Anton Cechov nella foresta dei ricordi

Anton Cechov in scena

La mostra Anton Cechov in scena (photo: Giacomo d’Alelio)

Il bianco della ghiaia si macchia del grigio, scuro, della melma, per lo spettro di passi succedutesi nel tempo, tra gli umori delle precipitazioni atmosferiche che hanno condizionato i giorni.
Intorno, il verde si confonde con il marrone della terra e del legno degli alberi.
La presenza di esseri umani puntella come echi di un encefalogramma di radi, e temporanei, picchi l’imbrunire di questo pomeriggio d’inverno.

Non poteva essere scelto periodo dell’anno migliore per mettere in atto “Anton Cechov in scena”, la mostra che si è svolta da novembre a fine gennaio nella Casa dei Teatri di Villa Pamphilj a Roma – uno spazio che, nel Villino Corsini, al piano terra ospita mostre ed eventi; salendo una rampa di scale, la biblioteca, e accanto, scendendo in un avvallamento, la struttura dell’ex Scuderia, dedicata ad incontri, mostre fotografiche…

L’autunno che si macchia di inverno è un luogo in cui si è sempre radicato il teatro di Cechov, dove l’azione drammaturgica si contrae prendendo i colori dell’intimità, e dell’anima, dei suoi protagonisti. Con il fulgore della primavera e dell’estate a portare raggi malinconici nello sguardo delle ombre che camminano nei luoghi di “Ivanov”, “Il Gabbiano”, “Zio Vanja”, “Le tre sorelle” e “Il giardino dei ciliegi”, i cinque drammi per il teatro scritti tra il 1888 e il 1904, in cui l’attesa e il tempo che passa, inesorabile, si comprimono in quelle foglie che, perso il proprio smalto, si accartocciano per cadere dai rami a terra e, così facendo, non portare alcun cambiamento.

Varcando la soglia del Villino Corsini non potevano che ammantare il pavimento, a chiazze discontinue, quelle stesse foglie secche, prive di vita ma cariche di ricordi, vaghe presenze, o meglio assenze, calpestate dai visitatori, spettatori radi ma nobili, in questo pomeriggio che si macchia di sera – anche se ci viene detto dal personale della struttura che la mostra è andata molto bene, con una frequentazione cospicua e continua.


Dei tronchi, ovviamente ricostruiti, di alberi disseminati per la prima sala fanno da appendi foto, manifesti, bozzetti di scena. Su una parete, un caminetto, sormontato dall’immagine pensierosa di Cechov, gli occhiali inforcati sul naso, seduto su di una poltrona, un braccio appoggiato al bracciolo, che ne sorregge il volto.
Sotto, un’altra con un convivio di uomini e donne che, intorno a un tavolo, lo ascoltano leggere i suoi racconti. E proprio di racconti sono le immagini che puntellano i tronchi: “L’orso”, “Le nozze”, “Cavalletta”, “L’anniversario”, “La signora col cagnolino”. Alle pareti, altre, del “Silvantropo” e di “Ma che ci fai in frac” dalla pièce “Proposta”. Alla base di un “albero” una valigia, pronta per il viaggio.

Anton Cechov in scena

Anton Cechov (photo: Giacomo d’Alelio)

Checov era originario del Sud della Russia; nato a Taganrog nel 1860, di umili origini, era figlio di un servo della gleba, un padre che però fu capace di riscattare se stesso e la famiglia dal proprio padrone, trasferendosi poi a Mosca.
Il museo statale del teatro A. A. Bakhrushin, che si trova nella capitale, è il principale “santuario” del teatro russo, e non solo, essendo considerato uno dei più importanti a livello mondiale. Porta il nome di chi lo rese possibile, un mercante illuminato che fu capace negli anni di raccogliere e conservare, dando il là a un luogo della memoria, i cui tesori sono beni inestimabili per la cultura mondiale.

E’ arrivato da qui il materiale che ha costellato le stanze della Casa dei Teatri, stanze che si aprono ai passi dei visitatori parlando di Cechov e delle sue opere con bozzetti di scena, schizzi di costumi e di scenografie, foto di attori e manifesti originali.
Gli allestimenti, che sono partiti a grappolo dalla produzione creativa, narrativa e drammaturgica di Cechov, si sono disseminati numerosi a partire dalla fine del XIX secolo, fino ad arrivare ai giorni nostri, con nomi come Stanislavskij e Mejerchol’d tra i primi registi a metterli in scena. E continueranno a costellare parecchi degli anni a venire…

Delle sagome bianche, che richiamano forme di donne con ombrellini e di loro eterei accompagnatori, segnano il passaggio da una stanza all’altra, dove le cinque opere per il teatro – “Ivanov”, “Il Gabbiano”, “Zio Vanja”, “Le tre sorelle” e “Il giardino dei ciliegi” – hanno ognuna una propria location: un appendiabito con un solitario cappello e delle sedie intorno; un baule, con ancora dei cappelli sopra; un tavolo apparecchiato per il thè; un pic-nic con sgabelli, marmellate, un cesto di vimini e altri vassoi che si macchiano del rosso dei frutti di bosco.
Invece delle briciole di pane per indicare il cammino, continuano qui a segnarlo le foglie, infuocate di marrone e di rosso, che sono “sfarinate” su quegli oggetti che richiamano la presenza dell’uomo, o meglio la sua assenza.

Con una nota di melancolia si cammina in questo viaggio nel tempo che, sospeso, galleggia nell’aria, ingiallita dalla polvere degli anni che corrono su visi, immagini, disegni, dipinti. Fino a ritornare a quel caminetto, alla cui base, prima non archiviato, si trova una cassetta con delle bottiglie di vino impolverate, vuote. Sul marmo della struttura, appoggiato, un bastone da passeggio.
Prima di uscire, uno sguardo d’intesa a quell’uomo che dalla foto guarda, sguardo capace di vedere. A sorreggere il passo, fuori, un bastone da passeggio, per evitare di affondare nella melma.
 

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