All’improvviso uno (s)conosciuto: chiacchiere estive con Dante Antonelli

Dante Antonelli

Dante Antonelli (photo: Giacomo d’Alelio)

“’Chi tiene cervello e cuore, sta male…’. Me l’ha detto un pizzaiuolo, l’altra sera, ero a cena con degli amici…”. Dante Antonelli (romano del Quadraro, classe 1984) è un “giovane” regista e attore, anche se forse accetterebbe senza storcere la bocca la sola prima (non)catalogazione.
L’abbiamo incontrato in occasione dello spettacolo “La cocciutaggine”, suo saggio di diploma in quanto allievo alla Silvio d’Amico di Roma.

Dal testo omonimo dell’argentino Rafael Spregelburd, al termine di quattro mesi di lavoro, ne ha messo in scena per ora la seconda e terza parte, che ha debuttato il 16 luglio al Teatro Studio “Eleonora Duse”.
Il testo fa parte dell’“Eptalogia di Hieronymus Bosch”, che Spregelburd ha scritto ispirandosi alle tavole dell’inquieto pittore fiammingo per rappresentare la dissoluzione della morale moderna. “Le sette opere che la compongono portano titoli che designano sette peccati contemporanei, con una corrispondenza interna, spesso ludica e ghignante, coi peccati tradizionali. […] “La cocciutaggine” restituisce a Dio il suo vero luogo: il dizionario. Un gruppo di allegri fascisti, nella guerra civile spagnola, sottomessi alla scomposizione del tempo: un puzzle di Guernica, al quale mancano pezzi”.

Per questo lavoro di Antonelli sembra delinearsi all’orizzonte un futuro, grazie all’interesse del Teatro Potlach (laboratorio di ricerca e di sperimentazione teatrale dal 1976), a Fara in Sabina (Rieti), che si è proposto di ospitare il lavoro e le sue evoluzioni.

La compagnia è composta da un ensemble di notevoli attori neodiplomati all’Accademia, con lo stesso Antonelli in scena, capaci di racchiudere in sé gli elementi di melodramma a tinte forti del testo, dai rapidi e variegati cambi di registro. L’agone teatrale si sviluppa in uno spazio centrale delimitato da un cerchio sul pavimento, dalle evidenti connotazioni circensi: dentro di esso si svolge la scena, al di fuori gli attori ricadono, fermandosi e “trasformandosi” di abito e personaggio, con essenziali, quasi inesistenti oggetti scenici. Il tutto è legato dunque alla follia da melò grottesco del testo e della recitazione, esaltato dal gioco delle luci.
Di fronte quindi a tutt’altro che a un semplice saggio, da non archiviare come il solito lavoro d’Accademia, andiamo a conoscere vita, pensieri e ambizioni di un “allievo” regista come Dante Antonelli, in un incontro che rinfrescherà questa calda estate.

Cosa pensi di fare dopo la Silvio d’Amico: tornare a fare solo l’attore o continuare con la regia?
Ma io l’ho mai fatta la Silvio d’Amico? Ho avuto un rapporto molto conflittuale con l’Accademia, non per un suo motivo specifico, ma proprio perché difficilmente riesco a restare in un solo posto con le stesse persone. Sono tornato, andato, tornato… Cosa succederà dopo la Silvio d’Amico? Quello che succedeva durante e prima: io continuo, a volte prendendo delle grandissime cantonate, a cercare di fare qualcosa. La specificità professionale mi ha interessato sempre molto poco: la definizione di attore, regista, in un sistema commerciale di teatro, ruoli così nettamente distinti… Ho preferito sempre fare teatro.

Rimanere in Italia o emigrare altrove?

Qualche anno fa ero molto più intenzionato ad andarmene di quanto lo sia ora. Qualcosa mi stimola a pensare che è proprio in tempi di crisi come questi che chi ha coraggio e cerca di fare qualcosa possa trovare uno spazio in più, magari arrangiandosi, magari chiedendo agli spettatori di portarsi una sediola da casa, perché lo stai facendo in una piazza, in un luogo che non è un teatro e dove non hai la sarta di scena che ti mette a posto il vestitino… Insomma, fuori dal Teatro dei Balocchi, e in strada, andrebbe benissimo. Le cose belle devono essere portate fuori, tra la gente… O forse semplicemente non sto pensando in modo bohemien di prendere e partire e basta, con una valigia in spalla… L’ho fatto, e sono tornato.

Hai fatto anche regie di cortometraggi. Che differenze trovi nel lavorare per il teatro e per il cinema?

Dal punto di vista della regia, il teatro è più ricco per lo spettatore, il cinema è più ricco per il regista. Il regista nel cinema sceglie qualunque cosa, e fa fare allo spettatore un percorso obbligato; il teatro è un luogo e uno spazio tendenzialmente aperto, se non viene sovraccaricato di scenografie inutili, in cui lo spettatore sceglie volta per volta che cosa vedere: può soffermarsi su un dettaglio diverso. Fare una regia a teatro è meno tecnico e molto più fantasioso, è molto più ricco di stimoli. Il cinema è un po’ più “fascista”, se mi passi il termine, non necessariamente dispregiativo.

Come campa un giovane regista in Italia oggi?
Chi è questo giovane regista, ché glielo chiedo? Come campo io? Con parecchie difficoltà da molto tempo, da quando sono andato via di casa. Nei momenti più difficili ho avuto il sostegno della mia famiglia, altrimenti non ce l’avrei fatta. Ho fatto tantissimi lavori, lavoretti, lavorucci… Ho cercato di “prostituirmi” pochissimo artisticamente, credo di non avere macchie, tipo marchette, nel mio curriculum personale – che non è necessariamente un vanto… Da settembre cercherò di trovare un lavoro che mi permetta di fare teatro e dei laboratori, entrare nel sistema dell’istruzione pubblica, lavorando pomeriggio sera e notte a qualcosa di mio. Non lo so, vedremo come camperò…

La cocciutaggine di Antonelli

La cocciutaggine di Antonelli

Preferiresti fare l’aiuto regista di Ronconi o di Spregelburd?
Di Spregelburd. Il suo è un teatro che sento vicino: piccolo, che si deve industriare da solo, che viene da una realtà critica, dalla povertà, che non ha eccessivi strumenti, ma tanto desiderio d’essere teatro. La cosa interessante è che il suo teatro è nato quando è iniziata la crisi del sistema economico argentino. E a noi lui è arrivato dieci anni dopo, in un momento di crisi così forte. Non dico la stessa identica crisi, ma siamo lì… Nel suo lavoro c’è qualcosa che mi sembra estremamente vivo, a tratti anche amatoriale: la sua compagnia è formata da sua moglie e i suoi amici.

Avendo lavorato con loro, chi tra Massimo Popolizio e Antonio Latella butteresti giù dalla montagna?
Non si buttano giù dalla montagna i due citati, che sono tra l’altro delle montagne… Ma sono obbligato a rispondere, vero? Allora Massimo Popolizio, perché Antonio Latella, per quello che ho potuto conoscere, il poco che ci ho lavorato insieme, ha una visione sul futuro che mi interessa e mi stimola.

Domattina parte un nuovo grandioso progetto e puoi scegliere con chi lavorare: Carmelo Bene o Giorgio Strelher?
Carmelo Bene, sicuro. Perché? Non so neanche se ci sia un perché specifico: tra i due, morti, mi piacerebbe conoscere Carmelo “bene”, per magari litigarci…

Sei su un’isola deserta, dopo un naufragio: ti svegli sulla riva, accanto a te solo i resti della nave e un baule. Lo apri: cosa trovi dentro?
Spero di trovare dei fogli di carta, per poter scrivere nei momenti di delirio, e quindi una penna, con la quale disegnerei anche quello che vedo davanti a me, una birra ghiacciata quanto meno, del tabacco: può bastare… per qualche giorno dovrebbe… poi vedremo…

Ti sei dimenticato di un’ultima cosa nel baule, che luccica alle tue spalle: una lampada… la prendi e la lucidi… un genio! Esprimi i tuoi tre desideri.

Primo desiderio: riguarda il teatro. Mi piacerebbe assistere a una sua rinascita, esserne parte integrante, del nuovo interesse delle persone per l’attività teatrale. Generazionalmente, abbiamo sentito dire veramente troppo che “il teatro è morto” da queste persone, più grandi di noi, attori, registi, con cui c’è capitato di lavorare, molto pieni di questa idea post-avanguardista.
Secondo desiderio: facciamo un po’ gli egoisti e pensiamo solo a me. Mi piacerebbe fare questo lavoro senza preoccupazioni economiche, anche se spesso diventano uno stimolo molto grande, dandoti quel brivido di coraggio in più, perché te la stai rischiando… Ma semplicemente rischi di non poter pagare l’affitto della stanza dove sei questo mese! A lungo andare diventa una fatica, quindi mi piacerebbe che il genio che mi hai portato mi aiutasse a creare una condizione, un’attività, un gruppo di lavoro in grado di autosostentarsi.
Terzo e ultimo desiderio. La fine della dittatura culturale di questo nostro Paese? Dello stradominio di un certo tipo di valori rispetto ad altri? È difficile desiderare in questo momento, secondo me. È difficile anche solo pensare di poter desiderare qualcosa. Mi sembra di essere cresciuto con l’idea di dover lottare tantissimo per ottenere le cose, che non arrivino dall’alto, che quasi mai arrivano dall’alto e, che quando arrivano, c’è ben poco da fidarsi.
 

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