Antonio Ligabue, da Gualtieri al Po. Seguendo l’Argine di una dignità restituita

Mario Perrotta (sulla bara) e Marco Cavalcoli davanti al feretro (photo: Luigi Burroni)

Mario Perrotta (sulla bara) e Marco Cavalcoli davanti al feretro (photo: Luigi Burroni)

“Un bès… Dam un bès, uno solo…”. Per tre volte questo lancinante bisogno di amore lo abbiamo sentito riecheggiare nella grande piazza Bentivoglio di Gualtieri, alla fine dell’intenso evento “Bassa Continua, Toni sul Po”,  sognato e realizzato da Mario Perrotta e poi condiviso dal Teatro dell’Argine con decine di enti, associazioni e artisti, a conclusione del tripartito progetto sul pittore Antonio Ligabue, già portato in teatro prima con il conturbante monologo “Un bès” e poi con l’affresco a più corpi di “Pitur”.

Tre volte, da tre angolazioni diverse, ci ha straziato il cuore, perché in alcune memorabili giornate di fine maggio, nelle terre emiliane che hanno visto trascorrere la maggior parte della tormentata vita del pittore, abbiamo potuto seguire altrettanti percorsi a tema sulla sua vita e poetica, per certi versi assimilabile a quella di Vincent Van Gogh, in quanto artista disperato e maledetto: “Città. Degli uomini e dello scemo del paese” a Guastalla e Gualtieri, “Manicomio. Della coscienza d’artista” a Reggio Emilia e infine, nello straordinario scenario della golena del Po, “Della solitudine e della libertà”.

Tutti i percorsi (le cui drammaturgie sono state scritte da Perrotta insieme a Nicola Bonazzi) si concludevano, dopo due ore di visioni, nello stesso identico punto, in cui tutti gli spettatori dei tre momenti confluivano, partecipando al funerale corale di Ligabue, in cui Mario Perrotta lanciava il suo grido d’amore ma anche di vergogna per un mondo che lo aveva sempre respinto.

Tre percorsi di grande suggestione (diretti rispettivamente da Alessandro Migliucci, Andrea Paolucci e Donatella Allegro) in cui tutto un territorio, con ogni sua componente teatrale, musicale e produttiva, ha partecipato in qualche modo, per chiedere scusa, dopo 60 anni, al grande artista, troppe volte vilipeso da chi gli viveva intorno. Più di 180 sono state le persone coinvolte, per un evento totale e totalizzante, di fortissimo impianto teatrale ed emozionale.

Espulso dalla natia Svizzera tedesca, Ligabue arriva a 19 anni in Emilia: è questo il paese d’origine di quel patrigno che lo ha riconosciuto solo per burocrazia ma non per amore. E da qui il percorso parte, punteggiato, nella piazza principale di Guastalla, da grandi valigie che una coreografia ben studiata rende significanti.
Ecco poi il discorso di Mussolini, che introduce l’atmosfera del periodo fascista, con il senso di solitudine che contraddistingue il pittore (“al matt, al tedesch” chiamavano quello strano essere che parlava con le piante e disegnava donne nude sui tronchi degli alberi), mitigata solo dalla voglia inesausta di dipingere, sempre in disparte e irriso da tutti.

La grande piena del ’51, raccontata da Toni/Lorenzo Ansaloni, travolge tutto e tutti, ma soprattutto i suoi quadri, lasciati a marcire nelle cantine (“Avreste potuto essere più felici e più ricchi di prima – grida Toni – E ora invece siete più poveri di prima!”).
Infine, nel bellissimo teatro utopico di Gualtieri, la scoperta del cinema, con i suoi baci e il varietà, e il primo incontro con una sessualità agognata e respinta, impersonata da Paola Roscioli, spiritosa emula di Nannarella.

Il percorso nel manicomio (photo: Luigi Burroni)

Il percorso nel manicomio (photo: Luigi Burroni)

Per il secondo movimento tutti in bus, trasportati al manicomio di Reggio Emilia, “Il Padiglione Ombroso”, dove Toni visse il periodo terribile della degenza per i suoi frequenti scatti d’ira contro gli altri e sé stesso, ma dove la sua arte comincia a rifulgere.

Tra ombre bianche che si aggirano intorno, un medico asettico propone un’impietosa disamina della sua personalità e della mania di dipingere.
Toni comincia infatti a dipingere freneticamente, soprattutto il proprio volto, che spesso trafigge.

In quattro celle di ritenzione, altrettanti Ligabue gridano la propria sofferenza e la propria innocenza di fronte ad un mondo che non comprende nulla.

Si finirà questo viaggio sul Po, sotto la luna che finalmente fa capolino, con quattro intermezzi intervallati da musica e una coreografia tra i pioppeti del fiume, accompagnati dagli animali che amava tanto: leoni, aquile, tigri che prendono vita.
Ma sul greto del fiume apparirà anche una balera, su cui emerge la bellezza sensuale della Sboldrona, una bella e divertita Micaela Casalboni (che Toni poteva guardare solo da lontano) e infine, in mezzo al fiume, un altro Toni (Marco Cavalcoli) a confessare, raccontando tutta la sua vita in un italiano assai stentato, tra il tedesco e l’emiliano, i tentativi di volare in alto, le sue folli certezze e le ostentate debolezze. Fino a tacere, d’un tratto, incantato dal canto di una viola (Danusha Waskiewicz), sirena assoluta e irraggiungibile, che ritroveremo al suo funerale e che gli darà l’ultimo appagante saluto.

I giorni nella Bassa appaiono, a una settimana di distanza, densi e significativi, importanti per quell’immersione diretta nella vita e nell’immaginario di un pittore che, con la sua arte, ha segnato tutto il territorio. Efficaci perché il teatro, qui, con i suoi fragili ma potenti mezzi, ha svolto la sua massima e nobile funzione: rendere eterno ciò che ogni volta tocca, restituendone intatti – sottoforma potentemente metaforica – i suoi significati e, in questo particolare caso, riconsegnando ad Antonio Ligabue tutta la dignità che la vita gli aveva negato.

Photo: Luigi Burron

Photo: Luigi Burron

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