Maria Paiato: Stabat Mater e la mia vocazione per gli ‘ultimi’

Photo: Federico Riva
Photo: Federico Riva

Siamo nei camerini del Piccolo di Milano, al Teatro Studio Melato. E’ qui che incontriamo Maria Paiato al termine del suo monologo “Stabat Mater”, un oratorio per voce sola, come recita la locandina, testo di Antonio Tarantino qui per la regia di Giuseppe Marini.

Originariamente lo Stabat Mater era una preghiera del XIII secolo attribuita a Jacopone da Todi. Tarantino (che compirà 80 anni fra poco, il 10 aprile) prende in prestito il nome, la figura della Madre e la tematica del dolore, nutrendo poi il testo con le ombre del proprio immaginario. Una visione ultra contemporanea della Madre di Cristo che qui diventa una ragazza madre prostituta. Il padre è sposato con un’altra mentre il figlio viene arrestato per terrorismo. Il tutto è farcito di personaggi che rimandano ad esempio a Ponzio Pilato o Caifa, in un intreccio di dialetti ed espressioni gergali.

Siamo partiti da qui per parlare della “vocazione” della Paiato di incarnare gli ultimi degli ultimi, in una sorta di percorso neorealista che parte da lontano. E così, standole a fianco mentre esce fisicamente dal personaggio, abbiamo chiacchierato dei suoi maestri e di quella grande artigianalità di bottega di cui resta una delle più grandi interpreti italiane.

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