António e Cleópatra: l’esperimento di Tiago Rodrigues sui meccanismi della rappresentazione

Antonio e Cleopatra (photo: © Claudia Pajewski)
Antonio e Cleopatra (photo: © Claudia Pajewski)

Se dovessi scegliere la più calzante definizione di ‘radicalità’ sarebbe questa: individuare un gesto automatico e sostituirlo con un pensiero. L’operazione è chirurgica e pericolosa, poiché significa affrontare un bagaglio di certezze che, in quanto legittimate dal lungo uso nel tempo, pur rimanendo culturali si mimetizzano come naturali.
Si può avere l’impressione di asportare, invece di un bubbone nocivo, un organo vitale – anzi, talvolta l’impressione si svela tragica realtà, e si finisce col ritrovarsi un cadavere sotto gli occhi, e un cuore in mano.
Che Fabrizio Arcuri non abbia avuto di questi timori nella compilazione del suo Short Theatre 2018 è confermato da almeno un paio di lavori visti al festival, che fanno bene alla testa e al cuore.

L’“António e Cleópatra”, prima nazionale di Tiago Rodrigues (portoghesi gli accenti, il regista, gli attori), prova a rimettere in crisi lo statuto dell’attore come alter-ego del personaggio in modo empirico ma convincente, inscenando la trama shakespeariana attraverso un lento e cauto avvicinamento a quell’obiettivo di unità a partire da molto lontano.

I due attori/operatori in scena descrivono i luoghi, che la scenografia non ricostruisce e a cui allude da distanze impervie, costituita com’è da un solo grosso trabiccolo simil-Ikea di alluminio e cerchi di vetro colorati appesi al soffitto (un enorme orecchino egizio?) e da una libreria su cui ruota un giradischi, a suonare intermezzi tra le cinque parti del dramma. E poi spiegano i movimenti, citano le parole dei due personaggi shakespeariani negli snodi principali della loro trama e fanno emergere i sentimenti a loro attribuiti nominandoli. Il tutto in una rigorosa terza persona.

Come burattinai, come ombre, li seguono negli spazi degli ombrosi appartamenti privati della regina, li indicano al pubblico quando si allontanano sotto mentite spoglie verso un’ansa del Nilo, dove faranno l’amore, li riguardano dall’alto, su quella collina su cui si addormentano placidamente. Poi dicono della loro separazione, e mentre Sofia Dias segue Antonio a Roma, i suoi tentativi di rifugiarsi nella vita politica della capitale, il suo matrimonio di comodo dinastico con Ottavia, Vítor Roriz ripercorre per il pubblico i tormenti amorosi della principessa ad Alessandria, e la sua capricciosa ferocia di sovrana verso il messaggero che le comunica le penose novità. E di qui fino al tragico finale, con continue lievi riconfigurazioni del ruolo della persona in scena: da narratore a burattinaio, che individua davanti a sé il corpo del personaggio che muove, evocandone a mani aperte la posizione sulla scena, a voce fuori campo, a voce che cita, con discorso indiretto legato e libero poi, sino all’inversione dei ruoli, quando sarà finalmente l’attore uomo a “manovrare” Antonio e l’attrice a occuparsi di Cleopatra – regalando un sensibile guadagno di realismo al povero spettatore.

Con tutto questo armamentario di strumenti, che quasi rabdomanticamente si aggirano attorno al personaggio e al meccanismo scenico, l’ultima cosa che ci si aspetterebbe è il coinvolgimento emotivo in platea. E invece quel lento avvicinarsi delle identità, dalla terza persona alla seconda, a puntate addirittura in una prima persona che suona squillante e toccante insieme, gioca sull’inconsapevole brama dell’incontro tra il corpo dell’attore e quello del personaggio, che fa vibrare le poltrone. E ha soprattutto la delicatezza di saper aderire e lavorare per riconoscersi, ora senza cliché, in quella che è l’esperienza consolidata di uno spettatore di teatro tradizionale: l’immedesimazione con la vicenda rappresentata.
Così come gli attori e i personaggi lentamente si avvicinano, fino a sfiorarsi, lo spettatore si unisce, terzo atteso, a questa coppia, per sentire finalmente su di sé i personaggi operare come vivi. Basta poco: un pronome “tu”, rivolto da Sofia a Vítor ed, improvvisa, fiorisce la verità (quando si opera su organismi così impalpabili basta un niente!).

Se nel lunghissimo, quasi inesauribile finale si può trovare spazio, proprio nel momento tragico della morte di Antonio, anche per un gioco sonoro di significanti (gli attori palpitano attorno a parole che mutano significato come sciarade, con sostituzioni o inversioni di sillabe, scivolamenti di accenti, elisioni e compressioni, in una riscrittura di pura libertà del topos di una vita che ti scorre davanti nel momento del trapasso), è l’intensità di una sicura decostruzione e limpida ricostruzione degli strumenti rappresentativi che lascia lo spettatore senza fiato.

António e Cleópatra
testo Tiago Rodrigues, con citazioni da António e Cleópatra di William Shakespeare
regia Tiago Rodrigues
con Sofia Dias e Vítor Roriz
scenografia Ângela Rocha
costumi Ângela Rocha, Magda Bizarro
disegno di luz Nuno Meira
estratti musicali dalla colonna sonora del film Cleópatra (1963) de Alex North
collaborazione artistica Maria João Serrão, Thomas Walgrave
allestimento del palco Decor Galamba
traduzione inglese Joana Frazão
produzione esecutiva Rita Forjaz
produzione esecutiva nella creazione originale Magda Bizarro, Rita Mendes
produzione TNDM II dalla creazione originale della compagnia Mundo Perfeito
coproduzione Centro Cultural de Belém, Centro Cultural Vila Flor, Temps d’Images
residenza artistica Teatro do Campo Alegre, TNSJ, Alkantara
ringraziamenti Ana Mónica, Ângelo Rocha, Carlos Mendonça, Luísa Taveira, Manuela Santos, Toninho Neto, Rui Carvalho Homem,  Salvador Santos, Bomba Suicida
con il sopporto Museu de Marinha

durata: 1h 30’
applausi del pubblico: 2’

Visto a Roma, La Pelanda, il 7 settembre 2018
Prima nazionale