Gli elementi eterogenei dell’Alveare di Contemporanea Festival

Alveare vol II (photo: contemporaneafestival.it)

Alveare vol II (photo: contemporaneafestival.it)

L’intento forte di Alveare, elemento caratterizzante del Contemporanea Festival di Prato è, tra gli altri, quello di dare visibilità a giovani compagnie che “rappresentano oggi lo sviluppo artistico e produttivo di una nuova generazione”.
All’interno di Officina Giovani, ex mattatoio cittadino, Contemporanea ha così organizzato nell’edizione di quest’anno (conclusasi ieri sera con la prima nazionale di “Esto es asi’ y a mi no me jodais” di Rodrigo Garcìa) due distinti percorsi, “Alveare volume I” e “Alveare volume II”.

Il secondo percorso, a cui assisto spostandomi in quattro differenti spazi, ospita altrettante compagnie che presentano piccoli studi della durata di circa quindici minuti ciascuno; nell’ordine Luisa Cortesi in collaborazione con Massimo Barzagli, Anagoor, Korekané – Elisabetta Gambi e Codice Ivan.

Nel primo lavoro, “Eskaton o il telos della visione”, Luisa Cortesi esplora il concetto di vicinanza e lontananza. La performer percorre, in un continuo e incessante movimento, fino quasi a saturarlo, l’intero spazio bianco longitudinale che la ospita, e ben presto realizziamo che il lucido vestito a fiori che indossa è in realtà dipinto da poco, con colori che nel corso della performance andranno a frantumarsi e mescolarsi tra loro (come non pensare all’ultimo Monet) sul corpo della danzatrice che si fa corpo dell’opera. La volontà di analizzare il cambiamento di percezione nel rapporto lontananza/vicinanza ricorda molto da vicino quella del pittore impressionista di annotare su tela le variazioni dell’apparenza del soggetto (naturale) al mutare della luce. E questa non è cosa da poco.


La storia dell’arte, così presente nel primo estratto, crea un legame con il secondo lavoro, “How much fortune can we make?” della compagnia Anagoor dove, in un ambiente claustrofobico immerso in rumori meccanici, un giovane emerge dal buio mentre è intento a contemplare il telero di Vittore Carpaccio “Miracolo a Rialto” (1494), dipinto caratterizzato dal dinamico taglio asimmetrico che raffigura la scena di un miracolo, inserita nel contesto rappresentativo di una Venezia in piena espansione economica. Anagoor affronta il legame che si instaura tra fruitore e rappresentazione. Il performer seziona la superficie dell’opera con un taglierino e, dalla ferita prodotta sulla tela, fuoriesce un fiotto di polvere d’oro – simbolo massimo di floridezza e opulenza -, che viene raccolto in una bacinella. La stessa polvere è quella con la quale il protagonista si cosparge subito dopo, per poi abbandonarsi su un tavolo, sotto a due vuoti riquadri, in una postura che rimanda al “Cristo nella tomba” di Hans Holbein il giovane. Il lavoro è forse troppo incentrato sulla ricerca di un equilibrio visivo, carica di rimandi e citazioni (Mondrian, Fontana) e questo a discapito di una riflessione, interessante sulla carta, ma che risulta poco efficace, considerata anche la breve durata. Resta il fatto che l’indagine degli Anagoor è senza dubbio stimolante, composita e originale, in un panorama che si dimostra sempre più caratterizzato da un filoneismo imperante.

Poi è la volta della compagnia Korakané, con “Primo frammento di un quotidiano disfatto”, che assieme al lavoro della Cortesi, sembra essere in nuce il più promettente dal punto di vista delle possibilità evolutive che lascia intravedere. Due donne, algide e composte, reiterano un tragitto circolare all’interno di una spirale disegnata sul pavimento, e in questo percorso ossessivo e ripetitivo, fatto di brevi pause e passi veloci, si manifesta all’improvviso – sottolineato dal buio in scena – un intoppo. Il lavoro offre un’analisi interessante, se pure abbozzata, dei meccanismi replicativi insiti nella vita quotidiana, dei quali spesso non ci accorgiamo. Usciamo dallo spazio interrogandoci ancora, con le parole della presentazione, su cosa debba accadere “perché lo schema si incrini”.

“Alveare 2” termina con la compagnia Codice Ivan. “GMGS/(andi)AMO AVANTI”, secondo tentativo del progetto “Give Me Money Give Me Sex”, sembra essere il lavoro meno interessante. Violenza repressa e forza bruta costituiscono l’unica materia risultante in una commistione di elementi quali banane, una maschera da scimmia indossata a turno dai protagonisti, un sacco da pugile che si muove appeso a un gancio e un giovane intento a colpire il vuoto fino a cadere esausto sul pavimento. Difficile orientarsi.

L’esperimento Alveare risulta interessante e vivo, fosse solo per gli interrogativi che suscita riguardo agli spazi del fare teatro e alla commistione delle discipline artistiche; purtroppo è altrettanto difficile riuscire a scorgere un filo conduttore all’interno di quattro lavori così eterogenei, che passano davanti ai nostri occhi in rapida successione. Frammenti così brevi possono finire col confondere le idee e indirizzare su percorsi sbagliati, quando, come in questo caso, si è chiamati a suggerire delle impressioni immediate.

ESKATON O IL TELOS DELLA VISIONE
di e con Luisa Cortesi
in collaborazione con MASSIMO BARZAGLI
da “Per Vedere” project

HOW MUCH FORTUNE CAN WE MAKE?
con: Moreno Callegari
ideazione e realizzazione: Simone Derai, Moreno Callegari, Marco Menegoni
produzione: Anagoor
coproduzione: Centrale FIES, Città di Venezia, Operaestate Festival, Teatro Fondamenta Nuove

PRIMO FRAMMENTO DI UN QUOTIDIANO DISFATTO
progetto: C R E P A
di: Chiara Cicognani e Elisabetta Gambi
elaborazione della luce: Flavio Urbinati
elaborazione del suono: Massimiliano Nazzi
produzione: Korekané – Elisabetta Gambi
con il sostegno di L’arboreto – Teatro Dimora e Teatro Petrella di Longiano

GMGS/(andi)AMO AVANTI
creazione collettiva: Codice Ivan
produzione: Codice Ivan
coproduzione: Contemporanea Festival, Centrale Fies, FAF
residenze creative Contemporanea Festival, FAF

durata totale: 76′
applausi complessivi: 1′ 02”

Visto a Prato, Officina Giovani, il 28 maggio 2010
Contemporanea Festival 2010

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