L’Antigone palestinese nella banlieu parigina

Théâtre National Palestinien

L’Antigone del Théâtre National Palestinien (photo: © Nabil Boutros)

Creato nel maggio 2011 a Gerusalemme, l’Antigone palestinese di Adel Hakim impianta le sue radici e la sua rabbia al teatro dei Quartiers d’Ivry, nella banlieu sud parigina.
Attorno allo spettacolo sono nati una serie di eventi collaterali incentrati sul conflitto arabo-israeliano: mostre fotografiche, mercatini di testi arabi, un cabaret palestinese, uno spettacolo-racconto sulla Freedom Flottilla, un concerto di due fratelli liutai di Nazareth.
Tutto ciò mentre solo una settimana prima, dall’altro capo della banlieu, quella nord, la mitica Università di Saint-Denis negava il permesso ad alcuni coraggiosi studenti di mettere in opera un dibattito internazionale sulle responsabilità israeliane della guerra in corso, suscitando un caso assurto alla stampa nazionale.
Va così. Ogni volta che in Europa si parla di Gaza e di Israele si finisce sempre in un gran polverone, che nuoce all’informazione e arresta i pensieri. Sospendiamo qui ogni giudizio politico e lasciamo alla scena il compito di rischiarare le coscienze. Dicevamo, Antigone.

L’immensa opera di Sofocle si dimostra in grado di sostenere l’attualissima questione arabo-israeliana della terra, della politica e della religione, quotidianamente sulla ribalta mediatica.
Grazie a una grandissima consapevolezza del mezzo teatrale, il regista Adel Hakim non cade nella trappola che tutti si aspettano, quella di ridurre gli intenti sofoclei alla situazione geopolitica della Palestina. Quasi dandosi una spinta sulla polvere della guerra intestina al proprio Paese, egli sceglie di non trasformare il conflitto in uno spettacolo di facile presa sullo spettatore. Non lo seduce col solo fatto di essere palestinese, teatro palestinese. D’altronde sarebbe facile, e davvero basterebbe al gusto del pubblico il fatto di assistere a una pièce del ‘povero’ Teatro Nazionale Palestinese.

Il conflitto – invece – onnipresente ma soggiacente, è all’origine di questa tragedia: a Tebe, i due figli di Edipo si ritrovano faccia a faccia per l’ultima battaglia, nella quale entrambi troveranno la morte. Ma mentre si offrono tutti i riti funebri a Eteocle, il cadavere di Polinice, considerato il traditore della patria, è lasciato senza sepoltura ai cani e agli uccelli. Antigone disobbedisce al veto di seppellire il fratello e sfida suo zio Creonte, nuovo re, fino alla morte.

La città di Tebe guarda all’urbanistica moderna da periferia, fredda e metallica. Il muro che si erge sul fondo scena prende l’aspetto di un palazzone popolare, grazie all’allineamento di tante piccole finestrelle. Qualche sedia e qualche tavolo da bar incorniciano il palco come fosse una corte o un giardino. Al centro la scena si fa piazza pubblica, arena nella quale si perdono i personaggi in preda al loro destino tragico. Sebbene nella scenografia si riconosca una precisa idea estetica, essa perde di senso davanti alla centralità della recitazione, per la quale la regia sceglie un taglio di marca fortemente realista.
Corpi presenti, incantevoli nel loro impegno e nella loro sincerità. Hussam Abu Eisheh (Creonte) e Mahmoud Awad (Tiresia, Coro) si impongono in una recitazione profonda: movimenti e gesti sembrano scolpiti, in grado di generare momenti di sospensione del pensiero dove sentiamo risorgere l’eterna questione della condizione umana.

Se all’inizio la recitazione dell’attrice Shaden Salim sembra un po’ opaca, ne comprendiamo presto la volontà del regista di voler presentare una Antigone gracile e senza spasmi fino alla scena dello scontro con Creonte. Qui il registro linguistico si amplifica a dismisura e l’eroina femminile si arma di parole, vacilla e precipita nella tragedia. Il suo monologo finale gronda di verità.

“C’è chi merita di vivere?” – Si domanda la scena, proiettando cascate di parole luminose, in segni arabi, sulle mura di Tebe. “Io merito di vivere” – Si risponde.
C’è spazio anche per qualche distensione comica, negli stasimi del coro. Infine, massa compatta, gli attori fanno blocco sulla scena: li sentiamo sodali, uniti; è in questi momenti spontanei che viene fuori il loro lato umano e le loro origini, la recitazione diviene necessità giubilatoria, come un bisogno terapeutico di dover gridare. Poco importa allora se il testo non dice la tragedia odierna, ma quella di duemilacinquecento anni fa, operando un transfert dei contenuti.
L’anelito tragico è palpabile. È in queste pieghe oscure che il teatro smette i suoi stessi abiti e rivela, dietro un costume qualsiasi, la carica tragica del personaggio e del suo attore. Antigone è Shaden Salim. Shaden Salim è Antigone. Entrambe lottano per la terra. Quella per seppellire i propri morti.

Se Adel Hakim sembra a prima vista prediligere le sfere politica e religiosa che si consumano all’interno della città (non sfuggono i riferimenti alla primavera araba, l’utilizzo dell’as-subha, il rosario mussulmano, i gesti di preghiera cattolici), l’ampiezza mitologica si svela alla fine attraverso la danza misterica e tenebrosa di Creonte che crolla sfinito in terra. Il ciclo è chiuso, gli uomini imprigionati all’interno del loro destino non sono che pedine degli Dei. La musica ossessiva è come un filo tessuto attraverso scene. Fuggendo annuncia l’irrimediabile.

Lo spettacolo, interpretato in arabo dalla troupe del Teatro Nazionale Palestinese, trova terreno di gioco fuori della Palestina. Quest’Antigone è un monumento all’impegno, messaggio di pace, voglia di vivere e un compiuto lavoro artistico.

Antigone

di Sofocle
regia: Adel Hakim
con gli attori del Teatro Nazionale Palestinese: Hussam Abu Eisheh, Alaa Abu Garbieh, Kamel Al Basha, Mahmoud Awad, Yasmin Hamaa, Shaden Salim, Daoud Toutah
scenografia e luci: Yves Collet
musica: Trio Joubran
testo arabo: Abd El Rahmane Badawi
testo francese: Adel Hakim
traduzione: Elias Sanbar
poesie, testo e voce: Mahmoud Darwich
assistente alla regia: Raymond Hosni
costumi: Shaden Salim
video: atthieu Mullot et Pietro Belloni
foto: Nabil Boutros
durata: 1h 50′
applausi del pubblico: 5′

Visto a Parigi, Théâtre des Quartiers d’Ivry, il 25 marzo 2012

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