American Buffalo. A Chicago il classico di David Mamet nella regia di Amy Morton

American Buffalo
American Buffalo

‘American Buffalo’ rimarrà in scena fino al 14 febbraio (photo: Steppenwolf Theatre)

È il 1974. Nello scantinato di una chiesa a Highland Park, Illinois, Gary Sinise, Terry Kinney e Jeff Perry fondano la Steppenwolf Theatre Company. Nato da un piccolo sogno (i tre hanno appena vent’anni), ben presto l’ensemble che prende il nome dal romanzo di Hermann Hesse (“Il lupo della steppa”) diviene una compagnia stabile (1976) e comincia a farsi un nome nel sobborgo a nord di Chicago.
È il 1980 quando si sposta in città ed entra in residenza all’auditorium di 134 posti della Jane Addams Hull House Center su Broadway Avenue. Il successo cresce e due anni dopo Sinise e i suoi entrano in possesso di un vecchio stabile al 2851 di Halsted Street, nell’elegante zona di Lincoln Park. Lo trasformeranno in un teatro semplice e aperto, con 211 poltrone dalle quali non si alzeranno più.
Entra nell’organico anche John Malkovic e la stagione inaugurale porta in cartellone “And Miss Reardon Drinks a Little” di Paul Zindel, “Grease”, “Rosencrantz and Guildenstern Are Dead” di Tom Stoppard e “The Glass Menagerie” di Tennessee Williams.

Oggi la Steppenwolf Theatre Company, che conta più di quaranta membri fra tecnici, attori, registi, musicisti, drammaturghi, film maker e adattatori di script, è la compagnia americana più longeva e prosperante.
Una sorta di scuola/laboratorio di arti e mestieri, della quale conquistare il titolo di “membro” è uno dei maggiori prestigi che si possano ottenere oltreoceano. Una vera e propria culla del teatro di prosa, terreno di scambio di tradizioni e innovazioni, ma con un grande, fondamentale rispetto per la drammaturgia.

Don, proprietario di un “junk shop”, un negozio di anticaglie, scopre di aver venduto a un fortunato avventore un vecchio nichelino (l’American Buffalo) per un prezzo di gran lunga inferiore al suo valore reale. Per riscattarsi, decide di coinvolgere il giovane disadattato Bobby e il furbo amico opportunista Teach in un piano per derubare l’uomo. Tireranno dentro anche Fletcher, che, senza mai comparire in scena, finirà per mandare all’aria il colpo.
Scrivendo “American Buffalo” nel 1975 il celebre drammaturgo David Mamet confezionava, secondo la critica del tempo, la “migliore commedia della decade”, che avrebbe da lì in poi visto quasi dieci edizioni. Tra Broadway e Off-Broadway si sono alternati cast stellari che includevano Al Pacino, William H. Macy, Clifton James e J.J. Johnston, mentre una versione cinematografica adattata dallo stesso Mamet nel 1996 faceva incontrare Dustin Hoffman e David Franz. L’edizione del 2009, diretta da Amy Morton, ospita sul palco Patrick Andrews, Francis Guinan e Tracy Letts. Fa un certo effetto sentire certi nomi quando li si è per anni associati al cinema e alla televisione. Si tratta, in un certo senso, di quello stesso “effetto Usa” che ti colpisce in faccia quando scopri che a Chicago fa così freddo come si vede in E.R. o che i tombini di New York buttano davvero denso vapore.

I tre protagonisti occupano alla perfezione una scena stracarica di particolari (l’interno del negozio di Don), in cui l’occhio si perderebbe volentieri a contare i libri impilati o riconoscere stampe alle pareti, non fosse che l’attenzione è catalizzata sulla vicenda e sui dialoghi. In perfetto stile statunitense, del quale Mamet è da sempre profeta annunciato, una trama in sé estremamente semplice, riassumibile in poche righe, diviene terreno perfetto per approfondimenti chirurgici sulla psicologia dei personaggi. Come se gli attori, nella costruzione della tensione, avessero a disposizione solo lo stretto necessario, costituito dal giusto scenario, dai giusti costumi, dai giusti dialetti (nei crediti compare un “dialect coach”, un apposito insegnante), ovviamente dalle giuste parole. Ma la drammaturgia spiega le ali soprattutto grazie a sguardi, silenzi o pause, oppure grazie a lunghe tirate che lasciano (soprattutto il loquace Teach, efficacissimo Tracy Letts) senza fiato per la quantità di parole affastellate. Eppure, in quelle corse del linguaggio, i lemmi sono carne da macello, si accavallano fino a sfiorare l’incomprensibilità, ché ciò che conta davvero sono ritmo e micromovimento.
Amy Morton dirige i tre espertissimi attori in una continua staffetta di linguaggio dei segni: se Teach è il classico misantropo del Midwest, tutto grattate di pube, aggiustamenti del cinturone e naso che tira, Don è un capolavoro di New England style, maestro di intercalari (“you know”, “what I’m saying is…”) e imprecazioni soffocate, mentre Bobby è un capolavoro di “urban crawling”, un essere quasi amorfo che trascina per la stanza i pantaloni troppo lunghi e si muove nella giacca sformata lasciando andare parole sconnesse come risposte a domande retoriche.

In un triangolo drammaturgico perfetto, nel quale le variazioni sono innumerevoli – un po’ come nello schema binario di Beckett o nell’oligarchia di Pinter e Williams – grande è dunque il lavoro su dialetti e gestualità con cui si vuole, come in una parabola sulla caccia al bufalo, inseguire l’America.
Certo, si è fatta a volte fatica – da non madrelingua – seguire tutti i tiranti psicologici che issano la storia, a godere interamente dei ganci di sagacia con cui si spiega il “Sogno (o l’Incubo) Americano”, ma la serata a Chicago è stata di certo un’esperienza singolare. Ancora una volta lontano e diverso oltre ogni sospetto è questo grande paese d’Occidente, che a tratti ci sembra di conoscere, ma che appena può ci esclude dal cerchio mostrando, freddo, profonde differenze. Che chissà mai se capiremo.

AMERICAN BUFFALO
di David Mamet
regia: Amy Morton
produzione: Steppenwolf Theatre Company
interpreti: Patrick Andrews, Francis Guinan, Tracy Letts
scene: Kevin Depinet
costumi: Nan Cibula-Jenkins
luci: Pat Collins
musiche: Rob Milburn, Michael Bodeen
coreografie (lotta): Rick Sordelet
istruttore dialetti: Cecilie O’Reilly
durata: 1h 45’
applausi del pubblico: 1’ 20’’

Visto a Chicago, Steppenwolf Theatre, il 27 dicembre 2009

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