An oak tree: la doppia ipnosi di Tim Crouch e Accademia degli Artefatti

An oak tree
An oak tree

An oak tree

Siamo qui ma non siamo qui. Non ancora.
“An oak tree” di Tim Crouch, che con “My arm” completa il Progetto Ab-Uso dell’Accademia degli Artefatti, invita a immaginarci seduti in quella stessa platea tra esattamente un anno. Un degno inizio per uno spettacolo che promette una sperimentazione ardita e, come spesso accade con gli Artefatti, lo sgretolarsi delle classiche barriere tra palco e pubblico. Si chiede di essere lì ma di immaginare di non esserci ancora. Un piccolo assaggio di ipnosi. In verità non è che un trucco per disciplinare la conclamata interattività dello show, che prevede un attore residente (che ruota anch’esso, a noi è capitato Matteo Angius) e un attore ospite, che cambia ogni sera, totalmente ignaro del copione (per noi Lorenzo Lavia).

Il primo interpreta un ipnotizzatore, una sorta di illusionista che con la suggestione porta pochi volontari a compiere gesti involontari, il secondo verrà da lui chiamato, in quanto “ospite” dello spettacolo, a lasciarsi cadere con tutto il peso in quell’illusione. Perché deve trattarsi di un attore professionista? Perché gli sarà chiesto di interpretare all’impronta, seguendo solo righe di copione mai lette e stralci d’indicazioni, diversi personaggi in una complessa storia di rimorso e disperazione.

Un padre di famiglia perde la figlia investita da un auto pirata, guidata proprio dall’ipnotizzatore. È da questi che l’uomo torna per chiedere un ultimo aiuto. Forse l’illusione che nella vita esista altro lo aiuterà a superare il lutto. O forse no. E si finisce per fondere i due ruoli.
La quercia del titolo è un monolito naturale in mezzo alla giungla di cemento cittadina. Un arbusto che cresce in mezzo al traffico, sul ciglio di una strada, cui il padre accorda corpo ed essenza della figlioletta morta. Come di consueto, Crouch non ha nessuna pietà, squarcia la contemporaneità metropolitana, estremamente britannica, con lame di poesia che tagliano il fiato. Una su tutte, la descrizione del momento in cui i poliziotti vanno a notificare l’incidente, la proverbiale corda in casa dell’impiccato raccontata dando un colore diverso ad ogni particolare.


L’operazione di analisi del testo e conseguente regia è estremamente complessa, disegna cerchi concentrici attorno ad un’unica potentissima idea: illusione ipnotica come allucinazione, allucinazione come conquista di una realtà altra, realtà altra come speranza di salvezza, alternativa estrema. È comune agli Artefatti affezionarsi a un’idea per poi andare a farci l’amore in ogni modo e luogo. È l’atteggiamento programmatico di chi si sente votato all’osservazione, alla rappresentazione della realtà, senza mai dimenticare che non solo il pubblico c’è, ma che è dal pubblico che lo spettacolo deriva. Come se Fabrizio Arcuri e i suoi si fossero messi di punta per dimostrare che la realtà è qualcosa di cui si può sempre parlare, non foss’altro per il gusto di coniare definizioni, di scavare nicchie entro cui scoprire che tutte quelle definizioni hanno, per sé, senso limitato, relativo. Inefficace.

In “Attempts on her life”, così come in “Shoot, find treasure and repeat”, c’erano oceani di parole in cui affogare lentamente, distese d’acqua melmosa in cui sbracciare sarebbe stato inutile, nessuno avrebbe sentito le grida.
“An oak tree” è un gioco crudele. Se la promessa che quel secondo attore non sa niente, alla completa mercé del carnefice, sublime manipolatore, è esilarante, il rovescio della medaglia, come già capitava in “Attempts”, è il voyeurismo totale, estremo, l’occhio impotente di fronte a un’autopsia da svegli. Allora l’imbarazzo da provare per l’attore ospite scivola presto addosso, ché il punto è altrove: siamo, noi, già passati dall’altra parte e non c’è (ancora) nessuno in platea. Perché arriveranno l’anno prossimo. Mentre sorridiamo alle trovate di Lorenzo Lavia per cavarsi d’impaccio, mentre ci lasciamo sedurre da quel balbettio adorabile di Matteo Angius (così efficace solo forse se calcato da Arcuri), mentre ci deliziamo della poesia nordica e brutale di Tim Crouch, allarghiamo un sorriso, versiamo una lacrima e inspiegabilmente ci sentiamo intrappolati. Siamo noi a trovarci nudi davanti a tutti in una pozza di merda (chi vedrà, capirà). Non siamo riusciti a trattenerci dal farci coinvolgere. E ci siamo messi in mostra nostro malgrado. Questo sì che è un ab-uso.

La regia è come sempre vezzosa ma di grande rigore, nonostante forse qualche mancato affondo sull’evoluzione dei due non-personaggi: sarebbe bello vederli fondersi davvero, trovarli insieme a disegnare un messaggio comune. Ma quell’attore che è ignaro sposta la responsabilità sul residente.
Lo spazio è radicale nell’architettura (il minuscolo Teatroinscatola si autodefinisce) e nel contesto (si fa qui succursale del combattivo Rialtosantambrogio chiuso per cause di forza maggiore); mentre l’approccio al testo, scelto alla perfezione, resta un marchio di fabbrica che rende unico il lavoro di questa compagnia, magari non sempre costante nella riuscita delle operazioni, ma di certo tra i piatti più gustosi nel menù teatrale di questi anni.

AN OAK TREE
di Tim Crouch
regia: Fabrizio Arcuri
traduzione: Luca Scarlini
con: Matteo Angius, Lorenzo Lavia
produzione: Accademia degli Artefatti con Rialto Santambrogio – Roma, Le Chant du Jour, British Council, Trend – Nuove frontiere del Teatro Britannico, Santarcangelo – International Festival of the Arts, Festival Teatri delle Mura di Padova, Armunia – Castiglioncello, Officina culturale Area06 – Regione Lazio, Ied Moda lab – Roma
paesaggi sonori: dj Rasnoiz
cura degli ambienti: Diego Labonia
organizzazione: Miguel Acebes
durata: 1 h 40’
applausi del pubblico: 2’ 20’’

Visto a Roma, Teatroinscatola, il 29 settembre 2009

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