Argot Off 2011. Giovani verso il futuro

Argot Off 2011

Argot Off 2011

Mutuata dal linguaggio anglosassone, la definizione “off” – letteralmente “al di fuori” – si riferisce a quel teatro che si muove all’esterno dei circuiti “ufficiali”. “Off Broadway”, ad esempio, sono quegli spettacoli che a New York non rientrano nella scala d’oro dei musical. Ci sono poi addirittura i teatri “off-off”, un’ulteriore categoria che raccoglie le realtà più sotterranee, non per questo meno interessanti.
In Italia sono fioriti, negli ultimi anni, diversi “spazi off”: quelle che una volta erano “le cantine”, gli “spazi alternativi”, ora sono le fucine in cui si crea nuova materia.

Per quanto gestito da giovani energie, il Teatro Argot Studio di Roma non è (quasi più) un teatro off. Ne è la prova la rassegna che per il terzo anno consecutivo arriva a chiudere l’ultimo mese di stagione, Argot Off – Un sentiero per il futuro, per ricercare le vie della nuova drammaturgia contemporanea, laddove con drammaturgia non ci si limita a quella testuale, ma ci si aspetta un tessuto narrativo il più libero e potente possibile.

Argot Off è espressamente rivolta alle “giovani compagnie e ai teatranti indipendenti”, quest’anno con la nota d’eccellenza secondo cui non è richiesto ai selezionati il raggiungimento di nessun minimo garantito. Alle compagnie il teatro di via Natale del Grande pone come condizioni per partecipare alla selezione un versamento di 20 euro di spese di gestione, testo dello spettacolo o progetto scenico (più eventuale video dello spettacolo se disponibile), il 70% di energie al di sotto dei 35 anni e una ragionevole elasticità nella scheda tecnica e nei tempi di montaggio.

Verranno selezionati un totale di sei progetti che andranno in scena, due per settimana, dal 23 maggio al 12 giugno 2011. Il ricavato dei biglietti (10 euro a ingresso) verrà ripartito al 50% tra compagnia e teatro. Anche quest’anno la rassegna verrà seguita da un media partner, che al termine selezionerà, insieme al critico e docente Antonio Audino (Il Sole 24Ore, Rai Radio 3), uno spettacolo “vincitore”, premiato con una settimana di repliche (con accordo 70/30) nella stagione 2011/2012.
Deadline per le presentazioni: 4 aprile 2011.

Bando

9 Comments

  • Paolo ha detto:

    E’ l’ennesimo concorso tristissimo……Ragazzi fatevi gli metteteveli in scena con le candele nelle piazze, nelle case , nei centri sociali che non vi chiedono altro che fare il vostro spettacolo……. I teatri ci hanno abbandonato.
    Il Teatro però non abbandoniamolo. Paolo

  • sergio ha detto:

    Caro Paolo,

    stiamo parlando di un rinomato teatro indipendente romano, dove – per capirsi – debuttano Roberto Latini, Andrea Cosentino e altri che, senza chiedere alcun finanziamento pubblico, per 20 euro di iscrizione offre a compagnie giovani e altrettanto indipendenti la possibilità (a valle di una comprensibile selezione fatta ad opera di critici e studiosi… e non chiunque, come spesso accade in concorsi simili) di avere 50% degli incassi in un teatro centrale e anche la possibilità di una settimana di repliche in cartellone senza affitto del teatro. Se davvero conoscessi le condizioni abituali in cui – almeno a Roma – lavorano le compagnie indipendenti sono sicuro che ti renderesti conto del valore di questa proposta.
    Sono d’accordo con te, il teatro, quello, non abbandoniamolo mai.
    Grazie di aver letto.
    S.

  • Salvatore ha detto:

    il vero problema è che per fare teatro bisogna essere ricchi (economicamente).
    perchè per accettare di partecipare a questo concorso (che nel panorama desolante dei fantomatici bandi dell’ultimo periodo non è neanche il peggiore) bisogna considerare che nella migliore delle ipotesi non entra niente nelle tasche dei selezionati.
    ovviamente a meno che non si viva a roma (e si abbattono i costi per spostamenti, vitto e alloggio) e non si proponga un monologo di cui si è autori, registi, attori e magari anche tecnici 🙂 (ammortizzando spese di siae e soprattutto agibilità).
    non conosco nello specifico la situazione del teatro argot, che da quanto leggo è una bella realtà, mi limito a considerare la mia di realtà, e quella di tanti che come me provano da tempo a prendere treni che non fanno che accumulare ritardo.
    sia chiaro, in questo intervento mi riferisco alla sfera economica perchè ahimè fondamentale per permettersi di insistere, checchè ne dicano i teorici.
    ben vengano tutte le possibilità, non bisogna metter sempre le mani avanti, non si può mai sapere…
    me lo ripeto sempre, ogni volta con più amarezza.
    Non abbandoniamo il teatro, no, ma che il teatro non ci abbandoni.

  • Paolo ha detto:

    Comprendo il pensiero sulla possibilità data, ma non condivido il fatto che venga percepita speciale…La serietà di un lavoro non la fa una commissione ma l’urgenza del progetto…Mille altri teatri a Roma ti offrono l’andata in scena, senza tante manfrine, al 70-30….Non si può tirare troppo la corda con questa generazione… siamo già degli eroi della Bellezza che portano avanti le loro storie nonostante tutto, ma eleggere a paladini della speranza certi concorsi con mire umilianti e mediocri, beh, è davvero l’ultima spiaggia per una leva artistica castrata e mortificata oltre ogni dire. Trovo denigrante dare spessore alle opportunità inutili. Pretendiamo di più. Tutti quanti, vi prego. P

  • sergio ha detto:

    no, non mi fraintendere, non faccio di nessuno un paladino.
    ti dico per esperienza personale che anche molti teatri di questo genere, accreditati quanto e più dell’Argot, sbandierano questa liberalità facendo poi pagare un prezzo in disorganizzazione, pecioneria nella messa a disposizione del materiale, negligenza nella gestione organizzativa e promozionale: tutti particolari che sono tutt’altro che marginali, importanti quanto e più del semplice aspetto economico.
    quando dici “non condivido il fatto che venga percepita speciale” sono d’accordo con te, ma il fatto che sia “effettivamente” speciale non deriva da un desiderio arbitrario di renderla tale, ma da quella stessa urgenza di cui parli tu, che ormai, più che urgenza, si è tramutata in un’emergenza.
    intendo che se certi progetti, come questo ma anche tanti altri, vengono visti come ottime occasioni o comunque come occasioni, appunto, speciali, è perché purtroppo la norma offre più fregature che soddisfazioni.
    Che a garantire la serietà di un lavoro sia l’urgenza di un progetto è sacrosanto, ma è anche vero che molti progetti “urgenti” non riescono a debuttare per mancanza di soldi e, ancor prima, di spazi. Da “spettatore professionista” ti dico che troppo spesso vedo prodotti fin troppo bene dei prodotti che mancano di quell’urgenza, ma che, se riescono a debuttare, è *anche* perché una commissione (di qualsiasi genere sia) ha garantito per loro.
    L’ideale sarebbe mettere spazi e tempi a disposizione di compagnie alle quali poter chiedere quell’urgenza, per poter dare ad essa una reale speranza di essere presentata.
    qui non si parla di paladini o salvatori della patria, quelli possono esserci solo se c’è un pubblico che sostiene il sistema. Come facciamo noi, tutti quelli che stanno parlando in questa sede.
    Forza così.

  • Daniele T. ha detto:

    Be’, che dire, la situazione romana la conosco bene – è la mia – ed è in assoluto tra le più losche e deprimenti, direi la più losca e la più deprimente ma abitarci da sempre, a Roma, probabilmente mi fa veder sfocatamente i pregi della mia città (che so, la presenza ipotetica di molta critica, radio tre…) e notar meglio i suoi limiti: anzitutto l’estrema difficoltà di avere pubblico a teatro (esclusi gli eventi particolari tipo Ricci e Forte e Bizzarra o, immagino, in questi giorni Caino della Valdoca al Palladium, oltre che naturlamente i comici della tv a teatro o le commedie alla Sala Umberto o al Teatro Golden). Mentre andava in scena Cosentino all’Argot qualche settimana fa, per una trentina-forse quarantina di persone – un grande successo per Roma e lui è uno che a Roma ha anche un po’ di suo pubblico -, in una sala accanto, al Metateatro, per un’altro spettacolo, quello di Olivieri Ravelli teatro, di spettatori ce n’erano sette. Al Rialto dei bei tempi, certe sere, spettacoli bellissimi di OScar De Summa o di Gaetano Ventriglia, che venivan da fuori Roma e non potevan contare sugli amici, li ho visti con altre 3-4 persone in sala. A me tutto questo pare stia solo, a Roma, peggiorando. Lo stesso spettacolo di Ventriglia, poco tempo dopo, all’Auditorium in un “evento” organizzato promozionalmente come si deve, faceva oltre 300 spettatori. (la puntualizzazione è per dire che in linea di massima quello dell’assenza di pubblico non è un problema che dipenda, o debba dipendere dalla compagnia)
    Dell’Argot apprezzo tanto il buon lavoro e la professionalità ed è uno spazio dove vado sempre molto volentieri, conosco abbastanza la loro situazione e fanno del loro meglio, che considerato la palude da dove vengono – la scena romana – è tanto, ma comunque non è e non può essere abbastanza. Solo la disperazione, o l’urgenza (se vi piace questa parola) e il mito della capitale e dell’occasione di far vedere il proprio lavoro può convincere compagnie da fuori Roma ad affrontare condizioni simili, con l’abbinamento dei 20 euro di iscrizione e la prospettiva del 50% di incasso. Altri premi, per esempio le Voci dell’Anima di Rimini, chiedono una tassa di iscrizione, è vero, ma poi ai selezionati per le finali del premio offrono vitto, alloggio e un piccolo rimborso spese. O la vecchia rassegna Ubusettete che organizzavamo noi a Roma, almeno nelle ultime edizioni più mature, è vero che alle compagnie non dava niente (non aveva niente, era tutta autofinanziata dagli incassi della rassegna stessa) però è anche vero che le compagnie da fuori si ospitavano in bed and breakfast, gli si pagava la siae quando c’era, anche a rimessa economica nostra, perché si capiva, da compagnie, che era giusto dare alle compagnie, pur nei nostri immensi limiti, almeno un segno di buona volontà.
    Ora, la buona volontà, e tante doti concrete di professionalità e di lucidità, all’Argot non mancano, l’anno scorso per quel che ho potuto ho seguito Argot off e penso benissimo della loro iniziativa, però mi pare che conti troppo su chi partecipa. Davvero, quel che mi sembra un non buon compromesso è l’abbinamento iscrizione a pagamento con incasso a percentuale, mi par una cosa tutta tesa -scopertamente- a far rientrare con più sicurezza possibile (presupponendo il poco pubblico, o temendolo) in cassa l’affitto che non possono chiedere alle compagnie per le serate di Argot Off… una cosa che capisco, ma che non è del tutto incriticabile. Boh, forse avrei preferito una tassa di iscrizione più alta e offrire poi il 100 per cento dell’incasso, o non dar nessuna percentuale di incasso ma garantir le spese di viaggio, vitto e alloggio alle compagnie, che così almeno stan tranquille di andar almeno a pari. Ma così si cerca il pelo nell’uovo del nulla, di pur sempre quattro soldi. Che storia triste, il teatro. Quand’anche non fosse triste per me (non mi lamento troppo, o non ancora), lo è in generale: tristissima.

  • Francesco Frangipane_direzione artistica Teatro Argot Studio ha detto:

    Ciao a tutti, sono uno dei direttori artistici del Teatro Argot, e dopo essermi confrontato con tutti gli altri ragazzi che con me gestiscono questo Teatro, mi sembra opportuno intervenire in questa giusta e interessante discussione.
    Parto dal presupposto che quello che ho letto lo condivido pienamente. L’amarezza che trapela dalla discussione è un sentimento che ci accomuna tutti e tutti conosciamo bene le difficoltà che si incontrano nel portare avanti, con grande sacrificio, un proprio percorso artistico.
    Anche noi tre direttori artistici dell’Argot, siamo prima di tutto dei teatranti che con le loro compagnie con grande difficoltà cercano di imporsi in un mercato per nulla sensibile e in certi casi addirittura refrattario.
    Faccio questa premessa, non per giustificare le nostre scelte o per apparire anche noi vittime di un sistema malato, ma perché credo sia giusto chiarire chi siamo.
    Un teatro autogestito da un gruppo di ragazzi appassionati che vive per il teatro, ma non di teatro, e che cerca di sopravvivere nella giungla della scena teatrale romana.
    Ma andando al concreto vorrei chiarire il perché della nostra linea.
    Condivido sinceramente tutti gli appunti che vengono posti sulle condizioni richieste per partecipare ad una rassegna che si professa di sostegno alle giovani compagnie, e che alla fine dei conti chiede delle garanzie economiche sulle quali voi ponete delle sacrosante questioni ideologiche.
    Proprio perché siamo una realtà autogestita, a piccoli passi cerchiamo di fare il meglio per arrivare alla giusta aspettativa di una vera e propria residenza teatrale o rassegna a totale sostegno.
    Ma non possiamo che fare piccoli passi!
    Piccoli passi che però iniziano a intraprendere un percorso sempre più virtuoso.
    Nelle precedenti edizioni, siamo stati costretti (sempre per sopravvivenza!) a chiedere un affitto sala che oggi, con grande sacrificio e sforzo siamo riusciti ad eliminare arrivando a garantire alle compagnie una sala, un service luci e audio, un tecnico specializzato a disposizione per gli allestimenti, una promozione e una comunicazione, un ufficio stampa.
    Tutte cose che per il teatro hanno un costo, o comunque una mancata entrata, che dobbiamo prevedere e con coscienza e lucidità pianificare e coprire.
    A fronte di questo investimento (enorme per una struttura come la nostra) non siamo ancora in grado di garantire l’abbattimento, qualora ci fossero, delle spese SIAE.
    E nell’ottica di una visione di spazio comune ci sembra giusto, e ripeto sempre per far fronte ad un nostro problema di sopravvivenza, una condivisione degli incassi.
    Sulla quota d’iscrizione la riteniamo un piccolissimo sostegno alla “resistenza”.
    Credo di aver risposto alla discussione con l’onestà intellettuale che ci contraddistingue e ci tengo a ricordare con forza che il nostro obiettivo primario è, e sarà sempre e comunque, quello di fare ogni anno piccoli significativi passi verso la dignità artistica di tutti.

    Grazie e spero a presto

    Francesco Frangipane
    Direzione artistica Teatro Argot Studio (Roma)

  • Tiziano Panici_direzione artistica Teatro Argot Studio ha detto:

    Salve a tutti,
    sono Tiziano Panici responsabile della direzione artistica del teatro Argot Studio che condivido con Francesco Frangipane e Francesco Giuffré.
    Scrivo per arricchire e partecipare a questo scambio di riflessioni senza voler dar adito a polemiche o accendere focolai. Non è questo il mio lavoro.
    Condivido e sottoscrivo le parole di Francesco, mio collega e compagno di avventure. Lui, come me e come Giuffré, è un giovane regista teatrale. Parlo in qualità di artista prima che di direttore. Sono pienamente cosciente delle condizioni impossibili con cui le giovani compagnie sono costrette a portare avanti il loro lavoro perché faccio parte della stessa realtà. Voglio sottolinearlo perché da tre anni a questa parte sono diventato responsabile di questa piccola sala romana che r-esiste da oltre vent’anni. Gli spettacoli che abbiamo allestito all’interno del “nostro” spazio hanno dovuto e devono tutt’ora, in primis, affrontare delle spese che dobbiamo riconoscere allo spazio stesso, altrimenti avremmo chiuso nel giro di pochi mesi.
    Non penso che ci sia niente di eroico in questo e non vogliamo essere i paladini o difensori delle nostre scelte. Ma ci scontriamo ogni giorno con una realtà sociale, politica ed economica che ci vuole morti. Peggio: ci tratta e ci considera come se già fossimo senza vita, sfiniti, inutili.
    Personalmente non voglio piegarmi alle condizioni di chi vuole decidere della mia vita.
    La mia vita è nel teatro e quindi considero ogni giorno che passa come un bene prezioso, che costa caro ma che ho intenzione di tutelare con tutte le mie risorse.
    Lo spazio che ci paghiamo e che dobbiamo amministrare ogni giorno esiste per garantire le stesse possibilità a chiunque voglia dimostrare di essere vivo (teatralmente parlando).
    Anzi queste possibilità cerchiamo di migliorarle ad ogni occasione, ad ogni passo.
    L’alternativa ad ARGOT OFF era molto semplice: invece che investire su un progetto in perdita, non garantito da finanziamenti di nessun genere e che ci costa fatica, lavoro e dignità (visto che come dimostra questa discussione offriamo un servizio pubblico che mette a rischio la nostra reputazione e la nostra coscienza di lavoratori dello spettacolo) avremmo dovuto lavorare per trovare chi affittasse la nostra sala e quindi riconoscere il frutto del nostro lavoro ad un padrone di casa a cui non interessa quello che facciamo qui dentro.
    O molto più semplicemente avremmo potuto non fare NULLA. Perché questa è l’alternativa al nostro futuro di giovani artisti. Questo è quello che ci hanno riservato per il nostro domani: il NULLA.
    Per concludere trovo giuste e sacrosante tutte le osservazioni che sono state fatte nei commenti precedenti. Non chiedo la comprensione e l’aiuto di nessuno. Ma se le nostre parole possono servire ad indagare meglio una situazione difficile ed estrema in cui tutti siamo coinvolti e a capire che, molto spesso, non ci sono grandi differenze che ci separano forse potranno anche aiutarci a collaborare meglio e più intensamente. Ad alzare la testa e a guardare avanti.
    Io sono arrabbiato. Non triste, deluso, amareggiato, depresso. Ma arrabbiato.
    E so che voglio usare questo sentimento logorante per creare qualcosa. Non per annullarmi o distruggere le realtà che coesistono con la nostra e cercano di inventarsi ogni giorno il proprio futuro.
    Ringrazio comunque tutti quelli che hanno preso parte a questo intervento e resto assolutamente a disposizione per ulteriori cambiamenti.
    Contattarmi è facile. Nel nostro sito sono segnati tutti i nostri contatti.
    La mia mail è tizianopanici@gmail.com

    Tiziano Panici
    Direzione artistica Teatro Argot Studio (Roma)

  • Paolo C. ha detto:

    Sono contento che le questioni del dibattito siano state condivise anche dai direttori del Teatro Argot, almeno i rapporti orizzontali continuano a valere in questo mestiere… Comprendo e sostengo il loro livello di onestà e lucidità nel dichiarare intenti e motivazioni, ma “Giovani verso il futuro” fatelo togliere, vi prego, per coerenza nei confronti di chi legge. Suggerisco “Mostrare il proprio lavoro “. Buon lavoro.

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