Ammutinamenti 14: tra la giovane danza urbana e d’autore

Photo: Dario Bonazza

Photo: Dario Bonazza

Ammutinamenti, festival di danza urbana e d’autore, ha articolato in questa edizione la sua proposta tra vari progetti ed eventi che hanno trovato la loro collocazione sia negli spazi urbani della città di Ravenna, che nello spazio teatrale delle Artificerie Almagià.
Ultima proposta del festival la vetrina della Giovane Danza d’Autore, articolata su tre giorni e di cui vi raccontiamo oggi la fase conclusiva.

Primo gruppo in scena il Collettivo PirateJenny con il suo “Pollicino 2.0”, in cui i topoi della favola diventano metafore del vivere difficile dei nostri tempi.
Pollicino si moltiplica per tre interpreti, nello spettacolo concorrenti di un reality show sottoposti a sfide di sopravvivenza per superare l’inverno e la sua “invernitudine”.
Simpatica, in pieno stile televisivo, la presentazione dei tre personaggi, un po’ stanca e povera di immaginazione forte quella centrale, che riguarda le sfide, intervallate da corse circolari che rimandano all’idea di girare in tondo all’interno del bosco senza trovare una via d’uscita, ma nelle quali i corpi perdono spessore e l’intenzione si opacizza.
Più incisiva la parte finale, anche questa legata alla parola, in cui vengono elencati i mali della nostra società, zavorre della non possibilità di arrivare alla luce.

Segue Tommaso Monza con il suo “Studio per il Khan”, parte di un progetto pluriennale di ricerca performativa che esamina le relazioni tra la cultura italiana e quella kazaka. Ne emerge una danza ruvida, dura, ma forse ancora acerba nell’evocazione di steppe, cavalli, deserti.
E’ uno studio, e quindi lasciamo aperta la porta e il giudizio a successive visioni.


Il terzo appuntamento vede in scena Caterina Basso, il cui “Il Volume com’era” aveva partecipato a Waiting for DNA e di cui vi avevamo parlato in quell’occasione, la scorsa primavera.

A chiudere la vetrina è stato Francesco Marilungo, dal 2012 interprete stabile della compagnia di Enzo Cosimi, alla cui estetica il pezzo presentato, “Siegfried”, deve molto.
Una ennesima interpretazione del Lago dei Cigni, questa volta affrontato dalla parte del principe e risolto nel dualismo luce e ombra, sintetizzato dalle due parrucche che l’interprete usa e scambia, bionda platino per l’inizio, nera di inchiostro colante per la fine.
Oggetti simbolici sul palco delimitano uno spazio triangolare entro cui la figura androgina si muove: una sedia a dondolo a simboleggiare il trono, una bacinella di metallo piena di inchiostro nero a simboleggiare il lago. Forti le metafore, ma debole la drammaturgia del corpo, a riprova di una tendenza abbastanza comune in cui la spinta concettuale sopravanza la materia corporea, giustificandosi in virtù del suo solo pensiero, senza diventare sostanza vivente e pulsante nei segni che appunto il corpo lascia nello spazio.

E’ questa è la sensazione forte che rimane quando le luci si riaccendono e si torna a casa, uno scollamento tra ciò che la mente e il raziocinio vogliono significare e ciò che il corpo racconta in scena.

Photo: Dario Bonazza

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