Anagoor vince la sfida con Tasso e Monteverdi

Il ballo delle ingrate (photo: Favotto)
Il ballo delle ingrate (photo: Favotto)

Se ci avessero chiesto chi avremmo voluto vedere alla prova per la messa in scena di Claudio Monteverdi, la nostra risposta senza esitare sarebbe stata: Anagoor.
Eravamo certi che il teatro del collettivo di Castelfranco Veneto potesse essere intimamente connaturato con lo spirito primordiale e l’assoluta ieratica eleganza formale del “Divino Claudio”, rendendocelo universale.

Così è stato. Per il Monteverdi Festival, abbiamo assistito a Cremona, al Teatro Ponchielli, a due composizioni estremamente diverse, composte in età differenti del Maestro, e per contesti diversi, anche se entrambe fanno parte dell’Ottavo libro dei Madrigali guerrieri et amorosi, pubblicato nel 1638: un balletto nel complesso musicalmente convenzionale, pur riconoscibile nell’eccellenza stilistica del suo autore, il “Ballo delle Ingrate” del 1608, e un capolavoro assoluto come il “Combattimento di Tancredi e Clorinda” del 1624.

“Ballo delle ingrate” è un balletto semi-drammatico, impostato su libretto di Ottavio Rinuccini, rappresentato per la prima volta a Mantova il 4 giugno 1608, all’interno delle feste per le nozze di Francesco Gonzaga.

Sulla scena si intuisce la nera bocca dell’Ade, dove Plutone, re dell’oltretomba, accoglieva Venere e Cupido, che si lagnavano perché, indifferenti alle lusinghe e alle frecce di Cupido, le giovani ragazze di Mantova, costrette ad un matrimonio forzato, disprezzavano i loro amanti. Così Venere e il figlio chiedono al re degli Inferi di farle uscire dal suo regno, per far loro conoscere quale destino le attende. Plutone accetta, e gli spiriti delle “Ingrate” entrano e danzano “a due a due… a passi gravi”, mentre Plutone rivolge un monito alla donne del pubblico: “Rinunciate all’orgoglio e ci si conceda all’uomo se non si vuol finire agli Inferi”.

Il momento più folgorante del “Ballo delle ingrate”, oltre ai lamenti di Plutone che ci ricordano gli omologhi dell’Orfeo (1607), è il bellissimo finale, il momento in cui le “Ingrate” ritornano nell’oltretomba, quando una di esse, rimpiangendo di dover lasciare la terra, intona sottovoce un dolcissimo e melanconico lamento: “O cielo o sole! Addio lucide stelle! Apprendete pietà, Donne Donzelle!”.

“Il combattimento di Tancredi e Clorinda” è invece un vero e proprio madrigale di impostazione drammatica su testo del Tasso, per soprano (Clorinda) e due tenori (il narratore e Tancredi).
Composta nel 1624, commissionata da Girolamo Mocenigo, in occasione del Carnevale, narra – come è facile intuire – le vicende immortalate nel canto XII della “Gerusalemme liberata”, in cui il cavaliere cristiano Tancredi, innamorato di Clorinda, guerriera musulmana, senza saperlo è costretto a battersi in duello proprio con lei, uccidendola. In punto di morte Clorinda si converte e, battezzata, affronta con serenità la morte.

In quest’opera, che costituisce uno dei capolavori assoluti della musica vocale di ogni tempo, Monteverdi, collegando parole e musica, riesce ad esprimere in modo assolutamente nuovo ogni sentimento e, nel contempo, sperimenta soluzioni onomatopeicamente ardite, di meravigliosa empatia, con l’orchestra che ci fa letteralmente sentire il galoppo di un cavallo o lo scontrarsi delle armature durante il duello. Lo stesso avviene con la voce del narratore, che imprime alla vicende un pathos di grande suggestione, con silenzi e improvvise accelerazioni della voce. Pathos che, ci ricordano le cronache di allora, fece lacrimare molti dei presenti alla prima esecuzione (e come non si può piangere ascoltando le ultime parole di Clorinda: “S’apre il ciel: io vado in pace”?).
E’ qui presente anche il primo utilizzo del tremolo (una rapida ripetizione dello stesso suono) e del pizzicato per ottenere effetti speciali nelle scene dove il dramma lo richiede.

Tutti i sentimenti dell’animo umano si esprimono in questa partitura, che dura solo mezz’ora ma che anticipa letteralmente tutte le variegate emozioni dell’opera lirica che ritroveremo più avanti nel capolavoro di Monteverdi, “L’incoronazione di Poppea” (1643), in cui troverà spazio la prima Serenata, il Compianto, la Ninna Nanna e il primo Duetto d’amore.

Riconoscibilissima in tutti e due i lavori la mano registica di Simone Derai di Anagoor, che firma anche le scene e i costumi, oltre che il concept dei video di Giulio Favotto che, come avvenuto in parecchi spettacoli del gruppo veneto, collega in modo discreto ed illuminante gli avvenimenti raccontati sulla scena con la loro possibile contemporaneità.

Il proscenio, per entrambi gli allestimenti, è definito da tubi fluorescenti e da un tappeto rosso sul quale si muovono gli interpreti. Nel primo, vestiti di uniformi sportive rosse, vi sono Venere e Cupido; agghindati elegantemente di nero sono invece Plutone e le Ingrate, delle quali non riusciamo a percepire i lineamenti del volto.
Il video che sovrasta gli interpreti musicali ci trasporta nel “Corridor grande” della Galleria degli Antichi della gonzaghesca Sabbioneta, ambiente sì meraviglioso, ma destinato – come l’Inferno per le “Ingrate” – a inghiottire una melanconica Margherita di Savoia, messa in primo piano, prima figlia femmina dopo tre maschi, del duca Carlo Emanuele I di Savoia, costretta a un matrimonio combinato. Intorno a lei prendono vita gli altri personaggi, in una danza rallentata che accompagna la musica monteverdiana.

“Il Combattimento tra Tancredi e Clorinda” nel video diventa invece uno scontro di scherma tra due giovani di oggi, di cui vengono catturati, con dei primi piani, emozioni, furori e titubanze: due giovani che si muovono con lentezza studiata, coordinata con l’immobilità dei personaggi (il narratore, Tancredi e Clorinda) che danno perfetto riverbero alla partitura monteverdiana.
Tutto ciò si inserisce perfettamente nella calibratissima direzione di Francesco Corti, e dell’ottima formazione Il Pomo d’Oro, che suona anche il clavicembalo.
Bene anche la parte vocale, a cominciare dal Plutone di Davide Giangregorio, dalla bella voce di colore brunito, e da Raffaele Giordani, che narra con tutto il pathos necessario l’infelice vicenda di Clorinda e Tancredi.

Così, senza forzature, il mondo di Monteverdi ci viene restituito in tutta la sua forza ancestrale, per uscire dalla nicchia in cui spesso è stato sepolto, e per ricordarci come musica e teatro (per natura sempre contemporanei) siano indissolubilmente legati, anche in un’epoca così lontana, quando l’opera emanava i suoi primi vagiti.

Il 6 e l’8 luglio in scena al Teatro Valli di Reggio Emilia.

BALLO DELLE INGRATE
Ballo in genere madrigale rappresentativo di Ottavio Rinuccini
musica di C. Monteverdi
Prima rappresentazione: Mantova, Palazzo Ducale, 4 giugno 1608
Scritto per le nozze di Francesco Gonzaga e Margherita di Savoia
Amore Sonia Tedla
Venere Giuseppina Bridelli
Plutone Davide Giangregorio
Una Ingrata Cristina Fanelli

COMBATTIMENTO DI TANCREDI E CLORINDA
Madrigale rappresentativo di Torquato Tasso.
musica di C. Monteverdi
Prima rappresentazione: Venezia, 1624
Dedica: Alla Sacra Cesarea Maestà dell’Imperator Ferdinando III
Clorinda Roberta Mameli
Tancredi Luca Cervoni
Testo Raffaele Giordani
IL POMO D’ORO
direzione e clavicembalo Francesco Corti
CORO MONTEVERDI FESTIVAL
CREMONA ANTIQUA
progetto artistico ANAGOOR
regia, video concept, montaggio, scene e costumi Simone Derai
assistente regia Marco Menegoni, Monica Tonietto
assistente scenografo Freddy Mason
direzione della fotografia Giulio Favotto
light designer Fiammetta Baldiserri
consulente per il movimento Laura Moro , Piero Ramella
consulente per la scherma Giuseppe Tagliariol
con in video Iohanna Benvegna, Ferole Stebane Dongmo Noumedem, Roberto
Lai, Laura Moro, Pietro Nicoli, Piero Ramella, Ariana Rossetto, Anna Samaria ,
Anna Trotter, Mariagioia Ubaldi , Giulia Vidale, Gioia Zanarella
assistente di produzione Annalisa Grisi
art manager Michele Mele
press e comunicazione Rosalba Ruggeri
nuovo allestimento
coproduzione Fondazione Teatro A. Ponchielli Cremona, Fondazione I Teatri Reggio Emilia

Visti a Cremona, Teatro Ponchielli, il 23 giugno 2021

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