Angelo Campolo, affamato di un teatro senza retorica. Intervista

Angelo Campolo (photo: Gianmarco Vetrano)
Angelo Campolo (photo: Gianmarco Vetrano)

Vincitore di In-Box 2020 con 21 repliche assegnate, “Stay Hungry – indagine di un affamato” è un racconto autobiografico che Angelo Campolo, attore e regista messinese, porta in scena per raccontare il suo percorso di ricerca nei centri di accoglienza vicino allo Stretto. L’incontro, la conoscenza e l’ascolto con l’altro diventano così la chiave di un monologo che sa passare dall’ironia al dramma, e che propone una riflessione sui temi della fame, del successo, della libertà e della sopravvivenza.

Attore, autore, regista, Campolo, finalista ai premi UBU 2016 nella sezione “Miglior attore under 35”, si forma alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano sotto la direzione di Luca Ronconi per poi approfondire i suoi studi con maestri della scena europea come Lev Dodin e Anatoly Vassiliev, proseguendo il suo percorso formativo attraverso workshop e laboratori con registi come Emma Dante e Antonio Latella. Ha preso parte all’edizione 2017 della Ecole des Maitres, che lo porta in Belgio, Francia e Portogallo, diretto dal collettivo belga Transquinquenall ma è stato diretto anche da Antonio Calenda, Armando Pugliese, Stefano De Luca, Vetrano e Randisi, Ninni Bruschetta.
A Messina fonda e dirige la compagnia DAF, che si distingue per un percorso di ricerca incentrato sulla formazione e sulle tematiche sociali. Esperienze che confluiscono anche in “Stay Hungry”, e che puntellano un percorso artistico che abbiamo sviscerato con lui dopo questa recente vittoria.

“Stay Hungry – indagine di un affamato” è il frutto di un percorso lungo diversi anni, nutrito di storie, incontri, luoghi, voci, sguardi. Come sono stati cuciti insieme per arrivare alla forma scenica conclusiva?
È stato un percorso più lungo del solito. Non avevo mai sperimentato la scrittura scenica in forma autobiografica. Ad essere sinceri, sono sempre stato un po’ diffidente verso l’idea di portare in scena sé stessi, il proprio vissuto. C’è il rischio di cadere nell’esibitorio o nel patetico.
Nei primi studi di “Stay Hungry”, infatti, cercavo di inseguire temi legati più a massimi sistemi (l’economia, lo sfruttamento dei Paesi poveri); poi mi sono reso conto che questo mi portava a tradire lo spirito dell’esperienza che intendevo raccontare, e soprattutto le persone che avevo incontrato. Perciò, complice Giulia Drogo, che firma l’ideazione scenica dello spettacolo, e il Nolo Fringe Festival di Milano che selezionò lo scorso anno la mia proposta, ho deciso di fare tabula rasa e ripartire da zero, provando a raccontare alla mia maniera l’avventura del laboratorio di integrazione nato a Messina in un triennio particolare come quello tra il 2015 e il 2018.
All’inizio il pubblico assiste alla compilazione in diretta di un ennesimo bando a tema sociale. Le griglie, le formule burocratiche con le quali tutti noi lottiamo in questi anni. Pian piano prende forma il racconto della mia esperienza, a partire dall’incontro con dei ragazzi provenienti dal Mali, e il pubblico segue lo sviluppo di quest’esperienza che, tra alti e bassi, racconta anche di un Paese come l’Italia che ha schizofrenicamente aperto e poi richiuso le porte dell’accoglienza, svilendo e impoverendo il senso di tanti progetti di integrazione. Senza giudicare o imporre alcun cliché del povero migrante (non amo gli spettacoli ricattatori in questo senso) provo a rendere lo spettatore partecipe delle scoperte, delle storie, degli errori e delle rivelazioni che hanno attraversato la mia esperienza.

Con In-Box hai ottenuto 21 repliche dai diversi partner della rete. Una opportunità che arriva in un momento di profonda crisi dello spettacolo dal vivo. Come hai accolto la notizia?
Sono stato felicissimo. Ringrazio ancora In- Box per avermi concesso un premio così importante. Credo che In-Box offra alle compagnie in gara, a prescindere dalla vittoria delle repliche, il regalo più bello, ossia la possibilità che i responsabili del settore si soffermino sul tuo lavoro. Questa davvero è un’occasione unica in Italia. Chi prova a distribuire con le sue forze il proprio spettacolo lo sa bene: “Mi dispiace abbiamo chiuso la stagione”, “Mandami la scheda così vedo…”, “C’è un video?” sono le risposte più fortunate che di solito si ricevono. Nella maggior parte dei casi nemmeno ti rispondono. Ma quello che molti di noi vogliono non è solo vendere una replica del proprio spettacolo, ma avere un riscontro, un segnale, un’interlocuzione. Perché dietro quei cinquanta minuti in scena – l’orario ormai standard degli spettacoli off (ride) – c’è sempre tanto lavoro, studio, impegno, anche quando vediamo uno spettacolo non perfettamente riuscito.
Quindi, ripeto, sono grato ad In-Box per aver materializzato un desiderio comune a molte compagnie.

Cosa ti aspetti dal confronto col pubblico?
Mi aspetto curiosità e attesa verso lo spettacolo, e spero di coinvolgere tanti spettatori nel viaggio che racconto in scena.

Sia come attore che come regista ti sei confrontato col tema dell’integrazione, dello straniero, dell’incontro con l’altro. Pensi che il teatro possa essere un luogo ideale per riflettere su queste questioni?
Sì, purché si tenga ben lontano dalla retorica, dalla lacrimuccia facile, dalle prese di posizione precostituite. Altrimenti porgiamo il fianco a chi vuole alzare muri e produciamo contenuti e messe in scena che parlano solo a chi la pensa esattamente come noi.
Questo tipo di percorso deve contemplare la possibilità di fallire o, meglio, di non ottenere un riscontro immediato in termini di restituzione del proprio lavoro. Le differenze sono importanti, vanno approfondite, studiate, sono una ricchezza e in questo senso il teatro offre l’occasione di scoprirle sul campo.
Ti faccio un esempio. Il tema della libertà, uno degli argomenti più divisivi su cui mi è capitato di lavorare con i ragazzi africani e gli italiani, mette in luce una distanza abissale di visione del mondo.
Per noi è normale pensare di svegliarci domani e intraprendere un percorso per cambiare religione (anche se alcuni, vedi il caso di Silvia Romano, non la pensano così). Ma questa nostra scelta è frutto di una conquista, di passaggi storici (’68, rivoluzione industriale, digitale…) che l’hanno resa possibile.
In molti paesi africani tutto questo non è mai avvenuto, e noi pretendiamo che loro compiano un balzo in avanti nel tempo e si adeguino a dove siamo arrivati noi. Questo confronto si dischiude sulla scena di un laboratorio attraverso la scelta di un determinato tipo di musica, del significato che attribuiamo ad un gesto, nel livello di attenzione più alta che mostriamo rispetto a come ci muoviamo, alle storie che scegliamo di raccontare. Quindi credo che il teatro sia una strumento potente quando non ha paura di affacciarsi verso la complessità che l’incontro con lo straniero porta con sé, non per spiegarla o risolverla, ma per scoprirla e accettarla.

Da anni porti avanti anche laboratori che ti hanno permesso di confrontarti con attori in formazione ma anche con giovani in affidamento ai servizi sociali, con studenti di scuole superiori, migranti. Da questa tua esperienza è nato, nel 2018, il volume di didattica teatrale “Un codice per la fantasia” (Carocci editore). Cosa ti porti dietro dalle esperienze fatte?
La memoria dei gesti e le storie dei ragazzi, quello più di tutto. Mi è capitato di uscire distrutto e avvilito da un laboratorio con ragazzi considerati difficili, e di ricaricarmi poi a distanza di tempo, riflettendo su quello che insieme avevamo vissuto. Il lavoro con loro è una sfida continua, ogni volta si riparte da zero. In prima battuta sono quasi sempre ostili e diffidenti verso questa attività, che il più di volte viene loro presentata come occasione “per fare un po’ di socialità”, e che invece, pian piano richiede di mettersi in gioco in modo diverso.
Alcuni reagiscono con violenza e distacco, ma non lo fanno perché non gli piace, al contrario è una reazione istintiva data dal bisogno di proteggersi verso qualcosa che non conoscono, una situazione inedita nella quale si sentono scomodi perché non c’è nessuno che li giudica, nessuno che li mette ai margini.
Quando esplode un mio “bravo!” durante un esercizio, alcuni si sentono investiti da una gioia che non sono abituati a frequentare. Questo cambiamento di logica e prospettiva, date da un clima non ostile, ma aperto, il più delle volte li spiazza. Occorre un po’ di tempo, tanta pazienza e un’attenzione continua.

Con la compagnia DAF – Teatro dell’Esatta Fantasia e insieme a Giuseppe Ministeri, durante l’emergenza sanitaria da Covid-19 avete condotto, attraverso i social, un format di incontri con attori, studiosi, registi, per parlare di teatro e spettacolo e riflettere su possibili scenari futuri, tra criticità e problemi vecchi e nuovi. Quali gli spunti emersi e da cosa ripartire?
Parlare la lingua degli addetti ai lavori. Politica e spettacolo non si intendono a vicenda e questo, negli anni, ha prodotto le distorsioni che conosciamo a tutti i livelli. Durante il periodo della quarantena, io a Milano, Giuseppe a Messina, abbiamo deciso di intervistare e ascoltare il parere di molti addetti ai lavori, anche di generazioni tra loro diverse. È emerso che il nemico comune da contrastare è la difficoltà di trasmettere le istanze di un mestiere che è cambiato moltissimo negli ultimi anni.
Essere un attore, un regista, oggi, significa essere sintonizzati su diversi fronti che vanno dal sociale alla formazione, dalla tv al teatro sperimentale, perché la professione costruita sui vecchi schemi (tournée, giornate lavorative, passaggio televisivo nella fiction che ti rende popolare) non esiste più, con buona pace di quelli che ancora ci credono. Dunque dobbiamo essere più compatti nel racconto del nostro mestiere e nelle richieste che facciamo alle istituzioni. Considero straordinario il lavoro svolto da gruppi come Attrici e Attori Uniti, Cresco, L’attore visibile, Zona Rossa, il sindacato attori. Sono fiducioso che questo periodo non sarà passato invano e il dopo, a piccoli passi, sarà diverso.

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