L’Amleto di Binasco. Essere, o non essere?

Fabrizio Contri (Spettro), Gabriele Portoghese (Amleto) - photo: Laila Pozzo
Fabrizio Contri (Spettro), Gabriele Portoghese (Amleto) - photo: Laila Pozzo

Si dirada la luce nel buio delle Fonderie Limone di Moncalieri (TO) ed Elsinore si offre allo spettatore come un pavimento freddo, un’aura di piombo, una sedia vuota. Da qui ha inizio il dramma più antico d’Occidente, dove l’inadeguatezza al potere diventa sorgente di disprezzo e irresolutezza – il dramma di anime in frantumi, prima ancora che cupa tragedia.

Per il regista Valerio Binasco confrontarsi con “Amleto” significa fare i conti con il proprio passato teatrale, dal momento che lo incarnò nella messinscena dell’opera di Carlo Cecchi. Binasco ammette che Cecchi aveva e ha tutt’oggi «una sorta di copyright nella mia fantasia su quello che è e dovrebbe essere Amleto», ma il regista sembra comunque volersi muovere nelle terre shakespeariane con passi autonomi, con la sincerità di chi è arrivato ad un punto ben riconoscibile della sua esperienza e sceglie di ravvivare voci sempre a rischio di essere sopite dalla tradizione e dalla ligia reverenza.

Binasco recupera le contorte domande di Amleto agli altri e a sé stesso, i suoi nervi e il suo sudore, la lunga e profonda ombra dello Spettro paterno che opprime il figlio nella disperazione e i traditori Claudio e Gertrude nel silenzio colpevole, ma lo fa con la serena libertà di chi non ha nulla da perdere e ama francamente e sinceramente quell’opera – proprio alle Fonderie, teatro prediletto di Binasco fra quelli dello Stabile di Torino che dirige.


Il lavoro – ce lo aveva raccontato lui stesso in questa recente videointervista – nasce come frutto di un lungo laboratorio i cui animatori sono gli attori del neonato Lemon Ensemble, un format artistico in cui «un gruppo di creativi si incontra e dà vita a qualcosa che un attimo prima non c’era, non era nella testa del regista». Avvicinarsi al tanto noto “Amleto” come se non lo si conoscesse affatto. Ciò porta all’osso dell’opera: scene essenziali e quasi gelide (di Nicolas Bovey, concepite insieme a Marcello Magni, che ha fra le sue collaborazioni anche quella con Peter Brook), abiti contemporanei ma affatto eccentrici (di Michela Pagano), l’energia vertiginosa della traduzione di Cesare Garboli – la stessa dell’edizione di Cecchi, a dimostrazione del fatto che quell’“Amleto” Binasco non può strapparselo di dosso. In tal senso è fondamentale l’apporto (e supporto) in qualità di drammaturgo di Fausto Paravidino, insieme al quale il macigno testuale è stato alleggerito e talora affilato, specialmente nel quinto atto; è un lavoro questo ben celato, che conferisce un po’ più di battito a una drammaturgia ardua a maneggiarsi senza privarle nulla.

Nello spazio del dolore e dell’efferatezza, tutti sono vittime e carnefici. Binasco non aderisce al manicheismo della lettura cecchiana dell’“Amleto” e sceglie di non fare economia della contraddizione, del malessere che dilania il protagonista (incarnato da Gabriele Portoghese, garbato ma alle volte troppo impostato) ma tormenta anche la madre Gertrude (Mariangela Granelli).
Michele di Mauro è un Claudio dallo sguardo malinconicamente sperduto, del tutto distante dal crudele fratricida a cui siamo avvezzi; Polonio (Nicola Pannelli) è l’investigatore goffo e pusillanime della follia di Amleto.
L’idea di interpretazione è senza dubbio moderna senza debordare nella pretesa di voler attualizzare a tutti i costi, ma qua e là le prove attoriali sembrano zoppicare e affidarsi troppo ad un’esasperata emotività, che poco restituisce la solenne (e irripetibile) aristocrazia del contesto drammatico. La talora inaggirabile pesantezza dei tempi e dei dialoghi certamente non agevola la scioltezza performativa, ma non sempre gli interpreti sembrano a loro agio con la propria parte. Chi spicca per convinzione e freschezza è la giovanissima Giulia Mazzarino, nei panni della sfuggente e logorata Ofelia, la cui morte è uno dei momenti più a effetto dello spettacolo.

Il compito assunto da Binasco non è oltremodo semplice, ma si riafferma qui che il principio guida della messinscena (che sfiora le quattro ore) è lo stesso da tempo immemore: è arduo pensare ad Amleto senza ricondurlo al capriccio e all’insoddisfazione di noi tutti, ancora così primitivi nelle passioni, senza schiantarsi contro l’odio per la nostra presunta inconsistenza: da qui, nel testo shakespeariano come sul palcoscenico, si parte senza dubbio, intraprendendo percorsi a volte lunghissimi (ma anche a tre passi da noi); si torna poi sempre in un territorio meno opaco, con le crepe ancora scoperte e turbolenze pronte ad agitarsi – nel territorio della paura e degli umanissimi accadimenti della vita e dell’arte.

In scena a Torino fino al 19 maggio.

AMLETO
di William Shakespeare
traduzione di Cesare Garboli
consulenza drammaturgica Fausto Paravidino
con (in ordine alfabetico) Fausto Cabra, Vittorio Camarota, Fabrizio Contri, Michele Di Mauro, Christian di Filippo, Mariangela Granelli, Giulia Mazzarino, Nicola Pannelli, Mario Pirrello, Gabriele Portoghese, Franco Ravera, Michele Schiano Di Cola
e con gli allievi della Scuola del Teatro Stabile di Torino Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Cristina Parku, Davide Pascarella
regia Valerio Binasco
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Michela Pagano
suono Claudio Tortorici
assistente alla regia Simone Luglio
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

durata: 4 h con intervallo

Visto a Moncalieri (TO), Fonderie Limone, il 30 aprile 2019
Prima nazionale

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