Antonio Audino: uno sguardo al teatro italiano da chi di Sguardi se ne intende

Epimorph
Epimorph

Epimorph (photo: epimorph.org)

Siamo abituati ad ascoltare la sua voce in radio. Ma nonostante abbia tentato di cavarsela con “le interviste sono abituato a farle, non a riceverle!”, Klp non si è lasciato sfuggire l’occasione per importunarlo con qualche domanda… Stiamo parlando di Antonio Audino, ‘special guest’ dell’edizione 2011 di Sguardi.

Per noi giovani critici e per i lettori di Klp è importante avere la tua opinione: cosa pensi di questa festa/vetrina del teatro veneto a cui hai assistito?
La prima impressione che ho avuto è che in questa bella rassegna, in cui si concentrano molte cose, appaiano quelli che sono i segni della ricerca italiana, come se nell’aria ci fossero un po’ le stesse cose a Roma, Palermo, Napoli e qui nel Veneto. Ci sono le stesse linee di riflessione, anche se molto diversificate e vivaci.

Credo che questo sia un momento di grande effervescenza per la giovane scena italiana, e che questa si rivolga a idee di sviluppo particolari ma molto simili in tutta Italia. Mi sembra che ci sia una chiave visiva decisamente astratta, giocata sulla sensorialità, come abbiamo visto con gli Epimorph ad esempio, che lavorano sul terreno sensoriale dell’immagine inserendo anche temi di forte attualità. Sono sulla linea dei Santasangre, dei Muta Imago, dei Pathosformel, un filone visivo-sensoriale che ha sempre una forte aderenza ai problemi della realtà. In questo caso loro trattavano la tematica del petrolio e del suo sfruttamento: non è solo estetismo puro ma anche riflessione su questioni che riguardano la realtà quotidiana. Questo è molto interessante.
Il lavoro di Amor Vacui punta invece di più sulla parola, sul testo, sulla regia e sull’attore. Mi ha fatto pensare al lavoro di Massimiliano Civica, nel tentativo di usare la parola in modo molto asciutto, di fare un lavoro di regia preciso, scarnificato ma che punta sul testo. Abbiamo poi anche visto il cabaret musicale con Andrea Mazzacavallo e la linea del circo con Pantakin, due filoni che stanno prendendo molto piede. Nel caso di Pantakin si è trattato però di un “nuovo” circo che lavora anche sul rapporto con la parola. E ancora posso citare il lavoro del Tam, che ha instaurato una relazione tra immagine e arte figurativa, altra linea molto interessante.
Mi sembra si stia verificando che la ricerca dei giovani – che è quella che più mi interessa – segua le stesse idee e le stesse tracce in tutta Italia, forse spesso inconsapevolmente.

Come si pone, secondo te, il teatro italiano rispetto alla contemporaneità?

Secondo me ci sono due aspetti molto forti. Il primo – e tengo molto a sottolinearlo – è che siamo in un momento di grande vivacità teatrale. Nonostante si parli quotidianamente di “tempo di crisi”, di “difficoltà produttive”, di “circolazione dello spettacolo”, c’è un’esplosione di creatività teatrale da parte dei giovani sorprendente e inaspettata.
E questo avviene anche dal punto di vista della critica: è sorprendente e inaspettato che siano nati tanti gruppi di giovani critici che hanno realizzato dei siti che sono diventati veri e propri punti di riferimento (e non lo dico per lusingarvi) del dibattito teatrale, cosa a cui i giornali hanno abdicato completamente.
Il desiderio di riflettere sul teatro, la vivacità di creatività giovane è straordinaria… nemmeno paragonabile a quella degli anni ’80.
Sono convinto che è proprio la crisi a far venir fuori il bisogno di comunicare. Bisogna giocare in perdita: poiché è già di per sé difficile che il teatro diventi un lavoro, tanto vale giocare un’utopia, e questa mi sembra una cosa davvero bella. L’utopia è quella di lavorare con l’arte di esprimere i propri sogni, le proprie idee.
Sono convinto, ne ho le prove, che la ricerca teatrale italiana sia la migliore non soltanto d’Europa ma assolutamente del mondo. Qui c’è una capacità di elaborazione formale, visiva, drammaturgica che difficilmente troviamo in altre parti del mondo. Magari il resto del mondo è più forte di noi su altri terreni – tralasciando il discorso sull’attore che noi abbiamo po’ perso mentre all’estero ci sono scuole di attori che noi non abbiamo più – ma in Italia ci sono compagnie straordinarie, ci sono registi ben capaci di lavorare sui testi della tradizione e sul fronte della ricerca estrema, dove riusciamo ad esprimere cose molto nuove e forti. Non a caso i nuovi gruppi italiani circolano molto più all’estero che da noi; questa nostra vivacità creativa e assolutamente riconosciuta e ricercata da tutti.
Il secondo aspetto è notare che, nei momenti di crisi, c’è più bisogno di teatro, di trovarsi in situazioni che non siano quelle della mediazione ma quelle dell’incontro diretto. Questo emerge dai dati dei consumi teatrali che non sono calati, ma anzi aumentati, perché mai come ora è fortemente sentito il bisogno di trovarsi con altre persone in uno spazio vivo e vitale dove s’incontrano altre persone che creano delle cose e che, in qualche modo, si mettono in gioco. Anche perché, come dicevo prima, la ricerca di questi gruppi non è solo estetica e formale, ma tocca spesso dei punti critici del nostro pensiero e di crisi della società. E’ evidente che il teatro in questo momento sia percepito da tutti, e in particolare dai giovani, come un luogo di discussione del presente e anche questo è molto interessante.

In base a ciò che hai visto in questa vetrina e a ciò che già conosci del teatro veneto contemporaneo, credi che la componente regionale giochi un ruolo particolare?

Da osservatore posso affermare che è una rassegna di alto livello italiano, non ci sento una linea regionale specifica. Per me è un’occasione di incontrare dei gruppi che sono perfettamente in sintonia con quello che avviene nel resto del Paese, a parte certi interessi linguistici, o certi aspetti che naturalmente nascono qui ed è giusto che sia così. Ad esempio il pezzo di Mazzacavallo e quello di Contarini rappresentano un filone di teatro civile alla Paolini con uno schema a tratti più cabarettistici, in qualche modo però trasformato rispetto al teatro paoliniano per alcuni elementi tematici o linguistici collegati al territorio; ma siamo davanti a spettacoli che potremmo vedere in qualunque altra città d’Italia. Credo che questo invisibile filo comune che lega insieme tutto il teatro italiano sia fondamentale per la crescita culturale dell’intero Paese.