Anagoor: tra ricerca concettuale e lavoro artigianale. Intervista

Anagoor Lingua Imperii

Lingua Imperii

Una premessa importante, prima di qualunque altra: Anagoor pone di fronte a molte domande.
Quello che vorremmo fare oggi con questa breve intervista è allora cercare di indagare chi sono gli Anagoor, perché hanno scelto questo percorso e dove vogliono andare.

Uscendo dalla visione di una loro opera, una domanda sorge spontanea: senza voler banalizzare, quello che ci presentano è ancora uno spettacolo “di teatro”? O si avvicina maggiormente ad una performance da museo d’arte contemporanea?
Tutta questa ricerca estetica, concettuale, sicuramente di impatto, nasconde un messaggio, oppure è interessante proprio perché fine a se stessa?

Sono queste le mie prime domande, a caldo, dopo aver visto “Lingua Imperii” (in scena all’Elfo di Milano fino al 19), una delle ultime produzioni di Anagoor, di cui Klp parlò già a fine agosto, dopo averlo visto al Castel del Monte di Andria.

Anagoor è un collettivo i cui componenti si sono formati tra filologia, storia dell’arte, architettura e arti visive per approdare a un lungo apprendistato teatrale. E questo nel loro lavoro è lampante. Il progetto del collettivo è di “politica teatrale”, come loro stessi lo definiscono, e si esprime nello spazio della Conigliera di Castelminio di Resana, vicino a Castelfranco Veneto. Uno spazio su cui hanno investito risorse proprie, umane ed economiche, con l’idea di farne un luogo che sia culla delle arti contemporanee. Non a caso ospita residenze di altri artisti (Santasangre e Dewey Dell solo per citarne alcuni).

Sicuramente il progetto è interessante, e il discorso artistico portato avanti dalla compagnia anche. Perché l’idea di un gruppo di artisti che lavorano insieme mettendo in comunicazione arti diverse tra loro (visive, pittoriche, letterarie) è certamente vincente, soprattutto in questi anni in cui la multidisciplinarietà deve essere vista come un punto di forza. La ricerca documentale, l’analisi profonda e lo studio sono punti focali da premiare in questa compagnia.

Anagoor

Anagoor (photo: centralefies.it)

Non solo: il fatto che tutti i componenti del gruppo riescano di volta in volta a interpretare ruoli diversi (a volte in scena, a volte no) è specchio di un modo di lavorare tipico di oggi, dove ci si ritrova a coprire incarichi in situazioni diverse ogni giorno.

Dopo la visione dei loro spettacoli può però anche emergere un impulso che li vorrebbe vedere “sporcarsi un po’ di più le mani”, usando gli strumenti che il teatro, arte artigianale, offre: il corpo, la voce, la relazione. Elementi che (senz’altro centrali durante la realizzazione degli spettacoli) nel momento di restituzione al pubblico restano sullo sfondo.

Chiediamo a Simone Derai, uno dei fondatori di Anagoor e regista dell’ultimo spettacolo, cosa pensa di queste riflessioni.

Siete un gruppo innovativo, composto da giovani artisti che provengono da campi diversi. Come riuscite a conciliare i linguaggi senza che uno prenda il sopravvento sull’altro?
Siamo un gruppo di persone che si sono scelte. Avevamo e abbiamo un’idea di arte precisa, e questo fa sì che il dialogo tra noi sia sempre costruttivo e centrato intorno all’opera di cui ci stiamo occupando. Questo non toglie che ci possano essere scontri tra noi, anche forti, ma c’è un profondo rispetto delle competenze e un’attenzione all’opera, in cui non solo non c’è spazio per l’io individuale, ma nemmeno per il noi in senso esclusivo. Sono competenze diverse, messe al servizio di un’idea, un’orchestra che l’arte teatrale ci ha permesso di formare. Anche io mi considero solo un occhio esterno, necessario alla composizione.

Come nascono le scelte documentali, il desiderio di approfondire? E’ sempre un lavoro collettivo?

Il nostro è sempre un lavoro collettivo, e segue un filone logico. Lavorando insieme, e molto, capita che un elemento documentale colpisca la nostra immaginazione, e ci metta nella condizione di discuterne più di altre cose. Ecco che l’idea si fa strada e poniamo le basi per il prossimo lavoro/spettacolo. Abbiamo l’urgenza di dire delle cose, la ricerca formale è una risposta a un’esigenza di dire. I nostri spettacoli non sono autoreferenziali, possono essere visti singolarmente, ma certamente sono legati l’uno all’altro da una nostra personale ricerca di senso.

Non è rischioso affidarsi solo alla ricerca intellettuale, visto che parliamo di performance dal vivo (che siano teatrali o no) in cui il corpo in scena è comunque ampiamente presente?

Non crediamo che la nostra sia una ricerca solo intellettuale, anzi, il nostro è proprio un lavoro artigianale, in cui uniamo tra loro livelli e piani diversi di linguaggio. E’ proprio una scelta il fatto utilizzare un piano sottile di corpo e voce, senza esplosioni di energia e animalità, che per il tipo di lavoro che vogliamo proporre pensiamo potrebbero essere deleteri. Vogliamo una semplicità che non sovraccarichi né corpo né voce dell’attore, che si ponga in comunicazione col pubblico, certo, ma incanali questa spinta energetica in una direzione precisa. Forse il piano dell’emotività e quello della mente, che per noi sono strettamente connessi, sono ancora scissi, ma il nostro tentativo è autentico.

A proposito di corpo e voce, come avete iniziato e intrapreso il lavoro sulla voce? E come intendete svilupparlo?
Sono anni che siamo interessati allo studio della vocalità in scena, ma nei nostri precedenti lavori non lo abbiamo mai sviluppato, se non sottoforma di una colonna sonora registrata. Con “Lingua Imperii” abbiamo invece iniziato un percorso diverso, che vogliamo approfondire nel nostro prossimo progetto. Partendo dal cantore di tutti (dei pastori, dei cantori stessi), Virgilio, vogliamo indagare il rapporto tra poesia e potere partendo dalla componente della coralità. Coinvolgeremo 10 attori/cantanti e lo studio della voce sarà proprio il cuore del lavoro.

Lo spazio della Conigliera

Lo spazio della Conigliera (photo: venetofactory.com)

In tutti i vostri lavori la natura si fa interprete di emozioni e suggestioni. La natura animale, l’istinto di sopravvivenza, la caccia. Quale rapporto ha con questo il lavoro d’attore che indagate durante la realizzazione degli spettacoli?
In effetti, per quanto possa sembrare una risposta banale, noi viviamo in campagna, e qui sta la chiave del tutto. Quando abbiamo iniziato la nostra storia, anni fa, abbiamo deciso di restare qui, in questa zona, non per una volontà tutta italiana di anti–nomadismo, ma perché sentivamo di voler sviluppare un percorso in questo contesto. La voglia di ritrovare un equilibrio nel rapporto con la natura è certamente palese nei nostri lavori, e in passato ci siamo anche ritrovati a studiare un rapporto diretto e reale con gli animali, con i cavalli per l’esattezza (per la produzione 2008 “Jaug”) ed è stata un’esperienza molto formativa.

Certamente tutto questo si vede nei lavori di Anagoor, una compagnia che sta compiendo un percorso di crescita avendo dalla sua parte due grandi punti di forza: il saper mettere in comunicazione in modo efficace piani artistici molto diversi, e l’umiltà del porsi e dell’errore. Forse la dote più importante che un artista dovrebbe possedere.
 

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