spese per i servizi fondamentali. In questo quadro, come può esserlo il teatro? Lo stato del teatro italiano è sotto gli occhi di tutti, non viene riconosciuto come valore, né tanto meno la cultura in generale.
Così, Napoli stessa millanta, senza porre le condizioni per cui l’artista possa svolgere il proprio lavoro serenamente. Credo che il sistema teatrale italiano sia totalmente da rifondare.
 Tutti quelli che sono i tentativi di rete, prossimità e vicinanza vanno sicuramente sostenuti; ammiro in questo senso l’input che ha dato il Teatro Valle.
Nello stesso tempo è importante, come diceva Leo, che l’artista migliori la propria ricerca, rendendo il proprio segno espressivo sempre più potente, e senza mai smettere di ricercare. Bisognerebbe poi ristabilire i criteri di valutazione dei progetti artistici e rivendicare il valore umano del teatro non sulla base economica, ma su una base qualitativa; ciò non vuol dire che non occorra trovare soluzioni funzionali per sostenere l’arte economicamente. Il criterio di valutazione dell’arte, secondo me, è capire il valore inestimabile di un’opera rapita; come scriveva Majakovskij nel 1914 in “La nuvola in calzoni”: «Voi dicevate “Jack London, denaro, amore, passione,” ma io vidi una sola cosa: vidi in voi una Gioconda che bisognava rubare! E vi hanno rubata».

 

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