Après Charlie: dalla laicità dello Stato allo stato delle banlieue

francia-banlieuDopo un mese dall’attentato a Charlie Hebdo e dalla grande Marche Républicaine che ha visto più di 3 milioni e mezzo di cittadini scendere in strada per tutta la Francia, quasi due milioni nella sola Parigi, il dibattito intorno alla laicità e ai conflitti in seno alla società francese non ha ancora del tutto lasciato spazio alle dispute tra Le Pen, Hollande e Sarkozy su buona parte dei quotidiani d’Oltralpe.

Si continua a discutere sul significato della laicità, o su sintagmi come “libertà d’espressione”. Quest’atto di barbarie, compiuto in pieno centro città e contro giornalisti comunisti, artisti libertari, economisti terzomondisti, correttori di bozze, poliziotti… obbliga a tornare su alcuni vecchi concetti, nati nel 1789, e sanciti nel 1905, anno in cui in Francia la Chiesa viene definitivamente separata dallo Stato.

Se quest’atto, vecchio di cent’anni, è di una modernità che ancora oggi insegna qualcosa, il corpus di questa legge aveva in sé un difetto che oggi appare evidente: in questo decreto legislativo tutte le religioni di Francia erano menzionate. Tranne una, quella musulmana. Sebbene già circa quattro milioni di musulmani vivessero in terra francese, come Jean Viard afferma in un articolo su “Libération” del 30 gennaio scorso (dal titolo “Au-delà de l’émotion du 11 janvier”).
Egli riconosce in questo lapsus la mancanza di rispetto dei colonizzatori verso i colonizzati: “mépris du colonisé” di cui ora la Francia sta pagando il prezzo, le cui conseguenze sono oggi più che mai tangibili.
Non a caso l’altro grande centro del dibattito francese di questi giorni è il “tema delle banlieue”. Queste zone marginali, fuori la cinta della Périphérique – anello autostradale che sembra difendere Parigi anche meglio delle mura sulle quali fu costruito – torna al centro delle riflessioni degli intellettuali e dell’opinione pubblica francese. Soprattutto, ci s’interroga su come far conoscere ai ragazzi delle banlieue i valori della République.

Il sociologo ed editore Viard, ad esempio, ricorda di essere cresciuto a Marsiglia, “al confine tra due mondi”, nel sud della città, dove “l’immenso sentimento di essere delle vittime dell’Occidente” è forte, radicato e cresce di giorno in giorno. In quartieri come quelli descritti da Viard, simili alle banlieue parigine, stesse giungle in cui piante diverse rendono ugualmente pericoloso il cammino, la comunità musulmane sopravvivono da anni. Comunità isolate, unite e asserragliate dentro sé stesse, poiché da anni marginalizzate.

Lo sa bene Marco Consolini, docente di Storia del teatro a Paris III – Sorbonne Nouvelle, da lungo tempo cittadino francese ed italiano, al quale abbiamo chiesto le reazioni a caldo su questo tema. Lo studioso di teatro ci racconta di non aver mai comprato Charlie. Conosceva bene, però, Wolinski, essendo stato assiduo lettore de Il Male sin dall’adolescenza. Inoltre stimava François Cavanna, di cui consiglia il volume dedicato alla storia degli immigrati italiani in Francia.

Quali sono, secondo lei, i valori incarnati da Charlie? “I valori propugnati da Charlie Hebdo sono ovviamente quelli della libertà di espressione e del sacrosanto diritto alla derisione, allo sberleffo, anche nei confronti delle cose più sacre. Come si fa a negarli o a volerli limitare?”.
Detto questo, però, il professore approfondisce la sua analisi e non cede alla sola emozione. Va controcorrente, affermando che nella battaglia derisoria contro l’oscurantismo islamico il settimanale si è trovato in un’impasse: “Avendo dichiarato di non voler rinunciare al diritto di prendere in giro l’Islam, Charlie Hebdo si è trovato quasi nell’obbligo di continuare oltre misura lo sberleffo al profeta Maometto. Di fronte a una scelta di questo tipo, la valutazione è secondo me molto difficile. Da un lato vi sono i principi ai quali mi richiamavo prima, sacrosanti: da questo punto di vista non si può che sottoscrivere il coraggio e la coerenza di ciò che si presenta come una battaglia di libertà fondamentale. Dall’altro, vi è una lettura pragmatica della situazione: come si può pretendere che una comunità fragile e divisa come quella musulmana, già sottoposta alle tensioni di un fondamentalismo che guadagna sempre più terreno, possa d’un tratto digerire senza difficoltà la blasfemia?”.

Consolini sembra porre l’accento sulla mancanza di responsabilità da parte della redazione di Charlie, impegnata in una battaglia giusta ma condotta con poco senso della realtà: “Quanto tempo è stato necessario a noi di cultura cristiano-cattolica (mi includo in questa categoria pur essendo ateo convinto) per tollerarla, ammesso che tale accettazione si possa dire avvenuta? Qualcuno si ricorda del caso Leopoldo Mastelloni risalente a qualche anno fa? E più in generale, quanti giornali italiani pubblicano regolarmente vignette contenenti bestemmie?”.

Libération ha deciso, la settimana dopo l’attentato, di pubblicare una prima pagina con tutte le occorrenze possibili di bestemmia in francese e quebecois, insultando un po’ tutti, dai cristiani ai buddisti. Da noi, invece, quanti hanno sentito dire da un vicino o da un amico frasi del genere: “Sì, va bene, ma, in fondo, se la sono andata a cercare”?. Consolini definisce irresponsabili questi andreottiani impenitenti. Tuttavia, per cambiare veramente le cose, alzare barricate non sempre è la scelta migliore. Meglio abbattere i muri: “Voglio dire soltanto che la battaglia per la tolleranza interetnica e interreligiosa necessita di atti di coraggio come quello incarnato oggi da Charlie Hebdo – e questa terribile tragedia servirà almeno, speriamo, a sensibilizzare sulla necessità di una piena libertà d’espressione – ma anche di molta razionalità”.

Il filosofo Abdennour Bidar (photo: France Culture)

Il filosofo Abdennour Bidar (photo: France Culture)

Razionalità e onestà. Valori che possono diventare strumenti. Come la laicità: difesa con radicalità encomiabile, seppur non del tutto oggettiva, da parte di Charlie, in questi anni è stata travisata e pervertita dalle destre, in Francia e non solo, in modo altrettanto radicale. È quello che afferma il filosofo Abdennour Bidar, in un articolo uscito sul numero di febbraio della rivista Marianne.

Le destre neoconservatrici e reazionarie, spiega lo studioso delle religioni, si sono servite della laicità come arma per dividere ed allontanare “l’altro”, per demonizzarlo. La laicità, intesa come rispetto di ogni credo religioso o di ogni pensiero ateo e agnostico, deve diventare una spinta all’unità. Questo valore deve essere usato come “strumento di riconciliazione”. E la sinistra deve riacquistare “il suo magistero storico sulla questione”, sostiene Bidar.

Non sono solo le destre e la loro perversione dei valori a minacciare la coesione sociale. Anche il liberalismo economico, e ancor più quello culturale, creano solchi nella società. Questo liberalismo crea ghetti, esaltando l’idea del “chacun pour soi”. Il filosofo di origini arabe lo definisce un relativismo assoluto, che esalta “un individualismo paradossale che è il comunitarismo (un individualismo à plusieurs)”. Se ogni individuo ha diritto “alle sue convinzioni”, allora “a ogni tribù sociale i suoi totem”.

L’estremizzazione, la mondializzazione assoluta del liberalismo ha portato ad una sovrapposizione di comunità all’interno della stessa società francese. Comunità che vivono in un regime di “diritti separati”. Ghetto culturale, prima che realmente geografico, la banlieue è un rifugio nel quale covare la rabbia verso il mondo del “centro”, verso quel mondo occidentale e borghese, distante poche linee di RER ma che sembra lontano quanto un universo parallelo, in cui vita, valori e percezione della realtà sono molto diversi.

Un’indifferenza astiosa regna tra il centro e la periferia, e tra le comunità che vivono nelle periferie stesse. In questo modo, il riconoscimento dell’altro da se è ridotto alla creazione di un immaginario deviato ed irreale delle banlieue. Un immaginario costruito dal centro, da abitanti del centro per i cittadini del centro ed imposto alle periferie.

David Farjon e Zoumana Meite

David Farjon e Zoumana Meite

È quello che sostiene David Flarjon, attore e regista trentunenne, fondatore, insieme a Zoumana Meité, della compagnia Légendes urbaines.
Arrivato a Parigi nel 2001, ha iniziato subito la sua attività teatrale. Ma, in quest’ambiente, che è ora il suo ambiente, si rende conto che nessuno parla del luogo da cui è venuto. Le storie che interpreta non lo rappresentano del tutto. Nessun autore, regista o testo parlano della ‘sua’ banlieue, L’HaΫ-Les-Roses.

Il 2005 è l’anno della rivolta. “Le banlieue sono in fiamme”. Proprio in quell’anno discute la sua tesi di Maîtrise (Laurea Specialistica). Soggetto della tesi, “La rappresentazione delle banlieue nella drammaturgia contemporanea”.
David conosce bene il significato di mito sociale e sa come questo può essere formalizzato ed elaborato in senso drammaturgico e narrativo. È altrettanto cosciente di come il mito sociale delle “banlieue in fiamme” sia un’invenzione fittizia ed eterogena, che impedisce la nascita o lo sviluppo di un immaginario endogeno alla periferia. Solo il teatro, arte rappresentativa e sociale per eccellenza, è in grado di decostruire questa visione del “centro” sulla periferia, ma anche di portare alla luce la visione, sepolta o contestata, degli abitanti della periferia sul loro “mondo”.

La sua ricerca di attore si concentra allora sulla pratica del Teatro Forum, lavorando con la compagnia Entrées de jeu, diretta da Bernard Grosjean. Questa tecnica teatrale, nata dal Teatro dell’oppresso di Augusto Boal a Parigi e negli anni Ottanta, permette di rompere completamente ogni barriera tra palco e platea, facendo diventare il teatro una vera e propria agorà.
Il palco propone spunti di riflessione: brevi scene in merito ad un argomento specifico, e prossimo agli spettatori, sono recitate dagli attori della compagnia. Finite le scene, la parola è data direttamente al pubblico: che interviene, si confronta, contesta ed interpreta diversamente, “usurpando” il posto agli attori, queste rappresentazioni del loro mondo ma esterne ad esso. A moderare, a pungolare il pubblico, il regista, “meneur de jeu”, jolly.

David pratica questo “débat théâtral” nelle scuole, a contatto con i ragazzi dei licei e con i bambini delle scuole materne proponendo anche atélier o laboratori. La compagnia lavora anche con istituzioni sociali di varia natura, su richiesta ed affrontando qualsiasi tematica. Per questo David conosce perfettamente il disagio delle periferie e la loro storia. Non solo l’ha vissuto sulla sua pelle ma ha continuato a seguirne i problemi e ad interpretarli.
Nel 2012, con lo spettacolo “Comme jétais en quelque sorte amoureux de ces fleurs-là” attraversa Parigi da una banlieue all’altra e torna, come Ulisse ad Itaca, verso la banlieue che aveva lasciato dieci anni prima.

Dal suo punto di osservazione, troppe cose non hanno funzionato e continuano a non funzionare nel rapporto tra Stato e banlieue. E i risultati sono evidenti.
Ci tiene a sottolineare che i terroristi dell’attentato contro Charlie erano francesi, prima di tutto. E l’Islam, al contrario di quello che sostiene Jean Viard nell’articolo citato in apertura, non è un’ideologia usata in funzione antisistema. Se il sociologo fa un raffronto tra gli omicidi delle BR o della banda Baader Meinhof e i fratelli Kouachy, per David questo paragone sminuisce la complessità dell’Islam e rappresenta un punto di vista sbagliato.

Per lui ciò che più manca è una cultura della riflessione e del ragionamento. In troppi licei, afferma, il minuto di silenzio per le vittime è stato imposto senza alcuna spiegazione degli avvenimenti e della loro tragica portata. Non esiste un rapporto di dialogo paritario tra il centro e la periferia. Ad esempio, chi è che decide che le opere della nostra cultura sono capolavori e devono essere donate al popolo incolto o agli “indigeni” delle banlieue per “educarli”? Questa linea culturale, molto dibattuta a livello antropologico in passato, e iniziata negli anni Sessanta dal ministro Malraux, non ha portato alcun risultato, sebbene nata con le migliori intenzioni. È invece diventata una nuova forma di evangelizzazione delle masse, senza alcuna forma di scambio o dialogo.

Ancora un immaginario e valori culturali nati e sviluppati nel “centro” e poi imposti ai margini. Per nulla assimilati, né tantomeno amati o compresi, i margini rifiutano, stanno rifiutando, questa imposizione acritica di diritti non realmente condivisi. Per questo, secondo lui, invitare la comunità musulmana a partecipare alla marcia di domenica o al lutto è assurdo e nasconde una violenza sottile. David riconosce in questo richiamo la stessa violenza che lui, ebreo, ha subito quando Israele bombardava il popolo palestinese: poiché ebreo doveva giustificarsi, gridare che era contro la politica di Israele per potersi salvare dalla gogna. Ma anche gridare era inutile. Ormai l’immaginario comune aveva creato un nemico e lui, David, era costretto nella parte del cattivo.

Come uscire da questa impasse, allora? Come fare per abbattere i muri che dividono due mondi? La risposta di David è chiara. Con la sua pratica ed il suo impegno egli mostra un cammino. E, afferma convinto, se “il nostro immaginario comune ha deteriorato le banlieue” fino a farle diventare un mondo a noi alieno, è necessario che il ‘centro’, “la borghesia capisca, veramente, che anche la banlieue fa parte del suo mondo”.

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