Dal debito pubblico alla comunità che resiste: il Teatro Povero di Monticchiello

Una scena di Argelide (photo: Umberto Bindi)
Andrea Cresti (photo: klpteatro.it)

Andrea Cresti (photo: klpteatro.it)

E’ un minuscolo borgo medievale della Val d’Orcia, Monticchiello, una frazione del comune di Pienza che, pur contando solo trecento abitanti circa, d’estate vede aumentare il via e vai di visitatori, in particolare nel corso del mese di repliche dell’annuale allestimento messo in scena dal Teatro Povero.

E’ proprio in questo periodo che, tutte le sere, nella piazza della Commenda, accanto alla chiesa del XII secolo, il paese intero si ferma per quello che ormai è divenuto, a partire dal 1967, un rituale irrinunciabile: lo spettacolo del Teatro Povero di Monticchiello.

Più che di un progetto scritto a tavolino si tratta di un’esigenza che il paese sente da quando ancora a Monticchiello la strada asfaltata non arrivava, mentre implacabile colpiva la crisi dell’agricoltura e il rischio dell’isolamento e della disomogeneità sociale.
Con “L’Eroina di Monticchiello”, rielaborazione di un romanzo storico che narra le vicende dell’ultima guerra di Siena contro gli Spagnoli nel 1533, la comunità cerca allora di richiamare l’attenzione dei paesi vicini. E’ appunto il 1967, e l’esperienza ha successo.

Da qui in avanti si assisterà ad un percorso, inizialmente guidato dal giornalista e scrittore Mario Guidotti, che mira all’approfondimento della realtà socio-culturale del paese: un teatro-vita che porterà alla scrittura di testi sempre originali.

A dirigere ormai da anni l’allestimento è Andrea Cresti, pittore, regista e scenografo abitante a Monticchiello fin dal 1943, anno in cui la famiglia scappa da una Roma sotto i bombardamenti per rifugiarsi nella casa di famiglia paterna. L’incontro col teatro è proprio di quegli anni: la nonna paterna scrive infatti commedie per le marionette, che il babbo – insieme ad alcuni amici – mette in scena in casa, proprio a Monticchiello, per i ragazzi del paese.

La preparazione dello spettacolo ancora oggi dura un anno intero: dalle prime conversazioni, incentrate sulle ipotesi embrionali che condurranno all’idea forte su cui incentrare lo spettacolo dell’estate successiva, fino alle elaborazioni drammaturgiche che, nello sviluppo delle prove, subiranno numerose riscritture e riduzioni.

La 45^ edizione o, più precisamente, il 45° autodramma (termine coniato da Giorgio Strehler), che ha terminato le sue repliche proprio nei giorni scorsi, vive attorno al nome ed alla invisibile – ma fortemente evocativa – presenza di una donna anziana in procinto di morire: Argelide.
“In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, non è poi così difficile individuare un tema, un’idea forte e necessaria su cui incentrare una drammaturgia” racconta Cresti. E per questo il sottotitolo recita, in maniera inconfutabile, “dal debito pubblico alla comunità che resiste”.
Ma sarebbe stato fin troppo semplice rifarsi alla condizione economica degli ultimi anni ed alle sue ricadute sui meccanismi all’interno della società. E’ molto più complicato, precisa il regista, ricavare un lavoro che sia scevro da facili retoriche, populismi o faziose semplificazioni politiche.

L’irrinunciabile importanza di valori più ideali e meno materiali sembra essere l’ammonimento dal letto di morte di Argelide, che nella figura di una vecchia di cui s’è perso il conto dell’età (lo si scoprirà solo nel finale) incarna proprio quei valori più prossimi ad un’umanità, come lei, in via d’estinzione. Un’umanità che finisce per idolatrarne altri, alle prese con gli assilli del quotidiano e i meccanismi che regolano il contemporaneo di tre fasce di generazioni.
Uno spettacolo per alcuni tratti comico ma nello stesso tempo costantemente amaro, in uno scenario di terrificante attualità del tutto simile a quello che fa da sfondo alla quotidianità di ognuno.

Una scena di Argelide (photo: Umberto Bindi)

Una scena di Argelide (photo: Umberto Bindi)

Non solo in scena il Teatro Povero fa i conti con la crisi, e nello specifico coi tagli ai finanziamenti che gli hanno finora permesso di sopravvivere. Tanto da far ammettere a Cresti di non sapere per quanto riusciranno ancora a proseguire con questo autodramma probabilmente unico in Italia.
A ciò si aggiunge la condizione di un borgo che vive sì di turismo in estate, ma che per la sua posizione e per le ridotte dimensioni di abitanti, si trova per il resto dell’anno a combattere contro le difficoltà dei piccoli borghi montani: isolamento, pochi servizi, difficoltà a mentenere ancora in vita il paese.
E’ quindi eccezionale poter pensare che la cooperativa del Teatro Povero riesca in parte a finanziare, proprio attraverso le sue attività teatrali, il funzionamento di servizi essenziali come una piccola biblioteca o una farmacia ‘itinerante’, altrimenti inesistente nel borgo.
Ed è proprio per ‘far cassa’ che è indispensabile la presenza, tutte le sere dello spettacolo, della Taverna di Bronzone, affollatissimo punto di ristoro pre e post spettacolo grazie a cui il Teatro Povero riesce ad andare avanti. Il menu, inutile dirlo, è tutto toscano (pici all’aglione, trippa, cacio e pere…), e anche qui la collaborazione dell’intero paese è indispensabile.

Ma negli anni la cooperativa è riuscita anche a riutilizzare una vecchia chiesa sconsacrata per trasformarla in un teatrino, con tanto di stagione invernale, dove arriva all’incirca uno spettacolo al mese, per più giorni di repliche, a lottare affinché non solo il teatro non diventi un’arte elitaria, ma anche la vita sociale e culturale di Monticchiello non si sgretoli sotto i colpi mortali di burocrati impegnati a far tornare i conti.

Progetto nel progetto di questo borgo, potremmo dire totalmente votato alla cultura e al teatro, è Tepotratos, un allestimento museale fortemente interattivo curato in prima persona dallo stesso Cresti. Ed ecco allora, in quest’ulteriore esperienza, emergere anche le sue competenze in fatto di illuminotecnica. Il museo ripercorre le fasi di un teatro volto a rappresentare la condizione mezzadrile nelle campagne toscane: un excursus etnografico, e scenografico, dalle origini alle fasi storiche del Teatro Popolare Tradizionale Toscano, un’arte in lenta via d’estinzione, come impietosamente raffigura, all’interno di una delle stanze del museo, un plastico in cui sono evidenziate le zone di maggior diffusione di tale arte.

Ringraziando Andrea Cresti e gli abitanti di Monticchiello per la calorosa ospitalità, vi lasciamo ora alle stesse parole di Cresti, registrate nel Granaio di Monticchiello, e alle immagini di questa edizione del Teatro Povero. Buona visione!

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