Aminta: Antonio Latella per l’amour fou di Tasso

Photo: Brunella Giolivo
Photo: Brunella Giolivo

A chi pensa che sarebbe impossibile rimettere in scena oggi una favola pastorale, basata non su caratteri contemporanei ma su episodi mitologici, su vicende amorose a lieto fine, tra semplici pastori, come quelle che vennero in gran voga alla fine del ‘500 per merito dell’Arcadia, Antonio Latella, celebre per aver proposto altri simili azzardi, offre una risposta concreta di assoluto valore, merito anche di quattro meravigliosi giovani interpreti.
Ha proposto la sua “Aminta” al LAC di Lugano, gremito di studenti assai disciplinati nonostante la, per certi versi perigliosa, messa in scena.

Il nome del pastore Aminta, reso celebre da Torquato Tasso, è simbolo dell’amore spinto sino alla morte: “Aminta” è un viaggio meraviglioso alla scoperta di una lingua proposta in endecasillabi e settenari, ormai caduta in disuso; è quindi un azzardo per il teatro di oggi, quasi impossibile da rappresentare.
E poi a chi può importare, ai nostri giorni, di un pastore innamorato di una ninfa che non ne vuole sapere del suo amore e tenta il suicidio per lei?

La prima rappresentazione di quest’opera avvenne nel 1573 al Belvedere di Ferrara, anche se venne pubblicata più tardi, nel 1580. L’opera fu messa in scena dalla Compagnia dei Gelosi, una delle più importanti di quel tempo, senza i cori e gli intermezzi, e forse senza l’episodio di Mopso.
Si tratta appunto di una favola pastorale, forma teatrale in cui convergono la tradizione dell’egloga e il dramma satiresco, una delle strutture in cui si articolava, insieme a tragedia e commedia, il teatro greco classico.
E’ suddivisa, secondo i canoni stabiliti da Aristotele nella Poetica, con unità di tempo e di luogo, cinque atti preceduti da un prologo con l’aggiunta di un coro, con la vicenda messa in scena attraverso il dialogo tra i personaggi; la tragedia è sempre incombente, ma per fortuna si risolve in modo (qui, apparentemente) positivo per i personaggi.


La storia narrata vede al centro il pastore Aminta che si s’innamora di una ninfa mortale, Silvia, che non lo ricambia, preferendogli la caccia. Il pastore comunica all’amico Tirsi il proprio dolore e gli confida il proposito di uccidersi. Dafne, amica di Silvia, consiglia ad Aminta di recarsi alla fonte dove si bagna di solito la ninfa. Qui l’amata viene aggredita da un satiro che si appresta a violentarla, quando interviene Aminta stesso che la salva. Ma lei, ingrata, scappa senza ringraziarlo. Sopraggiunge la ninfa Nerina (e qui è obbligo ricordarsi di Leopardi, che amò tantissimo l’opera del Tasso) ad annunciare il ritrovamento dei resti della Ninfa, morta sbranata dai lupi.
Addolorato per la morte dell’amata, il pastore decide di suicidarsi, gettandosi da una rupe.
Silvia, che in realtà non è morta, ricevuta la notizia del suicidio di Aminta, presa dal rimorso e resasi conto di amarlo, si avvicina al corpo, piangendo disperata. Ma Aminta è ancora vivo, perché un cespuglio ne ha attutito la caduta e riprende i sensi; così la vicenda si conclude, forse con il coronamento dell’amore tra i due.

Sul palco i nove personaggi, più un coro, sono interpretati (con alcuni doppi ruoli) da quattro attori: Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna e Giuliana Bianca Vigogna, quasi immobili, vestiti di costumi anonimi, illuminati sobriamente da Simone De Angelis, che utilizza anche un faro rotante per farne risaltare solo qualche particolare, dando vivacità all’azione; tutto perché deve essere la parola a farla da padrona.

L’unica apparente concessione al teatro esibito (forse ne avremmo gradite di maggiori) è quella significante della trasformazione lenta e potente del mesto, dolce Aminta, nel Satiro oltraggioso.

La seconda parte dello spettacolo cambia in parte registro, con le cadenze rock che spezzano il fraseggio per versi con le esecuzioni significanti di “Rid of me” di P. J. Harvey e “Vitamin C” dei Can, con Matilde Vigna alla chitarra elettrica; ma prima avevamo ascoltato anche il divino Claudio Monteverdi (le scelte musicali sono di Franco Visioli).
Protagonista assoluto della vicenda non è, come si potrebbe pensare, Aminta bensì Amore, Amore che – in carne ed ossa – all’inizio si presenta per mescolarsi tra i pastori, e che alla fine è cercato dalla madre Venere nell’efficace rimontaggio drammaturgico di Linda Dalisi.
Amore si declina in tutti i suoi aspetti: puro e dolce in Aminta; fonte continua del desiderio per Silvia; forza naturale e benigna per Daphne; istinto bestiale nel Satiro; maturo ma denso di insoddisfazione quello di Tirsi, dove si nasconde l’animo melanconico dello stesso autore.
I giovani Aminta e Silvia, ancora in cerca di una più precisa definizione dei sentimenti si misurano così con i più maturi Tirsi e Dafne.

Ma è il bellissimo finale, spesso tagliato in diverse edizioni, che invece Latella pone come suggello a tutto, proposto con straordinaria efficacia da Michelangelo Dalisi, che entra nel vivo della contemporaneità dello spettacolo.
Venere in cerca del figlio ce ne svela il disincanto: l’amore, se non docilmente governato, può arrecare dolore, può lacerare il cuore ed il cervello: con lui bisogna sempre fare i conti (e ben lo sanno le centinaia di donne che ogni anno soccombono ad un amore funesto). E così qui, ma disseminata in tutto lo spettacolo, troviamo non una storia antica irrapresentabile, ma – attraverso la semplice forza della parola dell’attore che gli interpreti di Latella rendono in modo esemplare – vi è la meravigliosa rappresentazione di stati d’animo che troviamo ogni giorno nella nostra vita stessa, riproposta con parole di cui avevamo perso l’intensità, e che qui riconquistano tutta la loro poetica forza e significanza.

AMINTA
di Torquato Tasso
drammaturga Linda Dalisi
regia Antonio Latella
con Michelangelo Dalisi, Emanuele Turetta, Matilde Vigna, Giuliana Bianca Vigogna
scene Giuseppe Stellato
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
movimenti Francesco Manetti
assistente alla regia Francesca Giolivo
produzione stabilemobile
in collaborazione con AMAT e Comune di Macerata

durata: 1h 30′ (più intervallo)

Visto a Lugano, LAC, il 10 gennaio 2019

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