Andata e ritorno ai Tropici con Michele Di Stefano, novello Lévi-Strauss

michele di stefano in speak spanish mk foto amedeo novelli

Michele di Stefano in Speak Spanish (photo: Amedeo Novelli)

A volte basta girare l’angolo per immergersi in un altrove. Capita di percorrere le strade di un vecchio impero, ormai dimenticato – se non fosse per reminiscenze da libri di scuola o da goliardia spicciola -; andare a camminare per le vie alberate che accompagnano panorami come quello del Circo Massimo, delle Terme di Caracalla, e improvvisamente ti ritrovi… ai Tropici.

Succede caduti, ancora una volta, nell’abbraccio dell’Angelo Mai Altrove, che è ritornato ad essere “Occupato”, come nella gloriosa, precedente vita nel Rione Monti, nomenclatura anagrafica che appartiene ai luoghi che resistono nella Capitale smarrita – Marino sindaco porterà un nuovo corso? – che tanto sembra promettere su carta per questa sua “Estate Romana”. Intanto, Renato Nicolini, che la ideò e fece crescere a suo tempo, tra il 1976 e il 1985, è scomparso l’anno scorso.

Promosso da Angelo Mai Altrove Occupato/mk/PAV, “Angelo Mai Italia Tropici” compare al di là della cortina di verde che delinea gli spazi, che fino a pochi mesi fa rischiavano l’ennesima chiusura. Ora, chiedendo ai ragazzi al bar: “Come va? Passata la crisi?” mentre ti versano una eco-birra – se ridai il vuoto/bicchiere un euro ritorna -, ti rispondono: “Abbiamo occupato”.
Sembra una collina viva, un organismo in respirazione e movimento, l’Angelo Mai, citando “The Hill”, il titolo di uno dei documentari con cui è presente ZimmerFrei, dei Ritratti di città “temporanee”, anche se dal comunicato stampa si preferisce indicare per l’occasione un altro luogo, “Il giardino in movimento” di Gilles Clement.

Si sale e si scende per la collina, questo giardino abitato da una fauna che sorride, quasi dimentica del dove, conscia di questo altrove. Si cammina tra lo zucchero filato di Francesca Proia, servito sul tavolo azzurro, cielo costellato da quelle dolci nuvole, mentre lei ci legge un “Dream Theory in Malaya”; si osserva mentre percuote tutti i battiti del cuore con le sue (re)pulsioni d’amore “Songs for Lovers”, quadri da camera di Elio Castellana; si guarda con discrezione mista a curiosità morbosa verso “anticamera (EP)” d’intimità tra Lynch e “Paris-Texas” Wenders del gruppo nanou; ci si lascia investire dalle esplosioni sonore di “UIT”, one-woman-band Daniela Cattivelli; si lascia prendere forma, scivolosa, “UNA” dei Sistemi Dinamici Altamente Instabili; si condensano nella memoria, aprendo e chiudendo porte, la ragione e il sentimento con “Capture of the speech” di Piersandra di Matteo, Irena Radmanovic, Giacomo Covacich; si liberano nello spazio le parole, prendendo corpo con la danza alfabetica di Marco Mazzoni/Kinkaleri nel rivitalizzante “Everyone gets lighter/All!”; si lascia catalizzare, ammaliare l’attenzione sulla “Minimal Dance” di Monica Gentile; si appiccica addosso la ragnatela, che a notte fonda diventa amaca sorridente, che lascia cullare con leggerezza, di “Spiderman gusto Tropical” dei Tony Clifton Circus.


8 di Bluemotion

8 di Bluemotion

Michele [Di Stefano, direttore artistico del festival, fondatore di Mk, ndr], da dove arriva “Angelo Mai Italia Tropici”?
È nata dal desiderio di stabilire un contatto ulteriore con l’Angelo Mai, anche se già c’era un forte legame, prima di tutto come spettatori. Io ho sempre ritenuto che fosse un posto cruciale per Roma, non solo sul piano che tutti immaginiamo, ma proprio su quello della programmazione. Qui si ha un modo di dialogare con gli artisti che permette di avvicinarsi alla performance con un atteggiamento più decentrato e liquido, proprio sui confini, sui bordi.
Quando Giorgina [Pilozzi, ndr] mi ha chiesto di ipotizzare di curare una rassegna dedicata alla danza contemporanea, abbiamo rilanciato insieme, ed è uscito fuori questo progetto. L’idea si è sviluppata di più su come fruire e poter creare spettacolo dal vivo, con la danza che c’entra solo perché il corpo si mette in gioco, ma in aspetti differenti, come ad esempio il concerto, l’installazione. E anche e soprattutto la durata. Tu condividi con il pubblico un aspetto fondamentale per me: io ho venti minuti, tu hai venti minuti con me, questo è l’unico territorio comune. È su quella durata che noi costruiamo un negoziato, o comunque una conversazione. L’attacco e la fine di questi momenti, in cui si consuma la performance, sono sempre stati anche nel mio lavoro motivo di indagine, e avere la possibilità di costruire un’ipotesi di coabitazione artistica per tre giorni, che diventi appuntamento periodico nel tempo, ricostruito secondo modalità che vedremo di volta in volta, vuol dire lavorare sull’atteggiamento generale della visione.

Tutto questo arrivando ai Tropici…
L’idea è legare qualunque cosa che viene prima con quello che viene dopo, in una modalità estremamente decontratta, rilassata, e da qui il clima tropicale. Il pubblico se ne rende conto subito, perché non ci sono porte chiuse, puoi entrare quando ti pare, gli annunci sono vaghi, le cose succedono, la gente viene chiamata dalle cose e le trova nel corso del loro farsi. Gli artisti che sono qui hanno un atteggiamento di questo tipo, non chiedono sacralità intorno all’oggetto, non hanno un perimetro definito: vorrei che fosse sempre di più la chiave di lettura di questa situazione. Una disponibilità che per me, senza la decontrattura che dicevamo, non potrebbe esistere, vorrebbe dire esercitare un’autorità e basta. E coi prodotti performativi non mi pare il caso di esercitarla… non è il momento.

In un grado di attenzione, nel vivere attuale, che è di superficie, coi mille input che ci investono, la fretta stessa dei social network. Qui invece ci viene richiesto di arrivare ai Tropici e di immergerci nell’umidità…
L’umidità è la parola chiave… tra l’altro c’è un atteggiamento del corpo umano, per sintetizzare, quando è in esterni, che è diverso da quando è in interni, in una stanza. Perché in una stanza hai più o meno sotto controllo la situazione del tempo, modulato dai tuoi rituali, e dalle tue misure di spazio. L’esterno ti offre sempre l’incidenza e l’incidente, e il corpo si pone automaticamente in un’altra condizione, le vertebre diventano più flessibili: questo è l’unico modo che ho per descrivere la direzione artistica di questa faccenda, che non è basata su una selezione qualitativa di oggetti spettacolari, per quanto la qualità sia molto alta, ma basata proprio sulla disponibilità dell’artista di entrare in questo circuito, in un dialogo molto libero, molto aperto. La possibilità di rilanciare su altri tipi di modalità è completamente aperta, gli artisti se ne accorgono: all’interno di un festival di danza c’è chi parla al pubblico di Ryamond Roussel, e di “Impression d’Afrique”. Tutto questo mentre fuori stanno allestendo qualche altra manifestazione dell’Estate Romana, facendo un casino pazzesco. E non succede niente, il pubblico non se ne accorge neppure. L’attenzione della parola arriva, e questo è molto bello.

Spettatore dunque che viene chiamato a una responsabilità ulteriore, ed è ancora capace di rispondere…
Io ho un’altissima considerazione verso il pubblico, constato che ha una meravigliosa capacità intuitiva rispetto alle situazioni, e sceglie immediatamente se adattarvisi o no. C’è stata, durante questi giorni, una grande disponibilità a stare al gioco e lasciarsi trasportare da quello che avveniva. Spero che questo possa diventare anche un luogo in cui gli artisti, sia quelli che risiedono a Roma, che quelli che circuitano, possano trovare un punto di riferimento. Ritengo che festival e altre iniziative di questo tipo, legate ai contesti della danza e del teatro, non ce ne siano in circolazione, oserei dire soprattutto in relazione al coraggio di costruire oggetti, che non hanno la fruibilità media come obiettivo primario. Qua ci sono anche cose molto complesse, da decifrare, ma non c’è nessun atteggiamento imposto di autorità. È tutto molto possibile.

Si deve sperare allora per il futuro…
C’è stata una risposta ottima, e quella degli artisti è stata semplicemente meravigliosa. Chiaro, i budget sono limitati, almeno all’inizio, e tutti hanno aderito con una generosità non scontata. Ma in questo mondo, dove oramai tutto è esotico, non c’è più un luogo dove poter andare, e non trovare l’americano con la macchina fotografica, dove non c’è più Papua, in Nuova Guinea… Ci possiamo solo rivolgere a dei non-luoghi.
 

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