Amore da storcere il naso. Armunia da storcere la bocca

I quattro protagonisti di Amore (photo: elfo.org)
I quattro protagonisti di Amore (photo: elfo.org)

A chiusura di una stagione ricca di proposte, studi e prove aperte, Armunia – attualmente alle prese con un periodo difficile di cui parleremo tra poco – ha ospitato l’ultimo lavoro della Compagnia Scimone Sframeli, “Amore”.
Durata breve e tanti applausi alla fine, soprattutto da parte dei numerosi rappresentanti del nostro teatro, fra attori, registi, organizzatori e addetti ai lavori, accorsi a vedere in questa replica toscana l’ammirata compagine siciliana, di cui anche noi ci consideriamo estimatori.

Eppure quest’ultimo lavoro non ci ha così convinto. Ci saremmo aspettati di più. Nonostante la breve durata si esce con una sorta di fatica, come se il lavoro fosse durato il doppio.

Siamo in un cimitero, cipressi e lapidi, in un tempo sospeso. Due coppie di “vecchietti”, non si capisce bene se vivi o morti, rievocano in scena episodi della loro vita.
Spiro Scimone e Giulia Weber ritornano nei ricordi al tempo della gioventù, alla forza dell’amore, al tempo perduto.
Francesco Sframeli e Gianluca Cesale sono invece un comandante e un pompiere innamorati che si sono dovuti nascondere nel corso degli anni dagli occhi dei colleghi, e solo adesso possono vivere con serenità il loro amore.

L’ironia regna lampante, mentre sotto scorre carsica un’amarezza perforante e fredda come una lama, tra dialoghi surreali e risate che sanno di sale, nel tentativo di “intercettare relazioni, attenzioni e richieste fisiche”.
Come al solito in sala si ride più di quanto ci sarebbe bisogno. Il pubblico, lo sappiamo, esige la sua fetta di protagonismo.

“Amore” è uno spettacolo amaro, si perdoni il gioco di parole, e nei momenti in cui risulta efficace è acuminato e colpisce freddo e chirurgico, tanto che ci fa sentire così scomodi nelle nostre poltrone che vorremmo andarcene subito a casa.
È un’amara riflessione sul tempo che passa e sulle occasioni perdute, su come difendersi da questa maledizione a cui tutti siamo soggetti – bella la frase che spunta nel finale “riscaldarsi fino alla fine” -, su cosa abbiamo in mano e non riusciamo a tenere stretto, sulle cose che ci sfiorano e che ci lasciamo passare accanto, sulle cose che avremmo voluto e non siamo stati capaci o coraggiosi di chiedere, e quando ci ricordiamo di rincorrerle siamo senza forze: quasi una sorta di memento ai giovani, nella speranza di vederli scattare verso la vita.
Eppure tutto questo non sembra bastare. Da Scimone e Sframeli ci aspettiamo di più.

La riflessione su cui vorremmo soffermarci è semplice. Pur considerando il glorioso percorso alle spalle del duo siciliano, il numero di lavori fortunati, il loro essere “al di fuori” di un certo giro, “Amore” non può considerarsi uno spettacolo del tutto riuscito, evidenziando alcuni limiti. Emergono dubbi e domande: interrogativi sul perché, ad esempio, si faccia talvolta ricorso alla risata telecomandata e prevedibile, efficace solo perché messa in bocca a determinati interpreti (e in questo sembra a volte che ci sia una volontà).

Oppure perché si opti per la “porta larga” di evangelica memoria: quasi un vivere di rendita sul passato, che agli occhi del pubblico (forse) garantisce la trasformazione delle debolezze in forze, e getta fumo su una struttura drammaturgica all’inizio promettente ma che finisce via via per infiacchirsi, eccetto nel finale, quando riemerge un po’ di energia.

Ci chiediamo inoltre come giustificare lo sbilanciamento provocato in scena dalle due coppie: Scimone e Weber (davvero notevole la sua prova d’attrice) risultano più affiatati e convincenti, anche dal punto di vista drammaturgico. La coppia maschile risulta meno efficace, le battute e le trovate reiterate graffiano solo in superficie e non hanno quella crudeltà surreale che invece emana dai dialoghi l’altra coppia. Il gancio drammaturgico che li fa comparire in scena diverte d’acchito, ma si rivela debole a lungo andare.

Assistiamo ad “Amore” in un teatro, quello di Rosignano Solvay, bruttino e algido, anzi brutto e basta; e anche questo toglie qualcosa alla visione.

E questo ci porta a tornare ad Armunia: siamo al teatro di Rosignano Solvay, e non nella sede prevista ad inizio stagione (ovvero la tensostruttura del Castello Pasquini, che tante edizioni di Inequilibrio e tanti spettacoli delle passate stagioni ha ospitato) perché non è più agibile.
A forza di rimandare gli interventi di manutenzione alcuni tiranti si sono deteriorati e uno si è addirittura staccato. La brutale conseguenza? La tensostruttura sarà demolita. Al suo posto sembra verrà edificata un’arena all’aperto per concerti estivi. Panem et circenses?

Inoltre l’anno prossimo anche il Castello Pasquini (le cui sale ospiteranno tra la fine di giugno e l’inizio di luglio alcuni lavori di Inequilibrio) sarà restaurato e la sede di Armunia trasferita in collina, a Rosignano Marittimo.

Di cosa stiamo parlando? L’inizio della fine come pensano in tanti, soprattutto tra gli artisti? Quella dismissione tanto paventata, per citare un termine caro ad Ermanno Rea? Oppure, come sostengono gli amministratori, solo una mera riorganizzazione delle attività culturali?
Staremo a vedere. Per citare una volta tanto Manzoni a ragion veduta, “ai posteri l’ardua sentenza”.

Il Castello Pasquini e la tensostruttura

Il Castello Pasquini e la tensostruttura

Mentre impazza la polemica più a livello nazionale che locale, poiché tanti, soprattutto tra i cittadini del comune, sembrano vivere una sorta di disinteresse nei confronti di questa trasformazione annunciata – non sappiamo quanto per menefreghismo o per un’ostilità da sempre professata, a voce più o meno alta, nei confronti di Armunia e delle sue iniziative “per pochi” – c’è da registrare che, tra le attività “culturali”, prendono sempre più piede iniziative definite “popolari”, dove ciò che conta è il numero dei partecipanti, tra festival gastronomici e cinematografici. Iniziative senza un tempo di sedimentazione, senza una progettualità alle spalle, se non quella della replicazione annuale; eventi che, come una bolla di sapone, tutti ammirano ed affollano nell’oggi per poi dimenticarli il giorno dopo, continuando dritti e imperterriti la propria strada. Qui in zona Armunia come a livello nazionale, del resto. E questo ci può anche stare. A patto che non diventi solo questo, perché tale è l’impressione. Servono anche tempo e progetti costruiti attorno ad idee strutturate che garantiscano una germinazione.

Attorno ad Armunia c’è troppo odore di manicaretti ultimamente, e non è solo una sottile metafora. Si sente parlare molto di gastronomia, eco tardiva che giunge in provincia di una moda italica che ha avuto ed ha i suoi condottieri in personaggi tv e non solo.
L’intenzione sembra quella di voler cucinare tutto e tutti dentro un bel calderone, anche quella che, con un bruttissimo termine, viene comunemente definita progettazione culturale.
Ma i numeri non hanno sempre ragione, e quando si parla di “progettualità” l’incombenza è pesante e la lungimiranza di una scelta deve essere ben ponderata. Eppure di questo non si sente molto parlare. Ciò che interessa è la “gente”. Portare gente e che sia tanta. Si dovrebbe invece guardare lontano, e anche lontano dalle personali smanie di protagonismo.

A conclusione di tutto ciò un piccolo augurio: speriamo che anche i bambini che frequenteranno le scuole elementari del comune di Rosignano Marittimo in un futuro prossimo abbiano la possibilità, come è stato per tanti loro predecessori in tempi più o meno recenti, di vedere gli spettacoli della Compagnia Marionettistica Carlo Colla e figli, oppure di assistere al “Moby Dick” in versione ridotta di Roberto Abbiati (“Una tazza di mare in tempesta”)… così, per far due nomi a caso, ma ne potremmo citare a dozzine.
In questo modo, quando saranno grandi, non avranno respirato solo odor di pietanze e fritto, visto e toccato dal vivo il divo televisivo, o guardato sfilare auto d’epoca o altro ancora… ma sarà stato donato loro anche un piccolo seme. Altre possibilità.
Del resto lo aveva già raccontato molto bene Jean Giono in un piccolo libro intitolato “L’uomo che piantava gli alberi”. O forse li mangiava?

AMORE
di Spiro Scimone
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, Giulia Weber
regia Francesco Sframeli
scena Lino Fiorito
disegno luci Beatrice Ficalbi
regista assistente Roberto Bonaventura
direttore tecnico Santo Pinizzotto
realizzazione scena Nino Zuccaro
produzione compagnia Scimone Sframeli
in collaborazione Théâtre Garonne Toulouse

durata: 48′
applausi del pubblico: 3′

Visto a Rosignano Solvay (LI), Teatro Solvay, il 30 aprile 2016

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