Apache resta fedele a se stesso. E la riserva esulta

Fagarazzi e Zuffellato

Fagarazzi e Zuffellato (photo: teatrolitta.it)

Cosa avrà fatto Apache in questi suoi primi mesi di vita? Non è una rassegna, né un festival e neppure una vetrina. Cos’è allora? Una linea (all’interno della stagione del Teatro Litta di Milano) di un teatro che cerca l’instabilità, quello che al grande pubblico non arriva, piccole chicche performative che non sono né puro teatro né solo arte visiva, non catalogabili né classificabili in categorie troppo strette.
Questa linea, tracciata da Matteo Torterolo, ha cercato in questo suo primo esperimento di mettere insieme spettacoli fuori dal comune, quelli che potremmo pensare relegati in una riserva Apache del teatro. Lo scopo? Proporre nuovi linguaggi contemporanei e unirli in un unico contenitore.

Finora sono stati presentati ai milanesi tre spettacoli, diversi tra loro, eppure uniti da questa linea.
Si è iniziato con Pubblico Teatro e i suoi “Cinque Allegri Ragazzi morti“, vero evento, sold out fin dal primo giorno. Prevedibile, forse, quando c’è la musica a trainare i fans. Ma perché criticare la prevedibilità, quando si tratta di un teatro pieno? Non siamo sempre a lamentarci del pubblico che non esiste, dei giovani che non sanno cosa sia il teatro? Ecco, forse, quando si offre quello che i ragazzi cercano, stando attenti alla qualità, le cose funzionano.

Poi sono arrivati Fagarazzi & Zuffellato con “H E A V E n E V E R”. Uno spettacolo curioso. Non per tutti. La recitazione fin troppo quotidiana toglie un po’ di poesia alle interessanti suggestioni visive che offre lo spettacolo, tanto che starebbe benissimo in un museo; forse in teatro dovrebbe limitarsi a restare performance corporea e musicale, di suoni, immagini, visioni estetiche e non parole. Però, sicuramente, una ricerca di linguaggio adatta ad Apache.

Abba Bosch

Abba Bosch (photo: teatrolitta.it)

La settimana scorsa, invece, è stata la volta del divertente “Abba Bosch”, una riflessione di inQuanto Teatro sul futuro, dove video e attori intersecano il loro percorso trasportandoci in un altrove semantico e facendoci sognare un po’. E ridere, anche. Forse finora lo spettacolo più interessante, perché riesce a trovare una perfetta sintesi tra l’arte teatrale e i nuovi linguaggi che questa deve necessariamente comprendere in sé, se vuole restare attuale mantenendo la sua specificità.

Apache, dunque, alla prova dei fatti con queste prime tre proposte, pare restare fedele ai suoi presupposti. Spettacoli nuovi, che siamo più abituati a vedere nei festival o nei sottoscala nascosti della così detta élite teatrale, e che invece dovremmo vedere sempre più spesso nei circuiti ufficiali. Perché non è forse questo il teatro di oggi? Il teatro che sta ai tempi, che cerca cose nuove, che mantiene la sua aura di arte unica ma deve, per forza, adeguarsi per essere fruito da tutti. Soprattutto dalle nuove generazioni, che sono abituate a vivere e comunicare in modo completamente diverso dalle precedenti.

Prossime tappe di Apache: dall’11 al 14 aprile ProgettoRobur con “New Yorker hotel 3327”, dal 15 al 19 maggio Codice Ivan con “Esperimenti per un Requiem” e a giugno, dal 13 al 16, Garten chiuderà la linea con “I am here I have a gun”.
 
 

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