Apache, una scommessa sul giovane pubblico

Apache 2014E’ iniziato tutto a gennaio, a Milano, con uno spettacolo sold out fin dalla prima replica (“Cinque allegri ragazzi morti“, di Eleonora Pippo).
Già da lì era chiaro come Apache non fosse una semplice rassegna teatrale, ma una scommessa destinata a buoni risultati.
Abbiamo poi visto succedersi in questi mesi Fagarazzi & Zuffellato con “HeaveNever”, uno spettacolo onirico, performance sognante dal linguaggio nuovo, diverso, non collocato né collocabile facilmente.

InQuantoTeatro con “Abba – Bosch” è forse l’esperimento riuscito meglio di questa prima edizione, perché ha unito i linguaggi della videoarte con il teatro, che in altri spettacoli, come lo studio dei Garten “I am here I have a gun” (ultimo spettacolo della rassegna), mancava forse un po’, facendoci certamente emozionare (per le musiche, l’impatto visivo, la narrazione) ma facendoci provare anche un po’ di nostalgia per il caro e amato corpo dell’attore, fattosi mezzo più distante.
Ancora, fra i protagonisti della ‘riserva’ di Apache, abbiamo visto passare Progetto Robur e Codice Ivan, anche loro con spettacoli di rottura rispetto ai linguaggi del teatro “più convenzionale” che viene ospitato nelle stagioni, relegando spesso queste compagnie agli spazi più performativi dei festival estivi.

Dalla visione delle proposte di Apache ne usciamo con la consapevolezza che il Teatro Litta, che ha ospitato questa sorta di esperimento all’interno della sua stagione invernale, abbia fatto qualcosa di importante.
Apache era stata presentata come una ‘linea di rassegna’. Una linea iniziata come una sfida, un nuovo modo di integrare un teatro considerato tra l’off e la sperimentazione di nuovi linguaggi all’interno di una situazione più istituzionale, classica, come quella del teatro milanese, che ha dimostrato in questo modo un’apertura al nuovo tutt’altro che scontata.

“Viviamo un’epoca che sempre di più confonde i piani di realtà e quelli di finzione – ci racconta Antonio Syxty, che il Litta di Milano lo dirige, insieme a Gaetano Callegaro, dal 1999 – E’ un’epoca in grado di sterilizzare qualunque aspetto vitale perché crea sempre di più una vita artificiale che si sviluppa e si svolge parallelamente a quella reale. E’ una forma di augmented reality che si nutre di se stessa in modo ipertrofico e anormale, trasformandosi in metafora di se stessa. Infatti, così scrive Don DeLillo, in uno dei suoi romanzi che più ho amato, “Body Art”, “in passato, ha abitato i corpi di adolescenti, predicatori fondamentalisti, una donna ultracentenaria, che viveva di yogurt e, performance davvero memorabile, un uomo incinto””.

Fagarazzi & Zuffellato in HeaveNever

Fagarazzi & Zuffellato in HeaveNever

In questo panorama contemporaneo che unisce sempre più mondo reale a mondo virtuale, non è facile destreggiarsi per mettere insieme compagnie, performer e artisti che non hanno una collocazione classica nelle programmazioni teatrali, ma sono accomunati dal fatto di essere protagonisti giovani (giovani all’italiana, si intende) della nuova scena, dove la scena non è solo prosa ma una miscellanea intelligente e variegata di corpo, voce, immagine e suono.

Eppure è stata una scelta da percorrere. Perché ha lavorato sul pubblico, che dovrebbe poi essere il primo referente nella progettualità di qualsiasi forma artistica ma spesso arriva per ultimo, con la solita domanda che tutti si pongono a posteriori… ma il pubblico, dov’è?

Un pubblico che, per quanto non abbia raggiunto vertici apocalittici in termini numerici (ma una buona e costante media per ogni spettacolo, fatta eccezione del sold out del primo spettacolo), era formato da giovani, dai 18 ai 25 anni per la maggior parte delle volte, under 18 molto più spesso del solito. Dimostrando che i giovani a teatro ci vanno se si parla il loro linguaggio. Che l’arte, le diverse forme artistiche, l’espressione teatrale, se sa evolversi e resta in linea con la contemporaneità senza perdere le sue basi storiche, è ancora più viva che mai.
E non solo per chi la fa, ma anche per chi la vuole fruire. Che forse, se imparassimo a costruire dei percorsi con un’idea precisa in mente, con la voglia e la passione di fare che sempre deve contraddistinguere chi si occupa di teatro, ma anche con la consapevolezza che tutto questo non è realizzabile da soli, chiusi in uno scantinato, quello che si desidera lo si può ottenere.

Non è più il tempo di considerare la nuova scena come un’alternativa, uno sbocco diverso, un’arte per pochi.
E’ tempo semmai che questo tipo di teatro sia considerato semplicemente il teatro di adesso. Che non sostituisce affatto il teatro che già c’è, ma lo integra e lo completa. Con l’avallo delle istituzioni, anche.
Questo Apache lo ha fatto, agendo da collettore tra varie realtà, unendo percorsi e idee, mettendo in comunicazione le forze.

I am here I have a gun di Garten

I am here I have a gun di Garten

“Il bilancio di questa edizione zero di Apache è positivo su molti fronti – ci racconta Matteo Torterolo, che la rassegna l’ha curata in ogni minimo dettaglio – Quello del pubblico, che al di là dei numeri (sempre facili da “truccare”), ha visto coinvolte fasce di età ormai difficilmente presenti nelle sale cittadine durante la stagione (dai 18 ai 25 anni, ma anche più giovani) – è uno degli obiettivi principali del progetto; quello del riconoscimento istituzionale, con l’interessamento e il coinvolgimento di alcune realtà nevralgiche del panorama formativo milanese, dalle Scuole Civiche all’Università Cattolica; quello della qualità e del valore dell’iniziativa, con la conferma della sua necessità non solo all’interno della stagione del Teatro Litta, ma anche e soprattutto nell’ottica più ampia dell’offerta culturale cittadina, come confermano i riconoscimenti giunti a livello di stampa”.

La prospettiva di Apache (che ricordiamo nasce, cresce, si sviluppa grazie al sostegno fondamentale di Fondazione Cariplo) è quella di partire da queste basi per consolidarsi e radicarsi nel territorio, ancora di più. Prendendo Milano come start-up artistica, come modello per la costruzione di circuiti che non siano alternativi ai cartelloni, ma si integrino in essi, diventando normale parte della programmazione teatrale.

“Un consolidamento che – continua Torterolo – partendo dalla partnership instaurata quest’anno anche con il locale milanese Zona K sappia tessere una trama sempre più fitta, nella città, di luoghi vivi e fertili, che possano finalmente farsi protagonisti e stimolo di un’innovazione reale del teatro”.

“Il pregio di Apache per il Teatro Litta – conclude Syxty – è stato quello di portare alla conoscenza e all’esibizione (a Milano) artisti che non si pongono il confine arte/teatro, esulano dalle definizioni specialistiche di osservatori incastrati in un’idea di lettura intellettualistica dell’opera-performance, ma vivono in modo visionario la pratica del linguaggio e quindi quella della scrittura, e poi quella della vita conosciuta. Il compito di questi argonauti (neo-moderni? post-umani? che importa!) è quello di condurci in una possibile visione del mondo in cui viviamo e in cui vivremo. Occorre continuare a seguirli, rintracciandoli sulla rete e poi nelle varie esibizioni nel/del reale, aspettando Apache 2015, sempre al Teatro Litta, sempre con la cura di Matteo Torterolo, per poter assistere ancora ai capovolgimenti e alle riflessioni che alcuni artisti – come loro – sono in grado di realizzare per noi, per i nostri occhi, per le nostre menti e per i nostri cuori”.
 
 

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