L’Amleto take away di Berardi-Casolari: to be or Fb?

Casolari e Berardi (photo: Luca Del Pia)
Casolari e Berardi (photo: Luca Del Pia)

La relatività dell’essere. L’esistenza, tra sogno e materia. La felicità effettiva e quella percepita. Lo spazio reale, fiabesco, artistico. La frammentarietà dell’esistenza. Un tempo che è sopravvivere: mai compatto o lineare, sempre mutevole e dispersivo. Una vita passata a correre dietro alla vita, nel tentativo vano di afferrarla.
Tutto questo è “Amleto take away”, produzione Compagnia Berardi Casolari e Teatro dell’Elfo.

Curvo, un sipario rosso sulla schiena come una croce, Gianfranco Berardi si staglia dal buio. È un povero cristo, il tendaggio come un mantello, l’arte come una corona di spine. Sferzato, agitato da furore creativo, Berardi interpreta il teatro come passione. Recitare è amore e sofferenza. La messa in scena è sacra rappresentazione. Vita e arte vanno a braccetto. Un alone immaginifico inonda il presente. L’ebbrezza di passato e futuro crea uno spettacolo istrionico.

Istantanee di vita vissuta, come in due lavori precedenti, “Io provo a volare” o “In fondo agli occhi”. Ecco l’infanzia di Berardi a Crispiano (Taranto), il rapporto con il padre operaio dell’Ilva. Le fiamme delle ciminiere sono narici di un drago. La polvere mortale dello stabilimento ionico è sabbia del deserto dell’Arizona. E poi i pranzi tutti insieme, che nessuno poteva iniziare a mangiare se tutti non erano a tavola. Ma il papà si sedeva, e iniziava a leggere Tex Willer. E allora il pasto perdeva quell’aura mistica.


Berardi contiene a fatica il proprio estro. Libera risate ed elegia, energia, verità e riflessioni. La cifra di questo teatro sta nel non prendersi sul serio. Neppure le pulsioni affettive sono affidabili. “Amleto take away” è questo: accostarsi alle ambiguità della vita, mettere in dubbio tutto, anche il sentimento. Del resto, lo dice la parola stessa: “Senti? Mento!”.

Essere o non essere. Vivere o apparire. Shakespeare è ambivalenza. Quest’Amleto usa e getta si adatta perfettamente alla nostra epoca dei selfie e delle foto allegre su Instagram, delle amicizie fantomatiche su Facebook, della felicità esibita fra un tramonto e un piatto di spaghetti. «To be o FB, questo è il problema! Chiudere gli occhi e tuffarsi dentro sé e accettarsi per quello che si è, isolandosi da community virtuali per guardare da vicino e cercare di capire la realtà in cui si vive? O affannarsi per postare foto in posa tutte belle, senza rughe, seducenti, sorridenti, grazie all’App di Photoshop»?

Meglio stendere un velo pietoso. Meglio chiudere un occhio, anzi, tutti e due. C’è una parte dello spettacolo che Berardi dedica infatti alla propria cecità. Ma il suo non vedere non è mai assoluto, perché la malattia di Leber non toglie la percezione della luce.
Berardi è luminoso. La sua arte è piena di bagliori e riverberi. Oscilla fra vita, viscere e virtuosismi. Fra teatro e metateatro. Fra lucidità e pazzia.

Pazza è anche la squadra di calcio dell’Inter, la cui maglia Berardi indossa a un certo punto con il nome di Amleto e il numero 9. Pazza Inter, pazzo Amleto: che come finalizzatore in mezzo all’area proprio non lo vediamo, indeciso a tutto com’è. E i nerazzurri sono un trucco: la squadra più amletica, inafferrabile, del calcio italiano.
“Pazza Inter, amala”, dice una canzone. In questo testo che cincischia, svaga, svapora, in questo lavoro che perde mille volte il filo per poi riprenderlo, le pagine più belle sono dedicate all’amore. Parole come fiotti, versi come petali, sguardi come promesse. Nella trama fanfarona, nella recitazione spaccona, le sequenze sull’amore sono doppiamente poetiche. Tanto più che coinvolgono direttamente Gabriella Casolari, per il resto presenza nell’ombra. Ma qui la Casolari è regista occulta di gesti delicati, latrice di piccole cure. È spalla, amica, amante. È madre silente, guida pudica, supporto scenico afono.
L’estro di Berardi, donchisciotte dalla fisicità esuberante; la poesia muta di Casolari. Portiamo via dall’Elfo i riflessi cangianti della scena, una prova d’attore maiuscola, i mille paradossi di una vita sempre da lottare, a costo di fallire.
Il 15 dicembre a Calenzano e poi a gennaio a Sinnai (il 12) e Bari (il 18).

AMLETO TAKE AWAY
uno spettacolo di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
musiche Davide Berardi e Bruno Galeone, luci Luca Diani
produzione Compagnia Berardi Casolari, Teatro dell’Elfo
con il sostegno di Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival di Armunia Castiglioncello, Comune di Rimini-Teatro Novelli
Si ringraziano César Brie, Eugenio Vaccaro, Il Teatro del segno di Cagliari, Sementerie artistiche di Crevalcore (BO)

durata: 1h
applausi del pubblico: 3’ 50”

Visto a Milano, Teatro Elfo Puccini, il 4 dicembre 2018

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