Gli indelebili segni nella sabbia di Araucaìma Teater

Araucaìma Teater (photo: ©Federico Buscarino)

Araucaìma Teater (photo: ©Federico Buscarino)

“Qualcuno va, altri vengono. Araucaìma

rimane. Araucaìma Teater è la casa. Araucaìma Teater è la gente che ci lavora. Il nostro è un percorso che trova radici nell’attore. Riempimento spaziale e temporale della scena”.

Chi avesse voluto conoscere più e meglio questa compagnia lombarda, che da tre anni fa parte delle residenze sostenute dal progetto Etre, rientrando nella Rete delle Residenze che la Fondazione Cariplo sostiene attraverso il suo progetto di intervento pluriennale, avrebbe potuto sfruttare l’interessante combinazione degli ultimi mesi, partendo a dicembre da “L’abréviation de ma vie”, il loro primo lavoro, che Sisto Dalla Palma aveva voluto riproporre al Crt in stagione. E poi, a fine maggio, assistere, a Bergamo, a “Caligola_quattro passi dalla luna”, ultima creazione che indaga su come la distruzione dell’individuo per il tramite del potere coinvolga immancabilmente il mondo che lo circonda.
Uno sguardo a partenza e arrivo (per ora) di una traiettoria artistica non banale. In mezzo, quella stella luminosa che è “Föch”, spettacolo del 2009 presentato a Lucca, all’interno della festival dei Teatri del Sacro, che non lascia indifferenti e ribadisce una cifra originale che cerca sempre e immancabilmente il punto di arrivo e di partenza nell’attore: “L’attore, corpo e voce, è massa attiva informe e in continua evoluzione.

Se ciò che l’attore ha da dire lo dice interamente entra in collusione, fusione e relazione con se stesso. E con il mondo intero”.

“L’abréviation de ma vie” debutta nel 2007 a Bergamo e si caratterizza, fra le altre cose, per l’assenza di musiche registrate: tutta la complessa parte vocale, fatta di canti, sonorità e sottofondi armonici, sono eseguiti dal vivo. Forse un po’ barocco, come tutti i lavori di esordio, ma certamente uno spettacolo che non lascia indifferenti. A colpire, nel lavoro di cui vi proponiamo le immagini nel video di oggi, è anche un ricchissimo complesso di simboli e figure ancestrali, che ci faceva intuire un legame forte con il teatro panico e l’indagine sull’inconscio.

Con questi semi siamo tornati poi a vedere l’ultimo lavoro, il “Caligola” appunto, prima del Festival Estivo organizzato dalla Compagnia nei territori in cui opera e che fa parte di quel percorso di lavoro a tappe alla base della Rete di residenze.

Pur nella diversità scenica, fra corpi vicini al sensibile di Kantor, è possibile, a distanza di cinque anni dagli esordi, ritrovare tutto l’impegno intellettuale di un gruppo che lavora da sempre in maniera ardita sulla voce, sul corpo in scena e sull’annodarsi del destino dell’uomo a quello dell’universo. Il lavoro è ambizioso, e ha bisogno di rodarsi e scorrere più fluido, magari in forma più sintetica e incisiva rispetto a quella proposta in anteprima a Bergamo, ma l’ardire di una proposta alta, che cerchi nel passato i perché vivi e intensi del presente, è un sentiero che negli anni la compagnia ha sempre voluto percorrere.

Già nell’aprile 2007 la compagnia aveva, ad esempio, proposto uno studio di “Donna de Paradiso”, mettendo in scena la lauda di Iacopone da Todi “Il pianto della Madonna”, accostando al poema in volgare della seconda metà del 1200, canti popolari paraliturgici della tradizione italiana. Un lavoro che prenderà poi il titolo definitivo di “Mater”.

Del 2008 è invece “Dal cuore dell’inferno”, spettacolo che rievoca la storia del campo di sterminio di Auschwitz attraverso le testimonianze dei sopravvissuti.

Alberto Salvi, che avevamo incontrato al Crt in quel giorno di dicembre, ci aveva fatto strada tra le corde emotive di un gruppo di passioni artistiche e di collaboratori assai composito, che fa della prossimità di diverse sensibilità il punto di forza, per un’esplosione creativa da seguire sia per la capacità di proporre un linguaggio scenico ardito, sia per la volontà di lavorare a strutture drammaturgiche originali, mai banali e con un afflato sperimentale che di rado si incontra.

Se consiglio può darsi a chi fa arte, mi sentirei di dire di lasciare ancor più scorrere il torrente, senza invilupparlo nelle volute della, a volte crudele, macchina cerebrale, cosa che penso sia in fondo anche l’anelito più alto della compagnia.

Riproponiamo oggi quel contributo registrato al Crt, presentando l’interessante realtà di Araucaìma Teater, che sicuramente, trovando via via abitudine a ridurre i segni all’essenziale, potrà dare un vigoroso contributo di immaginazione e sogno al nuovo linguaggio della scena italiana.