Angelo Mai e l’incubo del nuovo sgombero. Sui social le proteste

“Abbiamo il dovere di far rumore”
(J. L. Lagarce)

Nuovo sgombero, il terzo, per l’Angelo Mai di Roma, situato nel parco San Sebastiano alle Terme di Caracalla. Sulla pagina Facebook l’invito ad accorrere sul posto.

I sigilli con la fiamma ossidrica della polizia comunale e del Dipartimento Patrimonio sono arrivati stamattina con lo scopo di “riacquisire l’immobile”, in base a un provvedimento del 23 settembre 2016 a cui gli attivisti avevano però fatto ricorso: il Comune chiedeva allora, per l’appunto, la riacquisizione dell’immobile, ma nella delibera c’era un errore; da lì il ricorso.
Una battaglia per ottenere definitivamente uno spazio resa più ‘autorevole’, negli anni, dalla stima e dai riconoscimenti ricevuti per il lavoro di sostegno alle arti performative, recente quel Premio Ubu Franco Quadri 2016 a un’eccellenza progettuale fatta di laboratori teatrali (proprio stamattina se ne sarebbe dovuto svolgere uno), eventi e performance che univano cittadini e artisti in un centro culturale che vive una travagliata vicenda ormai da molti anni, in un susseguirsi di occupazioni, sgomberi e assegnazioni.
La prima nel 2004, con l’occupazione di un ex convitto abbandonato nel centro di Roma, dove 25 famiglie in emergenza abitativa e un gruppo di artisti lottano per il diritto alla casa e a spazi indipendenti per la cultura.
Segue, nel 2006, lo sgombero da parte della giunta Veltroni: l’Angelo Mai rimane senza sede per tre anni, continuando nonostante tutto a programmare teatro, cinema e musica in maniera nomade per la città.


Nel 2009, l’Angelo Mai riapre ‘Altrove’, ossia in viale delle Terme di Caracalla 55a: riuscirà nella quasi totale ristrutturazione dello spazio senza fondi pubblici, trasformato “da uno scarno capanno in un teatro per la sperimentazione nel cuore della città”.
“Ci è stato assegnato questo posto ma non è mai stato definito il canone d’affitto che andava pagato, nonostante lo avessimo chiesto ripetutamente”, ripercorre oggi un’attivista.
Ma non è tutto. Perché nel 2014 il collettivo viene accusato di “associazione a delinquere”. Dopo le perquisizioni nelle case degli attivisti, con sottrazione di computer e materiali di lavoro in un’operazione di polizia che vede il sequestro dell’Angelo Mai, il collettivo verrà poi scagionato da ogni accusa.
Tuttavia, nell’autunno 2016 il Comune di Roma chiede la riconsegna dell’immobile poiché non viene rinnovata la concessione.
Dalle parole, oggi, ai fatti.

Il sostegno arriva dal mondo del teatro via social, in un coro che diventa abbastanza unanime: “Ma davvero l’Angelo Mai rappresenta ancora un problema per la città di Roma? Ma siete seri? Ma ancora non provate vergogna per aver ucciso una città?”.
Dal Macao di Milano, altra realtà nata in seguito all’occupazione, la riflessione prosegue su questi toni: “La cultura non è mai una questione di ordine pubblico”.
Si schiera con l’Angelo Mai anche la direttrice del Festival di Santarcangelo, Eva Neklyaeva. Così come chi lo frequentava: “Non so quale sia il problema, ma di sicuro la soluzione non è quella giusta. Toglie un luogo di aggregazione, un’occasione per la musica, uno spazio per la mente, un tempo per la gente. Spero sia un cavillo burocratico e temporaneo. Massima solidarietà”.
Toni e riflessioni, insomma, che si possono riassumere con la battuta di un’altra addetta ai lavori: “Sindaca Raggi, non hai altre cose più importanti a cui pensare, invece di chiudere uno dei pochi centri di cultura a Roma?”.

Vi lasciamo al video realizzato stamattina e pubblicato da DinamoPress con le dichiarazioni dell’attivista Sylvia De Fanti, che spiega la situazione, specificando inoltre come l’assessore alla Crescita Culturale di Roma Capitale (nonché vicesindaco), Luca Bergamo, sembrasse all’oscuro della decisione, evidenziando una situazione a dir poco assurda oltre che imbarazzante. Ma l’imbarazzo, ormai, è forse l’ultimo dei problemi.

 

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