Amletò. Con Giancarlo Sepe Shakespeare si rifugia a Parigi

L'Amletò di Giancarlo Sepe

L’Amletò di Giancarlo Sepe

A Giancarlo Sepe basta un accento per dare alla tragedia di Shakespeare, e ad Amleto, un ghigno enigmatico che ammicca sornione dalle ‘rues’ parigine come dal viso di una Gioconda. Con un’operazione apparentemente semplice e lineare, quale l’accentare il nome del più conosciuto dei principini danesi, Sepe rivisita il testo shakespeariano alla luce rarefatta della Francia anni ’30. La famiglia di “Amletò”, fuggita al nazismo, si rifugia infatti a Parigi.

È Sepe il ‘Lumière’ che accende i fari dell’auto in una fuga cinematografica che porta la famiglia di Amleto, e lo spettacolo, dalla gelida Danimarca del testo teatrale alle nebbie dell’Hôtel du Nord, ispirandosi all’omonimo film del 1938 diretto da Marcel Carné. Il regista e autore di “Amletò” è un Lumière d’eccezione, ha la consapevolezza dell’artista sceso in strada con il testo di Shakespeare custodito sotto il braccio, senza il bisogno di frugare ancora tra le battute, ma dando la potenza di quella voce ai corpi degli attori.

I personaggi si rivelano così burattini in stato di grazia che passano dal melò alle smorfie del mimo, dalla pantomima al noir, iniziando solo dopo una ventina di minuti di pura gestualità ad articolare fonemi che tendono a un grammelot aulico francese ma che affondano spesso in un più ironico gorgoglìo degno della clientela del canale di Saint-Martin, tra prostitute ed esiliati politici che fan ballare valzer e pugnali sulle rive del canale dell’Hôtel du Nord.

A incorniciare questa giostra francese è, a Roma, il Teatro La Comunità, fondato dallo stesso regista casertano nel 1972 e che continua ad accendersi nel dedalo trasteverino; lo stesso teatro è anche la ‘Parigi’ dove alcuni dei giovani e brillanti attori si sono formati, quella stessa Parigi nella quale Amletò (un ispiratissimo Guido Targetti) attraversa il suo destino mantenendo l’ingannevole vitalità di un burattino: nonostante possa saltare da una parte all’altra del palcoscenico non riesce però a muovere un passo lontano da chi l’ha plasmato, la madre.
Sull’esempio collodiano servirebbe una fata, e al principe danese si palesa anche nelle forme di una innamoratissima Ofelia; è solo lì che Amletò vacilla, che per un istante si spoglia del ritratto/ruolo del padre fantasma al quale continuava a dar voce (e al quale delegherà perfino l’irrisolta questione dell’essere o non essere) e per un attimo sembra cedere alla lusinga dell’amore che lo invita a sciogliere l’incantesimo del suo complesso edipico. “Ma che Ofelia e Ofelia… egli amava la madre è basta!” ma è lo stesso Sepe, nelle note di regia, a non dar speranza alla giovane suicida, che continuerà ad avanzare verso il canale nonostante l’avvertimento di Laerte di non innamorarsi di un ipocondriaco visionario.

Amletò è malato? O è triste? Come in “Hôtel du Nord” il contagio del suicidio passa tra i due giovani, e lambisce anche Claudio, lo zio impostore che ha sposato la voluttuosa Gertrude, la madre di Amletò, dopo averne ucciso il padre, come Sepe ci mostra in un prezioso antefatto che trova la sua genesi proprio nel cinema francese.

Intanto le musiche, il suono delle voci di Arletty, Joséphine Baker e le atmosfere da “Parenti terribili” richiamano l’età d’oro del cinema francese, il realismo poetico di Prévert e le scenografie di Trauner in una messa in scena avvincente e corale, fanfara d’altri tempi, che sorprende il pubblico tra voli pindarici ed esalta il talento degli interpreti.
Tutto può esser guardato come artificio ammiccante e intrattenimento di pregevole fattura, ma allo stesso tempo può esser letto simbolicamente sulla tela degli infiniti richiami e citazioni che Sepe costruisce.

Mentre il padre di Amletò chiede vendetta dall’aldilà, il principe finirà per uccidere Ofelia, se non biologicamente almeno metaforicamente, sparandole con una pistola (quella di Carné) ad acqua (quella di Shakespeare). Così che, dopo la morte di Ofelia, in una gag onirica e tragicomica, ci si interroga su quale sia il punto esatto della sua morte, se il canal di Saint-Martin, dove infine si è annegata, o ogni punto in cui si è consumata stando vicina all’incauto Amletò.

Anche il pubblico stringe sotto braccio le reminiscenze della tragedia e non chiede allo spettacolo di mantenere uno svolgimento logico, ma di ripercorrere in associazione libera la gestualità e l’assurda ripetizione dei rapporti umani, come se Amletò, tornando a battere sempre sullo stesso tasto, lasciasse al pubblico la possibilità di reagire a un’insoddisfazione tenace e confusa le cui origini si annidano nella tragedia del primo Amleto.

Mentre tutto si risolve nel “non-essere”, tra gelosie, tradimenti e lo scoppio dell’ennesima guerra sullo sfondo, Amletò fa la sua non-scelta mettendo su un piedistallo, irraggiungibile, l’idea di Ofelia e del padre, ossia le due persone che gli chiedevano di agire: amare e vendicare, mentre l’Amletò burattino non farà nessuna delle due.

Il principino ‘francese’ ci lascia intravedere una realtà celata e deformata dietro la trama delle calze di seta della madre, così come Sepe veste lo sguardo degli spettatori attraverso il cinema e la musica, proteggendo il pubblico da quell’eclissi violenta che va in scena nella tragedia shakespeariana con l’unico filtro che concede all’occhio di guardare al tormento della verità umana: l’ironia.

AMLETÒ (ovvero gravi incomprensioni all’Hotel du Nord)
di Giancarlo Sepe
regia: Giancarlo Sepe
scene e costumi: Carlo De Mario, Matteo Zenardi
musiche a cura di Davide Mastrogiovanni e Harmonia Team
luci: Guido Pizzuti
assistente scenografo: Lorenzo Castelli
con: Lucia Bianchi, Paolo Camilli, Federico Citracca, Manuel D’Amario, Francesco Sechi, Federica Stefanelli, Marcela Szurkalo, Guido Targetti
produzione: BISTREMILA di Marioletta Bideri

durata: 1h 26′
applausi del pubblico: 2’30’’

Visto a Roma, Teatro La Comunità 1972, il 4 aprile 2015

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