Altri sguardi su Cechov. Il lavoro corale di Roberto Rustioni

Tre atti unici da Anton Cechov

Tre atti unici da Anton Cechov (photo: Teatro i)

Dopo aver presentato un primo studio al Festival Castel dei Mondi l’estate scorsa, a seguito di un laboratorio coprodotto da associazione Teatro C/R e Fattore K negli spazi dell’ex Paolo Pini di Milano, ha debuttato a Teatro i lo spettacolo “Tre Atti unici da Anton Cechov”, in scena ancora stasera.
Roberto Rustioni unendo “L’orso”, “La domanda di matrimonio” e “L’anniversario” ha unito il corteggiamento tra una vedova e il creditore del defunto marito, la richiesta matrimoniale tra due acidi rampolli di buona famiglia, e il rapporto ormai consumato tra un borghese direttore di banca e la moglie ubriacata dalla sua boria, e dalle sue bugie, come elementi propri di ogni “storia d’amore”, o semplicemente come perfetti meccanismi comici.

Non solo. L’operazione di Rustioni su Anton Cechov riporta alla luce l’originale “sentire” dell’autore russo e parte della sua biografia, oltre che lo stile narrativo: «Mi limito a raccontare come i miei eroi si amano, si sposano, mettono al mondo dei figli, parlano e muoiono – scriveva Cechov, disegnatore di stati d’animo complessi in personaggi apparentemente quotidiani, simili a ogni essere umano, e ancora di più agli uomini del suo tempo, sciupati dalla mediocrità e incapaci di amare – Nostro nonno era stato picchiato dai signori, nostro padre è stato picchiato da nostro nonno, noi da nostro padre».

«L’intreccio è complicato ma non sciocco. Tutti gli atti si snodano tranquillamente, ma alla fine colpisco in faccia lo spettatore» scriveva Cechov a proposito dei suoi numerosi vaudeville composti sin dalla giovinezza. Eppure, il più delle volte del teatro di Cechov vengono messi in scena i maggiori drammi (“Il gabbiano”, “Zio Vanja”, “Le tre sorelle”, “Il giardino dei ciliegi”): come quadri parlanti, sono opere che dipingono atmosfere e situazioni, più che intrecci e vicende, di una determinata società, calata esattamente nel suo tempo, quello vissuto (per soli 44 anni, dal 1860 al 1904) dal giovane aspirante medico, nato terzo dei sei figli, che iniziò a pubblicare racconti umoristici per salvare la famiglia dalla povertà.


La copiosa produzione comica gli permise di entrare in contatto con editori e ambienti letterati, e da qui iniziò a produrre le sue maggiori opere che, accomunate da un “parlato” che riproduce il reale quotidiano, rappresentano una voce contro la società del suo tempo, mai urlata e caricata come una denuncia, semmai pronunciata sottovoce, se non addirittura lasciata sottintesa dai personaggi, costruiti con precisione, come macchine dall’articolata psicologia, tutte diverse, e che a volte sembrano incapaci di comunicare.

L’adattamento di Roberto Rustioni salva questo lato “buono” di Cechov dal rischio di certi adattamenti che hanno portato l’autore russo “oltre”, verso i successivi scenari dell’assurdo, dove l’incomunicabilità tra personaggi si traduce in silenzi e vuoti di comprensione che dovrebbero richiamare qualcosa di accaduto ma rimasto innominato.
Al contrario, Rustioni riporta Cechov alla “casa natale” del suo stile, avvicinandolo contemporaneamente a noi, oggi. “Contemporaneamente” in tutti i sensi: innanzitutto per la scelta di tre vaudeville che toccano il tragico esistenziale, che ancora oggi (ebbene sì) ci abita, partendo da un pretesto quotidiano e sviluppandolo con un meccanismo rapidissimo e comico.
In secondo luogo, per il metodo di lavoro di costruzione drammaturgica proposto da Rustioni, che ha tradotto e adattato il testo con la drammaturga Chiara Boscaro e la consulenza di Fausto Malcovati, e ha diretto (assistito alla regia da Luca Rodella) e interpretato lo spettacolo, insieme ad Antonio Gargiulo, Valentina Picello e Roberta Rovelli, a loro volta guidati nel movimento dalle coreografie di Olimpia Fortuni.

Lo spettacolo, infatti, è frutto del laboratorio “Cechov, un altro sguardo” che si è svolto un anno fa a Milano come laboratorio di scambio tra attori, danzatori, registi e drammaturghi under 35, uniti dalla ricerca di una recitazione “il più possibile organica, viva, semplice e moderna”, per capire “cosa intendeva Cechov quando diceva bisogna far vedere la vita così com’è?”.

Il lavoro di training legato al corpo e quello specifico sull’improvvisazione, a partire dal lavoro sul testo, mostrano i loro effetti “spettacolari” in una riuscita scenica totale, data dalla coerenza e pulizia di uno spettacolo tanto semplice quanto maturo: raramente, infatti, si trova (soprattutto con attori under 35) una recitazione “condivisa”, costruita insieme in una precisa direzione, equilibrata e ricca di energia, ritmo e capacità di concentrazione, pronti all’uso. In particolare, è evidente il grande lavoro sulla comicità, la manovella che gira lo spettacolo: le risate abbondano nel dramma umano, il pubblico non vede l’ora di vedere come si chiude la scena e di sentire come le parole d’amore riescono a trasformarsi in accuse e insulti. Non per becera curiosità, ma per vedere com’è davvero, e non la fiction di come dovrebbe essere.
Questi scherzi giovanili rappresentano i rapporti di coppia, prima dopo (e durante, perché no?) il matrimonio, nel loro aspetto più naturale: dal banale al grottesco, dal ridicolo al penoso, passando per un sorriso di tenerezza perché, in fondo, siamo proprio così.
 
Tre atti unici da Anton Cechov
traduzione e adattamento, ideazione e regia: Roberto Rustioni
dramaturg: Chiara Boscaro
consulenza: Fausto Malcovati
con: Antonio Gargiulo, Valentina Picello, Roberta Rovelli e Roberto Rustioni
assistente alla regia: Luca Rodella
movimento e coreografie: Olimpia Fortuni
prodotto da Associazione Teatro C/R – Fattore K – Olinda in coproduzione con Festival Castel dei Mondi di Andria 2012
durata: 1h 15′
applausi del pubblico: 2′ 20”

Visto a Milano, Teatro i, il 6 dicembre 2012


 

No Comments

  • sergio ha detto:

    Sì, molto interessante e mi sono ritrovato molto in questo pezzo. La cosa che mi manca un po’ è qualche parola in più a proposito di quelle micro-coreografie che spezzano ogni tanto l’azione, quelle che forse tu chiami “silenzi”, “incomunicabilità”. Se sono riuscito a inquadrarne bene il senso, non altrettanto l’efficacia, quel montaggio di movimenti un po’ sporco, un po’ approssimato è voluto, ma non capisco molto bene se funziona oppure distrae. Straniante, ecco. Che ne pensi?

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